(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Delle storie bresciane"




Sii FI Sin 

il 


li 

111 


li 


mm 



\n\nl\ 



I 



i 




373d 



v.« 







©IfilC 



©■#§è 



«a 



al 



STORIE 
BRESCIANE 



DELL'ABATE 



PIETRO BRAVO 



H 







e* 



Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/dellestoriebresc01brav 



DELLE 



STORIE 

BRESCIANE 

DELL' ABATE 

PIETRO BRAVO 



Volume L 



BRESCIA 

PER G. VENTURINI TIPOGRAFO 

1839 



» Gonsiiium futuri ex praeterìto verni. » 

SmEC. tpisL 83* 



3T- 



V, I 

AL NOBILE SIGNOR CONTE 

5. S\. GrvcLiu&elliXvio aMwale & S. 3TU. d. od.. Ji9U>4tw/a0a>, 

Gai». Ù&VLKX/ GoVO\M> Olì &MVO 



Pietro Bravo 



J£ O/iem me <t£e /wedenào, o Z/tmiore, 
e ui tsfona ao <^ua Arozwricuij onct eoa 
/za attuto cui notH'Jidévìno dritte foodà? na~ 
&cim(mà); c/c aaeuaj c/ove e Jker ce cwri/ue 
Ao/óu/o?iz& e A&r /e cod/ucue ?eu%uo?w 3 
/tue a/bzo Aer ce e&wnte c/oà,' aeUa meiite e 
del more e cu^tàód^ma; ac atee/Za, netta 



<niate la /latria t&?ì>erezaa ^£u tra$& ad af= 
fronàvre mtrcficaa (/ A&rccofo oc/ una efu>= 
a&mia te^nlcle, onci &&&? f e /w*vnta a Aro* 
cunvre offlu AoMcllle acov-amevito al/a/ mn^ 
morlata/ tcnia?icài; e la tfcorca ac au&cla 
citta, eoe ^£e àeoze aa Acà aazm -racco- 
<?na?zaata la Amricméf ofàaaufóratura tÀfou* 
Tucc/iacej ae/ca anale la «tccolto e imz <&cco' 
alceiido /uct automa ù mo/to e <M<wiHJcf<v?m 
cm/ieano con tacita cwiaóaema accorac/?n&?zto 
e fervore, me <u e accaaawiato a ramons 
l aMetéo la ?<w / e? € 'eowM e la ai*atiàcame cleall 
aoltmito ea aléljdime ono?mize doli ù$è& 
a/icàlo b/ovrcmo< 

iA) accal altro MECENATE aaccnaue omw 
die a <t&eù aeamo màta/a/ret accesi OA&ra/ 
G/laj ceco tacito è a/ cuore ci leize ao dàreó-cca 



Atvéenéèj Àuo /orj^ w meno cu, non &v&r 

c&re cwicora/ ce ncoraamce cu, £/3rej<xa/ 
miàca// tsw/i,! ù Um6re> aeaic incute cu <*£eo 
<s4o??tencUc <t£e aceermmo cucce ^A)/to & &La/ 
pori/ortaio aa a/<&um&r& cu, ouoft attimo la/ 
/v?'oé&zoo?ie> cu, uno coretto, ?wc ouace> cri U7ò 
cou& Acutrce m&?7ioTùe le mo?vckfe> geóàv avi* 
pom cu, mieuù *u rcormieiitmio. 



Brescia, 11 febbraio i838. 



AI LETTORI 



je patrie storie che vi presento, o Signori, 
cominciano dagli Etruschi-Libui, che dalla 
più parte degli eruditi sono considerati i 
primieri abitanti di questa provincia , e le 
memorie relative alle diverse epoche della 
medesima percorrendo, procedono sino ak 
Fanno 1780. 

Per essere scarse ed incerte le notizie 
della remotissima antichità, non posso re- 
carvi che alcune storiche indagini risguar^- 
danti gli Etruschi-Libui. Espulsi che quelli 
furono dai Galli Cenomani dalle pianure 
di questa provincia, e condotti da Reto 
ad abitare le prossime valli, vi recherò 
memorie meno adombrate, e vi dirò come 
i Cenomani, rozzi da prima e sospinti 



:::<( vin )::< 

dall'ansia dì distruggere, demolirono in 
queste regioni molte città, e come poscia, 
un poco alla volta ingentiliti, altre ne fab- 
bricarono, fra le quali costrussero Brescia, 
e la costituirono Metropoli dello Stato loro 
in Italia. Vedrete poi le venture de Ceno-* 
mani quando furono alleati della Romana 
Repubblica, le vicende dei medesimi quan- 
do furono a quella assoggettati; vedrete 
Brescia quando era semplice Municipio di 
Roma, quando fu promossa al grado di 
Colonia Latina; e come, dopo essere stata 
dichiarata da Cesare Colonia di Roma, 
brillò aggregata ad una delle più distinte 
Tribù di quella augusta Metropoli. 

Conversa indi la Romana Repubblica in 
Impero, ed avendo allora questa provincia 
pel tratto di alcuni secoli dovuto percor- 
rere le sorti comuni ad ogni altra dello 
Stato Romano j ho creduto opportuno di 
tessere un breve compendio della storia 
generale di quello e delle gesta differenti 
e del vario carattere dei successivi Impe- 



X( ix )X 

ratori, e ciò onde non lasciare lagune, e 
ricordare quando ebbe Brescia a gioire od 
a gemere insieme con le altre città del- 
l'Impero: e, scorrendo quell'epoca, non ho 
ommesso il racconto di quanto mi si è dato 
di raccogliere risguardante in particolare 
questa provincia od alcuno degli abitanti 
la medesima, 

Ho dovuto poscia usare un quasi ugual 
metodo scrivendo de' tempi ne' quali fu 
Brescia signoreggiata dai Goti, dal Greco 
Narsete ed indi dai Longobardi. Siccome 
però nello spazio di que' secoli le patrie 
ricordanze vanno via via prendendo qual- 
che incremento, ho potuto anch'io allora 
trattare un poco più largamente di cose 
patrie. Giovato in poi di una ben mag- 
gior copia di notizie quanto all'epoca che 
i Re di Francia e susseguentemente i nuo- 
vi Imperatori od i Sovrani d'Italia ebbero 
il dominio di questi paesi, non ho pur io 
in quel torno quasi mai staccata la penna 
da quanto spetta puramente alla provincia, 



X( x )X 

se non per tessere una breve e necessaria 
ricordanza dei successivi dominatori della 
medesima. 

Ottenuta che ebbero i Bresciani per al- 
cune concessioni di Ottone Magno, indi 
pel Trattato di Costanza, la libertà di reg- 
gersi di maniera Repubblicana, libertà che, 
salvo sempre il supremo Imperiale Domi- 
nio commesso a tenui recognizioni., venne 
ad essi solennemente confermata dall'Im- 
peratore e Re Arrigo VI, si è allora aperto 
uno stadio ben lungo di tempi, nel quale, 
essendo stata Brescia signora di se medesi- 
ma^ ha lasciato memoria «di tante cose sue 
particolari, che non mi è stato d' uopo uscir 
di provincia, onde non lasciare cronologi- 
che lagune. 

Posso dire egualmente degli anni che 
trascorsero dall'occaso della Bresciana Re- 
pubblica, sino a quando si sottopose alla 
veneta signoria. I molti che ne tennero 
in que ? frattempi il dominio hanno lasciate 
pur troppe cose o dolci od amare da rac- 



X( xi )>< 

contarsi, le quali sono raccomandate od a 
cronache od a documenti particolari od 
agli atti medesimi de' pubblici archivi* che 
io non ho lasciato in dimenticanza. 

Pochi sono gli avvenimenti meritevoli 
di racconto succeduti in Brescia,, dopo che 
fu questa provincia aggregata allo Stato 
veneto, i quali però per la vicinanza dei 
tempi e per la copia degli scritti che ne 
li tramine ttono, non mi è stato difficile di 
raccogliere ed ordinatamente annunziare. 

Lungo tutto lo stadio delle enarrate 
epoche, ho dato opera di rapportare non 
solo le successive variazioni del patrio Go- 
verno, le irruzioni in provincia di genti 
forestiere, le innovazioni di religione e le 
vicende militari o politiche; ma ho dato 
contezza ancora delle diverse maniere di 
legislazione praticate in questa città, delia 
erezione delle pubbliche fabbriche, della 
istituzione delle varie accademie e de' luo- 
ghi di educazione o di quelli ove si presta 
soccorso agli infermi ed agli indigenti, della 



X( xn )X 

coltivazione delle lettere, delle arti, delle 
scienze, de' Bresciani che in quelle singo- 
larmente si distinsero , e di quanto può 
interessare la pubblica ricordanza. 

So che oltre questo Avviso dovrei pre- 
sentarvi ancora una Prefazione dell'Opera, 
nella quale avessi a dirvi da quali fonti ne 
abbia tratte le apposite notizie. Ma poiché 
dubito che potrebbe forse venirvi a noia 
la lettura di una dissertazione, nella quale 
fossero progressivamente enunciati tutti gli 
scritti pubblicati od inediti, ai quali ad 
ogni epoca diversa ho avuto a ricorrere, ho 
creduto essere meglio il dirvi lo stesso, per 
mezzo di un dialogo immaginato fra me 
medesimo e l'ombra del dottor Baldassare 
Zamboni j ed ho fatto io questo onde in- 
terrompere più facilmente quel tedio, al 
quale d'ordinario adduce la narrazione di 
una lunga serie di autori, di iscrizioni la- 
pidarie, di croniche, di pergamene, di 
diplomi, di atti pubblici o privati e di 
altre cose di tal fatta ; e mi sono creduto 



X(xut)x 

.incora in debito di così operare, onde ren- 
dere contemporaneamente un tratto della 
possibile gratitudine a quei defunto mio 
zio, col quale non ho avuto il bene di 
conversare che ne' miei più verd'anni, e 
che avendomi lasciato erede della copiosa 
e scelta sua libreria e de' numerosi suoi 
manoscritti, mi ha^ singolarmente per quan- 
to riguarda i tempi posteriori al secolo X, 
fatto un presente dei materiali necessari 
per tessere queste istorie. 



■«■ttEicEg 



DIALOGO 

FRA L'AUTORE 



l' OMBRA DEt DOTTORE BAIPASSARE ZAMBONI 



DESTINATO 



di) ét3fl*ipiceé» le Peci ìv xtefcvn&tiù dj meòlù Sòloùé» 



YOL. I. 



DIALOGO 



Ombra, 



Xietro! son teco: mi conosceresti ancora? 
Autore. 

Che veggo! adess' adesso ho ricordato di Lei: che 
sia Ella risorta? che siasi ripetuto il miracolo di Lazzaro? 

Ella è lo zio Arciprete Zamboni! Permetta 

Ombra. 

Statti: te l'impongo, e mi è dolce che m'abbi an- 
cora conosciuto. Non credere però ch'io sia risorto; ho 
solo ottenuto un breve permesso dal Sovrano del paese 
dei più, di uscir dall'Eliso e di venirti a dire alcune 
parole, ch'io penso a te necessarie. 
Autore. 

Mi spiace che la mi vieti di abbracciarla; mi con- 
solo altamente di rivederla: e poiché so quanto sia 
inesorabile il Principe di que' paesi, avendole Quegli 
accordato un tale permesso, le ha usato un tratto di 
gentilezza così raro, che la può essere considerata fra 
i distintissimi di quelle regioni. Ma appaghi di grazia 
la mia curiosità: mi significhi quanto ha a dirmi. 



4 

Ombra. 

Tu sai quanta tenerezza nudrìva per te fin da quando 
traea la prima vita; passato all'altra, ho conservato 
inalterabili i medesimi sentimenti; e di mano in mano 
che andava giuguendo nei nostri paesi un qualche tuo 
eouosceute, con ansiosa sollecitudine Y ho sempre inter- 
rogato di te. Gli ultimi arrivati mi hanno assicurato, 
die tu stai scrivendo le Storie Patrie. Percosso da tale 
notizia ho tentato, e nxm vanamente, di avere il per- 
messo di uscire per alcun poco da que' paesi, onde 
venire in persona a procurare di stoglierti da tale 
impresa. 

Autore. 

La ringrazio della sua benevolenza e delle sue sol- 
lecitudini , e sono devotissimo de' suoi consigli; ma 
l' amore di patria non mi permette di ubbidirla. Ella 
sa meglio di me quanto al confronto delle provincie 
vicine sia la bresciana maucante di una patria storia. 
Ella sa con quante fandonie ne ammorbano i nostri 
vecchi cronisti; Ella sa che il suo amico abate Bieni- 
mi, il quale quantunque ruvidotto anzi che no, era 
però uomo di buona schiena e di accorto discerni- 
mento, spauracchiato da censure indebite, si è ritiralo 
dal lavoriero a mezza giornata; Ella sa, che se altri 
hanno scritto in poi di cose patrie, non si sono volti 
che ad avvenimenti parziali, e dei quali ridondano le 

ricordanze; Ella sa 

Ombra. 

So tutto, so tutto: ma so ancora che lo scrivere istorie 
non è impresa da pigliare a gabbo: ma so ancora 
che la natura ti ha dato maggiore inclinazione alla 
poesia ed alla caccia, che non alle serie fatiche; e che 
tu hai avuto sempre a fare con Ànacreonte od Ovidio, 



5 
collo schioppo o col caue e uon colle pergamene degli 
Archivi. Per la qual cosa accetta il mio consiglio: cessa 
dall' assunta impresa e non ti esporre al pericolo di 
una trista figura. 

Autore. 

Se avessi due teste ne getterei una! Ella che ha 
sempre spiegata una passione così ardente per le patrie 
memorie, Ella che ha rovistate le anticaglie di quasi 
tutta >la provincia e ne ha fatti gli spogli onde pre- 
parare materiali per una patria storia, ha oggi impreso 
un viaggio così strano per istogliere dallo scopo de'suoi 
desiderii un caro suo nipote? Perdoni! ma se negli 
anni miei più brillanti mi sono dato più agli studi 
ameni ed alle cacce 3 che non agli esami dei documenti 
d'antiquaria, è perchè ho sempre anteposto alle gravi 
cure le piacevoli, e perchè già sapeva che i mano- 
scritti che Ella si è degnata di lasciarmi, mi provve*- 
devano io tale rapporto di ogni possibile cognizione. 
Doveva io dunque ripetere inutilmente quelle improbe 
fatiche che Ella di maniera indomita ha sostenute, 
delle quali mi ha donati i frutti; ed ora debbo lasciare 
in balìa delle tignuole gli scritti suoi? 
Ombra. 

Quand' è così, revoco le parole; ma vorrei che avessi 
a persuaderti che ti mancano molti de' miei manoscritti; 
perchè quando negli ultimi anni io giaceva infermo, 
venni onorato da più visite, ed a molti di quelli che 
mi tennero così gentile ufficio, non potei negare a pre- 
stito quello de' miei scartafacci che mi cercarono; per- 
locchè, Dio sa, quanta ne sarà stata la dispersione! 
Autore. 

Sappi, signor Zio, che alcuni hanno religiosamente 
restituito quanto avevano avuto; altri, dietro replicate 



6 

istanze, si sono rifiutati di rendere gli scritti origina- 
li, ne hanno però dato copia, quasi per grazia; ed 
altri, sebbene a loro vergogna inutilmente, se li trat- 
tengono come fossero loro proprietà. Ella però ha prov- 
veduto preventivamente allo sconcio che avrebbe potuto 
discendere da una così mala corrispondenza; poiché 
avendo Ella scritte, copiate e ricopiate le cose sue, 
sempre però aggiugnendo o riformando, ha lasciato 
nulti esemplari del medesimo manoscritto; onde ne 
viene che 1' uno può in qualche maniera supplire alla 
mancanza dell' altro. 

Ombra. 

Grazie alla Provvidenza! Quand'abbi coraggio d'usar 
fatica, seguita pur dunque l'impresa: ma dimmi, co- 
me hai tu pensiero di combinare le parti istoriche dif- 
ferenti? La civile, l'ecclesiastica, quella delle arti e 
scienze e de' loro coltivatori, la diplomatica, la genea- 
logica e che so io? 

Autore. 

Ho pensato distinguere l'Opera in tanti libri e fare 
in modo che ciascheduno di quelli comprenda un'epoca 
più lunga o più breve, a proporzione degli avveni- 
menti degni di ricordanza che in quello spazio di tem- 
pi successero, ed a proporzione ancora delle memorie 
che ne sono pervenute. Poi distinguere ogni libro in 
diversi paragrafi; trattare nei primi con ordine crono- 
logico gli affari civili, politici e militari; proseguire 
parlando dell'incremento e della decadenza delle scienze, 
delle lettere, delle arti; ricordare indi di quelli che le 
trattarono; correre poscia di volo la parte genealogica 
e volgere finalmente il discorso alle cose ecclesiastiche. 



7 

Ombra.. 

Potrebbe essere buona questa tua idea, e sono an- 
sioso di vedere come sia per riuscirtene Y esecuzione. 
Per quella tenerezza però oud' io t'amo, non solo ti 
raccomando, ma ti commetto ampio e diligente esame 
dei documenti, esattezza di ordine e di epoche, nitida 
e franca semplicità di stile, imparzialità di sentimenti, 
fedeltà di citazioni, temperanza e gravità di sentenze, 
probabilità di congetture e ricordanza perpetua del 
tragico fine di Jacopo Bonfadio (i). 
* » Autore. 

La ringrazio de' suoi avvertimenti e mi studierò di 



J o* 



eseguirli. 

Ombra. 
Ora veniamo ad altro. Tu nel principio dell'Opera 
devi tessere una descrizione della città, della provin- 
cia e degli abitanti le medesime; e siccome è sempre 
meglio usare liberalità di encomio, ti potrà essere di 
soccorso il poemetto De Foro et Laudibus Brixiae di 
Daniele Gereto, te lo potranno essere alcuni epigrammi 
latini in lode di Brescia scritti da un anonimo e rac- 
colti in un volume detto Liber Fragmentorum esisten* 
te nella libreria Mazzuchelli; la orazione De Laudibus 
Brixiae di Ubertino Poscolo; il Carmen Panegyricum 
in Brixiam di Giambatista Mantovani; la Brixia illu- 
strata Carmine di Panfilo Sassi; una orazione e dieci 
libri delle prerogative di Brescia di Bartolomeo Par- 
ttffoio; Cenomanorum Metrop . . . , 



(1) Bonfadio bresciano da Gazano, avendo negli Annali di 
Genova parlato poco bene di una famiglia nobile, fu accusato, 
benché innocente, di un immondo delitto e condannato al fuoco* 
Mazzuchelli. Vita di Bonf. e. 38, ediz» 1768. 



8 

Autore. 

Basta, basta, signor Zio, per carità! Vuol Ella ch'io 
abbia a rovistare inutilmente i volumi di una intera 
biblioteca? Ella mi ha commesso di usare semplicità e 
schiettezza, e gli scrittori ai quali mi addirizza sono 
tutti o panegiristi o poeti, i quali non sono stati di- 
retti da uno spirito indifferente, ma sospinti dall'en- 
fasi dell'orazione o dall'estro della poesia. Io, lasciando 
a quelli tutto il inerito loro, ho creduto opportuno in- 
vece di esaminare con diligenza la città, la provincia 
e gli abitanti le medesime, e poscia farne con ingenua 
franchezza la descrizione. 

Ombra. 

Se la ti è riuscita, l'hai appoggiata meglio ; ma 
passiamo ad atyro. Io sono agitato pensando di quale 
maniera avrai trattate le epoche precedenti l' irruzione 
dei Galli Cenomani; perchè so che fra i miei libri avrai 
trovato le opere del dottor Jacopo Malvezzi, l'opu- 
scolo del canonico regolare don Alessandro Saron, la 
Brescia antica di Giambatista Nazzari, i manoscritti 
di Pietro Paolo Ormanico; e non vorrei che avessi avu» 
to ad imitarli in bever grosso. 
Autore. 

Le ho trovate, le ho lette, e per quanto riguardano 
quegli antichissimi tempi, le ho avute più a commise- 
razione che a sdegno. Onde scorrere invece quelle epo- 
che remotissime ho dovuto appigliarmi ad idee gene-* 
rali ed ho consultato Catone, Plinio, Tito Livio, Elia- 
no, Floro, Dione, Plutarco, Polibio, i compendi delle 
opere di Trogo Pompeo fatti da Giustino ecc. ecc., e 
fra i recenti Bouchart, Pelloutier, Freret, Leibnitz , 
Mazzocchi, Durandi, Guarnacci, Maffei, Bardetti, Mi- 
cali e che so io. 



9 

Ombra. 
Ho inteso: tu hai tentato scrutinare possibilmente 
quali fossero i primi abitanti l'Italia, onde avere da 
tale indagine la possibile cognizione dei primi Bre- 
sciani. 

Autore. 
Appunto ! 

Ombra. 
V idea non mi dispiace; ma non mi sembra adatto 
a trattarla con accuratezza e gravità uno accostumato 
alle libertà poetiche ed a quelle della caccia. 
Autore. 
Eccoci nuovamente all' angolo della croce ! Anche 
Ovidio era accostumato agli affettuosi lamenti delle 
spose degli eroi della Grecia ed alle dolcezze degli 
amori; ma quando il volle ha saputo ne' suoi carmi 
delle Trasformazioni cantare antichissimi avvenimenti e 
darsi alle freddezze di un Calendario ne 5 suoi libri 
de' Fasti. 

Ombra. 
Eh via, non aggrottare di subito le ciglia! Passia- 
mo invece all'epoca dei Ceuomani. Voglio sperare che 
trattando le cose di que' tempi ti avrà giovato d'assai 
la Raccolta intitolata Memorie isterico critiche intorno 
air antico stato de 7 CenomanL 
Autore. 
E vero, a muovere i passi per lo buio di que 5 se* 
coli, quella Raccolta è stata la mia stellq. polare. 
Ombra. 
Ringraziane dunque l'ab. Antonio Sambuca che l'ha 
onorata del suo nome; e molto più il colto Parroco di 
Ghedi Carlo Scarella che la ha procurata , ordinata, 
corredata di annotazioni e cresciuta di uua disserta- 



IO 

zione sua propria, che celando il proprio nome, ha 
detta 2XEAIA2MA De Quatuor AEncis Brixianis 
Tabulis (i). 

Autore. 
Li ringrazierò quando sarò anch' io ad altra vita; 
pef ora non posso che pregare dolci riposi ad ambedue. 

Ombra. 

Non vorrei che parlando degli Etruschi Libui espulsi 
dai Galli Ceuomani avessi trapassato una certa osseiv 
vazione che ha proposta di qualche maniera il cano- 
nico Gagliardi nella sua operetta Parere e della quale 
ho poi fatta piena cognizione nel paese dei più, avendo 
ivi avuto a conversare più volte con quel cipiglioso 
di Reto. 

Autore. 

Quella osservazione è relativa alle valli bresciane? 

Ombra. 
Appunto! 

Autore. 
Quand' è quella, io spero di avertene dato il possi* 
bile schiarimento. 



(i) L'arciprete Scarella era tanto ritroso di esporre il suo 
nome al pubblico che era solito donare ad altri le sue opere, 
i quali le mandavano alle stampe come fossero loro proprie. 
Quegli e morto Tanno 1779, ed il dott. Zamboni ha pubblicato 
pei tipi Rizzardi di Brescia l'orazione funebre di lui, nella 
quale a car. 19 non ha avuto ribrezzo di scrivere: gli scritti 
suoi.*,, prestò ad altri liberamente , i quali pubblicati sotto 
il nome loro, fecer fare ad essi la comparsa di reali augelli, 
quando a vero dire non erano se non augelli palustri , fatti 
belli ed adorni di penne non loro. 



1 1 

Ombra. 

Me ne rallegro; or dimmi: come pensi distinguere 
con qualche accuratezza i tempi ne* quali fu Brescia 
metropoli dello Stato ceuomano in Cisalpina, quando 
quella nazione non era unita in alleanza con altre; i 
tempi onde i Cenomani ebbero confederazione colla Ro- 
mana Repubblica; quelli nei quali Brescia venne as- 
soggettata ai Romani e fu loro municipio; quelli onde 
cominciò a godere i moderati privilegi delle Colonie 
Latine e quelli in che dichiarata Colonia Romana, venne 
da quella illustre Repubblica aggregata ad una delle 
sue più distinte Tribù? 

Autore. 

Perdoni, se mi do l'animo di chiedere anch'io a 
Lei: crede Ella forse di avermi lasciato fra i suoi libri 
inutilmente Plinio, Polibio, Cesare, Patercolo, T. Livio, 
Dione Cassio, Tacito, Cicerone, Sesto Rufo, Svetonio, 
le Effemeridi dei fasti consolari, le Raccolte lapidarie, 
Lazio Wolfango e che so io? 
Oj^bra. 

Uh, ti vien subito il moscherino! Veggo che non 
ti sei male raccomandato e mi basta. Anzi, quanto 
alle Raccolte lapidarie, voglio avvisarti di non ti fidare 
pienamente di Solazio, di Aragonese, di Soncini, di 
Medici, di Ferrarini, di Stella, di Gnocchi, di Totti, 
di Rossi, di Averoldi, ma siccome gli ultimi arrivati 
ne' miei paesi mi hanno assicurato che dietro le cure 
di persone distinte si è eretto in Brescia un pubblico 
Patrio Museo, sarà meglio che ti appigli alle iscrizioni 
originali sculte sui marmi che non alle copie delle me- 
desime fatte dai Collettori. 

Autore. 

Non ne dubiti: lo aveva già fisso 311011' io. 



l'I 

Ombra. 

TI sovvenga ancora, che non debbono dirsi brescia- 
ne solamente le lapidi T. F. cioè le appartenenti alla 
Tribù de'Fabii; perchè la Yalcamonica, quantunque ag- 
gregata di presente ad altra provincia, era valle bre- 
sciana da non molt' anui, e le lapidi che in quella si 
rinvengono sono segnate T. Q. alla Tribù Quirina. Ti 
aggiungo ancora che a Montechiaro, a Carpenedolo ed 
in que' dintorni sono stati dissotterrati alcuni marmi 
che debbono essere considerati patrii, ma perchè eretti 
forse a persone forestiere possidenti o domiciliate in 
que 5 paesi sono segnati ad altra Tribù. 
Autore. 

Alla Poblilia, ne aveva già fatto osservazione* 
Ombra. 

Bene: quanto poi all'epoca onde avrai a seguire, 
voglio darti un consiglio. Tu vedi che vanno a succe- 
dersi quasi cinque secoli, nel decorso de' quali fu la 
provincia di Brescia soggetta all' impero Romano. Se 
discorrendo quel lungo spazio non tieni discorso che 
di cose puramente bresciane, devi lasciare il lettore 
abbandonato necessariamente in troppe lagune; onde 
ne viene, 'che siccome la bresciana ebbe allora con 
tutte le altre provinole romane comuni le sorti, tu de-* 
vi tessere un breve compendio delle vicende di quella 
repubblica e delle vite di quegl' imperatori, perchè di 
tale maniera porrai sott' occhio al lettore un prospetto 
delle cose memorabili di que' tempi e gli darai a co- 
noscere ancora, quando i suoi antenati ebbero a fare 
con un padre o con un carnefice della patria; e così 
procedendo, quando ti avverrà di poter ricordare un 
qualche bresciano per belle doti o per occupate dignità 
illustre, o qualche irruzione di genti forestiere od ac- 



li 

campamento di eserciti in provincia o battaglie succe- 
dute nella medesima, o qualche altra cosa che la tocchi 
in particolare, togliti dalle maniere compendiose e scrivi 
alla distesa. 

Autore. 

Mi va a genio un tal metodo ed amerei che siccome 
Ella me lo ha insegnato, potesse avere agio e pazienza 
di assistermi in porlo ad esecuzione. 

Ombra. 

Ciò sarebbe assai caro anche a me; ma guai se ayessi 
a trapassare solo di un istante le ore di permesso che 
il mio Principe ha avuto la benignità di accordarmi; 
però si rompa ogni ritardo e si proceda. Succedono al 
tratto di cui si è detto quei circa tre secoli, nel de- 
corso de' quali i Goti, Narsete e poscia i Longobardi 
signoreggiarono la provincia. I patrii scrittori narrano 
varie cose relative agli avvenimenti di quell'epoca: tu 
gli esamina circospetto e procura distinguere cou atten- 
zione quello che hanno raccolto dalle tradizioni vol- 
gari che sì di spesso odorano di favola, da quello che 
hanno appreso da altri scrittori; ommetti o ribatti 
quanto è assolutamente falso e studiati di conoscere 
quanto scrivendo di que' tempi Caprioli ha tratto da 
Malvezzi, Malvezzi da Paolo Diacono o dalle opere del 
bibliotecario Anastasio; quanto que' due hanno avuto 
da Giordano che viveva intorno alla metà del sesto 
secolo; quello che Giordano ha tratto da Prisco, il 
quale fu uno degli ambasciatori indirizzati ad Attila 
dall' imperator Teodosio; e trattando di quell'epoca, 
abbi sempre presenti ancora le opere di Cassiodoro e 
di Procopio. 



M 

Autore. 

Ho inteso ed userò ogni diligenza onde dirigermi se- 
condo i suoi additamene. Ma.... e da quando fu Brescia 
dominata dai Franchi fino al trattato di Costanza/quali 
saranno le mie guide? 

Ombra. 

L'opuscolo del notaio Rodolfo, scoperto e pubblicato 
da Biemmi; i monumenti prodotti da Luchi e da Zac- 
caria, gli scritti di Malvezzi, di Caprioli, di Biemmi, 
le opere di Sigonio e le altre raccolte da molti e sin- 
golarmente da Muratori; e le manoscritte fche trorerai 
ne' volumi C e D delle mie miscellanee ti presteranno 
in ciò ogni possibile soccorso. 
Autore. 

E quanto alle epoche posteriori? 
Ombra. 

Scorrendo quelle, ricordati di anteporre ad ogni altra 
memoria quelle che potrai avere dai marmi, dai di- 
plomi originali, molti de' quali troverai nella mia col- 
lezione di pergamene, e dagli estratti degli archivi , 
che dietro i soccorsi del padre Luchi, di Doneda, di 
Rodella, di Cristalli e di altri amici ti ho procurati. 
Dopo di ciò le opere stampate ed inedite di Giammaria 
Biemmi ti gioveranno per trapassare il medio evo. Indi 
scenderai ai cronisti, fra i quali appigliati sempre alle 
memorie conservate da quelli che scrissero gli avve- 
nimenti dei tempi loro, siccome più credibili, che non 
le altre che quelli ebbero per tradizione. Perlocchè 
abbi innanzi di ogni altra sott' occhio la cronaca detta 
di san Pietro in Oliveto, siccome quella che comincia 
dagli albori del decimo secolo; a quella aggiungi l'al- 
tra che apparteneva Ecclesiae S. Joannis de foris Brixiae 
e che per avere trasmigrato, ora è detta di Bologna? 



i5 

e nel tratto de' tempi ricordati da quelle due, non la- 
sciare dimenticato il Breve Recordatìonis scoperto da 
fiiemmi ed il Privilegio coucesso ai Bresciani dall' im- 
peratore Arrigo VI, dilucidato con profonda erudizione 
dal 1\ Astezati. Indi seguitando sempre, te lo ripeto, 
gli estratti ch'io ti ho procurato degli Atti pubblici, 
quanto alle mosse che tenne Ezzelino da Romano in 
questa provincia, ti porgerà cognizioni la Storia degli 
Ezzelini pubblicata dal mio amico Gianibatista Yerci; ed 
altra opera dello stesso ti gioverà d'assai per quanto 
riguarda gli Scaligeri. Non dimenticare che Malvezzi 
visse poco di poi, siccome ha cominciato a scrivere l'an- 
no i4 I2 j pe r questo dà peso allora alle sue ricordanze; 
ti sarà pure di giovamento in quel tratto la cronaca 
di Bobo Pianeri, che ha scritto solamente de' tempi suoi 
ed ebbe la vita in Quinzano dall'anno x3g8 al 1 484- 
Contemporaneamente a Pianeri, Angelo Pasio ha lasciato 
dieci libri De Secundo Bello Cenomano; Evangelista 
Manellini detto per errore Manelmo (i), ha scritto un 
commentario De Obsidione Brixiae. Cristoforo Soldo 
ha lasciato una cronica già pubblicata nel tomo 21 
Rerum Italicarum ; e quantunque Antonio Brognoli 
abbia compilate le sue Memorie Aneddote in questi ul- 
timi tempi, siccome ha saputo estraerle con bella in- 
dustria da purissime sorgenti, merita fede; a quello 
aggiugnerai le mie Osservazioni mss. sopra le Lettere 
Foscariniane date in luce dall' eminentissimo Quirini ed 
i miei due Discorsi in proposito sopra la forza dell'ar- 
gomento negativo, che troverai manoscritti nel fascico- 
lo N. Dopo procederai dietro la scorta delle cronache di 



(1) Veggasì la vita di Lodovico Foscarini scritta dal P. Gio- 
vanni degli Agostini, f. 54 del t. i degli Scrittori Veneziani. 



i6 

Jacopo Melga, di quella di un Àiioiiimo e dell' altfa di 
Tommaso Marcanda che sono nel fascicolo stesso, e te 
quali una dietro all' altra non sono che una continua- 
zione di quella del Soldo. Sostenuto da quanto potrai 
avere dai vecchi patrii Statuti , dagli estratti del libro 
Poteris procurato da un saggio paroco di Trenzano 
e conservato nel pubblico archivio, dalle provigioni 
della città, e per ripeterlo nuovamente, dagli estratti 
de' pubblici archivi, giugnerai facilmente all'epoca la- 
grimevole del sacco dato a Brescia dal capitan gene- 
rale della Lega di Chambrai, Gaston deFoix. Le patrie 
memorie di que' tempi sono copiosissime. Jacopo Mar- 
tinengo, Scipione Covi, Cesare Anselmi, Paudolfo Nassini, 
Bartolomeo Tioni, il dottor Romagnoli, il P. Casari e' 
molti altri scrissero allora le patrie vicende e ne furono 
testimoni. Dopo quell'epoca ti gioverà un'altra operetta 
mss. del prelodato Casari, intitolata Libellus de CVz- 
lamiiatibus Brixiae post excidium passis. Indi il sup- 
plemento di Patrizio Spini alle storie di Elia Caprioli, 
le croniche di Giammaria Faustini, oltre a' miei estratti 
ti guideranno sino all'anno della terribile pestilenza iS5j. 
Sono abbondantissime le ricordanze di quell' orrenda 
sciagura. Io però ti consiglio di anteporre ad ogni al- 
tro scritto d' allora le lettere di monsignor Bellani al 
santa cardinale Borromeo, quelle del santo Cardinale 
dategli in risposta, e le altre dell' ab. Domenico de 
Ettore, allora custode del Lazzaretto di Brescia, indi- 
ritte a Roma a monsignor Spedano, che io ho trascritte 
dagli originali e che troverai nel fascicolo P. Prose- 
guendo l'ordine dei tempi, e confrontando le ricordanze 
dove si congiungono le date, ti sarà di non leggiero 
soccorso l'erudita dissertazione sopra i confini della pro- 
vincia scritta dal cavaliere Lodovica Baitelli eh 3 io ho 



trascritta dal Registro Olici X f. i^ e seguenti del- 
l'archivio della città. Dopo sarannoti buone guide le 
storie di Camillo Maggi De Rebus Brixiae con le ag^ 
giunte di Fiorentini e di Ormanico, la cronichetta dì 
Brescia di Bernardino Vallabio con la continuazione 
di Pietro Violini; l'anonima Storica Relazione degli 
attentati dei sediziosi di Brescia e di Venezia mossi 
l'anno i664; molti opuscoli ch'io ho trascritto dagli 
originali mss. del signor Giulio Antonio Averoldi; e 
dopo omettendo molti diari che sono nel fascicolo' R 
i quali di una maniera indigesta ripetono gli enunciati 
opuscoli, giovati di quelli di Giambatista, di Pier' An- 
tonio, di Giovanni e di Bartolomeo Bianchi, i quali 
cominciano dall'anno 1600 e proseguono sino al i 7 4oj 
del Diario di Alfonso (Jazzago che dall'anno 1700 con- 
duce al 1732, di un altro anonimo che giugne sino 
al 1777; e Qualmente di quello di Filippo Gagliardi, 
che dalla metà dello scorso secolo arriva all'anno 1786^ 
Potrei aggiugnerti secolo per secolo altre cose, che già 
troverai nella mia Raccolta, ma per non soverchiarti 
le taccio 1 . 

Autore. 

Sarebbe proprio soperchiamelo se me ne indicasse 
di più. Saprò non pertanto giovarmi, se il mi sarà ne- 
cessario, de' manoscritti che mi tace, poiché so di averli 
nella copiosa sua collezione. Ma dieami di grazia: come 
ha fatt'Ella ad indagare tante cose e tanto recondite 
e, quel che è più, a tutte trascriverle di proprio 
puguo? * r 



VOL. I. 



i8 

Ombra. 
Hai conversato cosi a lungo coi poeti e non ricordi 
il distico di Tibullo 

n Saevus amor docuit vatidos tentare laborea 

* Saevus amor docuit verbera sacva pati? (i) 

Amore di ricchezze spinge un avaro a non mangiare 
che legumi o cacio raviggiuolo, a non bere che dal 
pozzo, a mettere a guadagno e braccia ed industrie e 
sostanze e sposa e Gglie onde accumulare tesori; amore 
di gloria spinge un eroe ad invadere provincie, nazioni 
ed a spargere sul campo delle battaglie il sangue della 
umanità, pericolando il proprio; amore di turpidini 
vince il cuore, appanna gli occhi e soverchia gli argiui 
dell' ouestà; quell'amore istesso, volto a scopo migliore, 
mi ha afforzato ad operar da facchino, e per usare le 
espressioni di Baretti a lavorare da schiena. 

Autore. 

Ouì, ripeterò anch'io le parole di un b«l genio di 
Francia 

* Oni f pour nons elever aux grandes ictions, 

» Dieu nous a par bontè donne le passions. (9,) 

Ombra. 

Hai ragione; ma nou è tempo di filosofare. E d'uopo 
che oltre le soprannunciate memorie, abbi ad esami- 
narne altre ancora spettanti a diversi luoghi particolari 

(1) Tibullus, lib. 3, eleg. 4i vers. 65. 
(**) Voltaire* 



! 9 
della provincia. Gregorio Morelli, Pier Paolo Ormauico, 

frate Gregorio, Giammaria Fiorini, Antonio Isonni, Mat- 
teo Bouettini, tre Biancardi, Decio Cellerio, hanno pro- 
curate ricordanze della Valcamonica, Stefano Federici 
e Valentino Ottonelli hanno raccolto i fasti della illu- 
stre famiglia che di molti di que' paesi ha avuto per 
lunghi anni la Signoria. Delle valli Trompia e Sabia 
ommetto ogni rancido ragguaglio, potendo giovarti 
per tutti, e sopra tutti la Storia di quelle valli estesa 
dall'ab. Biemmi che troverai trascritta nel fascicolo H. 
Milio Voltolina, Gianni Grataroli, Silviano Cataneo, 
Mattia Belliutani e fra gli ultimi Giammaria Mazzu- 
chelli e Giambatista Chiaramonti ti presentano me- 
morie della Riviera Benacense. Fra Fulgenzio Rinaldi 
ha pubblicato i Monumenti istoriali di Iseo, ed è 
peccato che un fil di criterio non abbia sostenute le 
belle intenzioni di quel buon religioso. Il canonico Lo- 
dovico'Ricci mi ha gentilmente indiritte alcune belle 
ricordanze di Chiari, sua patria, che troverai nei mio 
fascicolo S. Domenico Godagli, Giammaria Cavalli e re- 
centemente Giambatista Corniani hanno raccolte memo- 
rie degli Orzi: Giovanni Pianeri, Agostino Pizzoni e 
Giuseppe Nember ne hanno procurate di Quiuzano: 
Antonio Rizzardi e Lodovico Magnini di Asola; i padri 
Arnoldo Yione e Cornelio Cozzandi ne hanno date di 
Leno; e dopo di loro i monaci Luchi e Zaccaria; hanno 
l'un dietro all'altro pubblicati i Monumenti del re«no 
Monastero di quel paese. Ascani e Marmentini recarono 
alcune memorie mss. di Ghedi ed altre ne ho io pub- 
blicate nella relazione d'ingresso a quella parrocchia 
dell' ab. Giuseppe Tedoldi. Un ignoto, che si suppone 
da alcuni essere stato Pietro Franchini, ma che a gius! a 
ragione deve credersi un altro più vecchio, ha scritto 



30 

uu sommario delle cose di Montechiaro: Lorenzo Do- 
menico Trecani aveva impreso a scrivere le Memorie 
Isteriche dello stesso paese, ma non ne restano che 
pochi tratti , perchè finì di vivere innanzi tempo; ed io 
medesimo ho raccolte le possibili memorie di quel 
paese , come pure ho dato al pubblico alcune notizie 
spettanti a Galvisano, a Carpeuedolo ed a Gottolengo. 
Autore. 

Le ho trovate, e lette con avidità e compiacenza. 
Ombra. 

Si volga il discorso ad altri oggetti. Le antiche 
sculture bresciane, gran parte delle quali adornano i 
prospetti del palazzo Loggia, ed altra gran parte, 
come laggiù mi si è detto, è stata con ottimo divisa- 
mento raccolta ed ordinata nelle sale laterali del patrio 
Museo, ti mostreranno quanta fosse raffinata l' industria 
de' nostri avi. Altre memorie posteriori risguardauti 
singolarmente Y architettura e le altre arti che la 
accompagnano e le si dicono sorelle potrai averle 
dall' Opera eh' io ho mandato alle stampe sopra le 
Pubbliche Fabbriche di Brescia. Giulio Antonio Ave- 
roldi ed altri posteriori che, per quanto mi si è detto, 
hanno scritto in questi ultimi tempi, ti porgono notizie 
dei pittori bresciani. Gli estratti che io ti ho procu- 
rato dei Registri Municipali ti additano come i nostri 
avi per mezzo dei viaggi e del commercio abbiano 
apprese nuove maniere di agricoltura, come abbiano 
tentati canali navigabili , e come traendo acque dal- 
l' Oglio, dal Mella e dal Chiese ed altre da naturali 
scaturigini, le abbiano con provvida industria accon- 
ciate per le irrigazioni e per gli edifici a ruota d'acqua. 
Dalle arti movendo alle scienze, alle lettere ed alle 
persone che in quelle si distinsero, gli elogi degli uo- 



21 

rniui illustri bresciani di Ottavio Uossi e la libreria 
del Cozzando ,ti potrebbero giovare di molto, se gli 
autori di quell' opere fossero stati meno liberali di 
encomi. Il cardinale Quiriui ha con assai migliore cri* 
terio composto lo Specimen Brixianae Lileraturae. 
Giammaria Mazzuchelji, il canonico Gagliardi e suo 
fratello Giulio hanno sopra tali materie lasciate abboni- 
danti memorie. Antonio Brognoli, Giambatista Chiara» 
monti, fra Jacopo Guzzago, Vincenzo Peroni, Lodovico 
Ricci, Giuseppe Alberti, Giuseppe jNembcr, Giovanni 
Seccamani ed altri si sono sopra di tale argomeuto 
adoperati, e perchè abbi a ricordare aucora di me, 
leggi la mia operetta intitolata Libreria Martinengo, 
Autore. 

Le opere di cui m'ha detto, tanto pubblicate che 
inedite, le ho scorse tutte > molte delle quali mi sono 
andate veramente a genio; ma, per dirla schietta, altre 
mi hanno ammorbato pei troppi incensi. 
Ombra, 

Eh! l'incenso non è veleno: chi è saggio osserva le 
cose con diligenza e criterio, si appiglia al buono e 
senza indispettirsi cousidera tralci inutili il rimanente. 
Ma passiamo finalmente alla parte ecclesiastica, sopra 
la quale ti raccomando più assai di usare sacro ri- 
guardo. Le opere dei Santi Padri bresciani commentate 
così dottamente e pubblicate dal canonico Gagliardi 
sono i documenti plie rapporto alla sacra patria anti- 
chità meritarlo maggiore considerazione. La Brixia sacra 
i di Gradenigo, gli estratti degli archivi ecclesiastici 
procurati da Astezati, da Doneda, da Luchi , da Cro- 
stoni e da altri che troverai ne' miei fascicoli e P, 
ti potranno giovare d'assai; e molto più le annotazioni 
del canonico Gagliardi a quella parte dell' Italia sacra 



%2 



di Ughelli, che tratta de' Vescovi di Brescia e le altre 
annotazioni manoscritte dello stesso air indigesto Mar- 
tirologio Bresciano di Bernardino Paini....; ma, caro 
nipote, le ore del permesso concessomi sono prossime 
al tramonto; guai se le avessi a trapassare sol di un 
minuto! torno a raccomandarti accuratezza, criterio e 
prudenza, e desiderandoti ogni bene e salutandoti di 
cuore ti lascio. 

Autore. 
Un istante, sig. Zio, un istante per carità! permetta 
che le renda grazie dell' amorosissima ed inaspettata 
sua visita, dei provvidi suoi consigli, delle dotte sue 
istruzioni: permetta che le bac...., ma, a chi grido 
io mai? Egli già non è più! Adempirò a' miei doveri 
con essolui, quando avrò necessariamente a rivederlo 
ne' suoi paesi. Ora è meglio che mi raccolga, che ri- 
chiami a memoria ogni sup detto, onde poterne con-? 
servare ricordanza. 



DELLE 

STORIE 

BRESCIANE 



LIBRO PRIMO 



i. JL 



A provincia di Brescia è una delle più vaste,! 



deliziose e feconde di tutta la Lombardia; la purezza e Avanti 
la temperanza del suo aere avviva lo spirito ed invi- 
gorisce le membra de' numerosi suoi abitanti; e l'abbon- 
danza e la varietà de' suoi prodotti loro agevola i comodi 
della vita. Le Alpi Retiche la dividono a tramontana 
dal basso Tirolo e dalla Valtellina; quelle Camuue, 
il lago Sebino, ed a meriggio di quello il fiume Oglio 
la separano ad occaso ed a mezzogiorno dal Bergamasco 
e dal Cremonese; il Benaco, ed al di sotto ordinati 
termini di confine la distinguono dal Veronese e dal 
Mantovano. La sua lunghezza è di circa cento miglia, 
quaranta ad un di presso la sua larghezza: variarono 
però i suoi confini secondo le vicende dei tempi. 

§ 2. Questa provincia è popolata da circa trecento 
trenta mila persone, trentacinque mila ad un di presso 
delle quali abitano la città, e ne è diviso il rimanente 
pel territorio. 1 Bresciani sono per natura vivaci, in- 



26 LIBRO PRIMO 

— — f genui, operosi, intraprendenti, perspicaci, coltivatori 
Avanti j e j| e art j e jgjig sc ; enze 9 riconoscenti de' beneficii , 
prouti al soccorso degli infelici, sdegnosi delle viltà, 
intrepidi ne' cimenti, facili all'ira ed alla pace, ammi? 
ratori piuttosto del merito forestiero che non del proprio, 
e proclivi all'intemperanza più per l'abuso dei liquori 
o del vino che non per quello dei cibi. Gli abitanti la 
città sono gentilissimi e per gli edifici, per gli adobbi 
e per le splendidezze magnifici. Per la forza dello spi- 
rito e per quella del braccio debbono essere conimene 
dati i valleriaui di Camonica; ma, qual mai ne sia 1$ 
causa, peccano assai d'ipocondria e sono facili a ere-? 
dersi infermi, quando ancora essi godano franca salute. 
Per la fermezza dell'animo, per la vigoria dei membri, 
per le fabbrili industrie i Triumpilini si distinguono, 
ed i Sabiui. Il brio, il genio, l'attività sono le prero* 
gative di quelli del Piedimonte; la loquacità e la giaU 
tanza il difetto degli attivissimi Benacensi. E quelli che 
abitano la pianura presentano una vivezza di colorito, 
una elasticità di nervi, una franchezza di spirito assai 
più vigorosa nei paesi orientali del Mella che non in 
quelli occidentali. Così l'educazione ed il clima, che 
**n~ono ladro il Mauritano e l'Arabo, gioviale il Frau? 
o ,, faticoso il Fiammingo, taciturno Y Inglese, altiero 
lo Spagnuolo, fra i limiti ancora di uua sola provincia 
gli affetti distinguono ed i caratteri delle persone. 

§ 3. I prodotti di questa provincia sono molti e co- 
piosi. I boschi, i pascoli, le miniere di che abbondano 
le sue montagne, le rendono ricche di legnami, di lat- 
ticini, di lane e precipuamente di ferro; i cedri e gli 
ulivi della Riviera e, quel che è meglio, i prelibati 
suoi vini e quelli di Frauciacorta e di tutto il Piedimonte, 
vini encomiali da Virgilio, da Orazio, da Straboue 



LIBRO PRIMO àf 

sotto il nome di vino, retica, felicitano quelle avven- g— — ? 
turate regioni; le granaglie, i fieni ed il lino arric- Avanti 
chiscouo la pianura; e tutto il territorio insieme, trat- 
tane solo qualche picciola parte delle più alte vallate, 
abbonda di finissime sete, le quali traggono in pro- 
vincia il tributo del lusso straniero. Certo che sempre 
i prodotti seguitano le industrie, e giovano agli inte- 
ressi a proporzione della felicità dei commercio. 

§ 4- E difficile il decidere quali fossero i primi abita- 
tori di questa provincia, come io è parimenti di quelli 
di tutta Italia e di ogni altra nazione. L'antichità re- 
motissima si presenta al tardo postero circondata da 
tenebre impenetrabili. T. Livio però ne assicura, che 
questi paesi erano ue ? tempi antilatini abitati da genti 
Etnische (i). Gli Etruschi, Egli diceva, erano innanzi 
de' Romani una nazione potentissima per terra e per 
mare; ed anco sulla sponda sinistra del Po occu- 
pavano tutti i luoghi d' Italia, trattone il solo an- 
golo dei Veneti. Eglino, soggiunse, avevano trasmesse 
dodici colonie al di sopra dell' Apennino, Catone li 
disse: posseditori di quasi tutte le province d'Italia (2); 
Plutarco soggiunse, che i Galli gli espulsero da ottanta 
belle e grandi città torreggianti di qua dal Po (3), 



(1) Liv. lib. V. cap. 53. Tuscorum ante Rom* Imperium late 

terra marique opes paturre trans Padum omnia ìoca a 

exceptu Venelorum angulo 9 qui sinum circumcolunt maris , 
usque ad Alpes tenuere. Alpinis quoque ea gentibus, haud 
dulie ovigo est, maxime Rhetorum. 

{1) Cato a pud Servi um in vers. 567. AEnead. XI : in TuscO" 
rum jure pene omnis Italia fuerat. 

(j) Plutaic. in Camili. Fuerunt in ea (cioè nell'Italia su- 
periore al Po) urbes octodecim magnae ac pulcrae, quas onines 
Calli , Eiruscis pulsis > obtinucrunU 



3 8 LIBRO PRIMO 

— — " Donde poi gli Etruschi venissero, è difficile lo scruta 
Avanti tinarlo. Il marchese Maffei gli ha supposti genti di Ca- 
nanèa tragittate in Italia, varcando parte del Mediter- 
raneo e l'Adriatico; e pretende dimostrarlo confrontando 
gli istituti, il linguaggio, la religione, i nomi propri 
delle persone e delle città di que' popoli (i); ma ad 
onta della profonda sua erudizione e della forza del 
suo genio, non potè a meno di non tentar passi al 
buio. Mazzocchi, Guamacci e tutti i seguaci di Eouchart 
li credettero ugualmente Cananei o Fenici; Buonarrotti 
li pensò Egiziani; Pelloutier, Freret, Bardetti, Durandi 
li giudicarono Celti; I^eibaizio Germani ( vocabolo che 
presso gli antichi diceva lo stesso che Celti) (2); 
altri antiquari li vorrebbono Pelasghi. La sola pompa 
delle etimologie fu quasi sempre il fondamento di 
que' sistemi, i quali possono essere paragonati agli 
eroi di Cadmo che si combattevano e distruggevano a 
vicenda. ' 

Qualunque però sia degli Etruschi l'origine, è certo 
che eglino innanzi le invasioni dei Galli abitavano que- 
sti paesi, che quivi ebbero città e colonie; è certo che 
gli Etruschi furono genti per le industrie e pel genio 
preclare, per la legislazione e per gli istituti maestre, 
per la pietà venerande, perchè abbiano i Bresciani a 
sentir compiacenza di avere avuti cosi nobili ascen- 
denti. 



(1) Maffei, Origini Etrwche. — Verona illustrata, Pari. I, 
Uh. 1. 

(2) Cqsì insegna Dione Cassio, pag. 704 della celebre ediz. 
d'Amburgo dell'anno 177*}. 



LIBRO PRIMO 29 

§ 5. Apprese Roma dagli Etruschi la maggior parte- 



delle prime sue istituzioni (1); da quelli le lettere, le Avanti 
* 1 1 . G. C 

scienze, le arti assai tempo innanzi che ne cercasse in 

Grecia raffinamento; da quelli i principii astronomici, le 
norme della coltivazione e fino gli stessi strumenti ru- 
rali , come è facile persuadersene, confrontando l'aratro 
romano descritto da Virgilio (2) , e Y etrusco deli* 
Beato sopra la tavola L degli antichi monumenti pub- 
blicati da Giuseppe Micali. Oltre di questo, la gerarchia 
dei loro Lucumoni mostra quanto fosse prudentemente 
regolato il governo loro; }e istituzioni politiche e re- 
ligiose che da quelli apprese Numa Pompilio (3), la 
avvedutezza loro manifestano e la pietà; 1' ordine ar- 
chitettonico da quelli praticato ricorda ancora quanta 
fosse la solidità delle loro idee. Eschilo loda gli Etruschi 
siccome inventori della- Farmacia (4); Plinio dice che 
avesser eglino famigliarissima l'arte di formar statue (5); 
Cassiodoro aggiugne, che eglino primi la usassero in 
Italia (6). Ed onde conoscere con quanta perizia sapes- 
sero dipingere, basta osservare le tavole 5 1, 52 e 53 
dei soprallodati monumenti Micaliani. 



(1) Liv. lib. 39,8: multas artes ad animorwn, corporumque 
culturam nobis Etruria, eruditissima omnium gens, invexit. 
(0) Virgil. Georg, i, v. 170 et seq. 
(5) Liv., lib. t. -~ Florus, Ili. 1 cap. 1 e molti altri. 

(4) Teofrasto, Storia delle piante 3 rapporta questo verso di 
un poema elegiaco di Eschilo: 

Tvppnvtiv yèvzoiv (puppLotKÒ'jroiov ìfaos. 

(5) Plinio , lib. 39 cap. 7. 

(6) Cassiodortis , Var. VII, i5 : kas ( le statue ) primum Tusci 
in Italia invenisse reftrunlitr. 



3o LIBRO PRIMO 

1 5 6. Gli Etruschi distiuguevansi con nomi diversi, se- 
rvanti comJo l e diverse proviucie che abitavano. Questo nou 
è il luogo di parlare di quelli che occupavano la media 
ò l'inferiore Etruria; l'alta Italia, dov'è la provincia di 
Brescia, era abitata da popolazioni etnische; di quelle 
è d'uopo scrutinare i nomi e le vicende, onde tentare 
la possibile cognizione dei protopadri, se il furono, od 
almeuo di que' primi, dei quali resta memoria che 
abitassero la provincia. 

T. Livio assicura che quelli di que' popoli che ten- 
nero le stanze non lunge dal Ticino dicevansi Insu- 
bri (i) e che quelli delle provincie di Brescia e di 
Verona Libui si nominassero (2). Già da epoca imme- 
morabile, ma secondo opina Maffei, lungo tratto innanzi 
alla prima Olimpiade (3), avevano quelli signoreggiata 
gran parte d'Italia; quando ai tempi di Tarquinio 
Prisco Y Re di Roma, il quale dominò dall'anno 6i5 
Anno fino all'anno 577, innanzi Gesù Cristo (4), furono parte 
9 assoggettati alla poteuza romana e parte espulsi dai 
Galli dalle patrie sedi. Tarquinio li guerreggiò, se ne 
sommise dodici provincie (5); e mentre percossi quelli 
ed avviliti piangevano la perdita dei fratelli assogget- 
tati ai Romani, altri conquistatori scendevano per akra 
parte a batterli all'altro fianco. I Galli provocati dalla 
fame, agitati da intestine discordie ed animati dallo 
spirito della conquista, condotti da Belloveso figlio del 

(1) Liv. lib. 5 cap. 35: haud procul Ticino. 

(2) Ubi mine Brixia ac Verona urbes sunt*.. tenuere Lebui* 
Liv. pag. 291 edit. Venet. 1680, apud Stephanum Curtium. 

(3) Maffei, Osserv. Leiter. t. 4 e. i4« 

(4)Petavius, U 1 pari. 1 lib* 2 cap. ^pag. 91, edit. Ven. 179.2. 

(5) Florus, lib. 1 cap. 5 pag. 20 edit. Parysiorum i564« 

Vuodecim namque Tusciae popufos frequentibus armis subegù* 



LIBRO PRIMO 3i 

re Àmbigato, valicarono in numero immenso le Alpi (i), gH5BB BB 
attraversarono il paese de' Taurisei (la maggior parte ^, va " u 
dei quale ora è occupato dalla Signoria del Piemonte), anno 
ed allettati dalla ubertà del terreno insubre scaccia- 5<)6\ 
rouo da: quello i patrii abitatori ed ivi fermarono le 
stauze loro. 

§ 7. Desiderosi quegli invasori di meglio assicurarsi 
il nuovo soggiorno col braccio di altre genti della stessa 
loro nazione, addirizzarono avvisatori ai Cenomani, po- 
poli che abitavano il paese, ora detto de la Maine, 
dipartimento de la Surthe, gli invitarono a scendere essi 
ancora in un paese abbondante di frutta dilicate, e per 
le aure confortatrici, e per i vini generosi, allettantis- 
simo; ed onde meglio addescarli, non mancarono di 
avviare a quelli canestri e botteglie. Presi eglino da 
tanto lusinghevole allettamento (2), dietro le bandiere 
di Elitrovio duce loro, attraversate in lunghe torme 
varie provincie della Francia, si presentarono all' Alpi 
tentandone il valico, dove non lungo tempo innanzi 
superate le avevano i primi avventurieri. Si opposero 
i Taurisei all' atteutato di quelli; ma Belloveso inviò 
loro dall' Insubria de' soccorsi, e minacciando i Taurisei 
alla schiena gli obbligò a ritirarsi ed a lasciare libero 
il passaggio a' suoi consorti. Dalle balze alpine disce- 
sero allora nuove turbe fameliche dell'italico pane, le 
quali, espulsi gli Etruschi-Libui dalle patrie sedi, pre- 
sero le stanze in que' luoghi ne' quali Brescia e Verona 

(1) Diouysius, Uh. V. — Livius, lib. Y pag. 290. 
(1) Ariosto , cant. 4 1 ott. 2 , dietro a quanto avevano lasciata 
scritto T. Livio, Plutarco, Plinio ed altri così cantò; 

V almo licor .... 

Che già i Celti e i Boi 

Fé' passar f Alpi* 



32 LIBRO PRIMO 

— — — M vennero poscia edificate (i). Così una illustre nazione 

Avanti f Q costretta a cedere ad una potenza estranea le do- 

anno' vizie, i focolari, le culle. 

- y 9^« § 8. Cedettero gli Etruschi alla forza superiore dei 

Galli; ma ùon è da credere che abbian queglino ab- 
bandonate le sedi avite, innanzi di opporre agli invasori 
della patria quella resistenza che avranno potuto mag- 
giore. Vivevano, cantò Orazio, degli eroi innanzi ancora 
che sorgessero gli Atridi e folte tenebre coprono il nome? 
loro, solo perchè nessun genio illusore raccomandolli ai 
posteri (2). Reto, fattosi capitano delle profughe popo- 
lazioni, procurò a quelle un asilo fra le Alpi; e tanto 
se ne rese benemerito, che ebbero quelle ad orrore di 
chiamarsi Rezie dal suo nome (3). Non è probabile che 
egli tutte le radunasse in quel solo tratto di paese 5 
che di presente si allarga poco oltre il distretto di 
Coirà , come , leggendo di troppo stretta maniera ur* 
passo di Str abone (4), lo Tscudo, lo Sperchero e lo 



(1) T. Liv. lib, V pag. 291 : Alia subinde manus Germano- 
rum ( che è lo stesso che Celti vedi la not. 5 )• Elitrovio duce 
vestigia priorum sequuta, cum trascendisset Àlpes , ubi mine 
Brixia ac Verona urbes sunt ( locum tenuere Libiti ) considunt, 

(q) Horat. carm. lib. 4 od. 9. 

Viocere fortes ante Agamennona 
Multi : sed omnes illacrimabile s 
Urgerìtur, ignotique longa 
Nocle ; careni quia Vaie sacro. 

(3) Jnstinus, lib. 20 presso la fine : Tusci quoque Duce Retho, 
aviti s sedibus amissis, Alpes occupavere, et nomine Ducis gentem 
Retiorum condiderunt 

(4) Strabo Geograph. lib. 4: 7$ Jg Kiwévvioty Xcc! TpjJsy- 
vhoiy xc*t trovai) noti ócKKcc ttXzio [juxpd g3vj/, kxtìxovtU) 
riiv \tuKÌoìv h tqÌs Trpótfev xpóvots. 



G. C 



LIBRO PRIMO 33 

stesso canonico Paolo Gagliardi inclinarono ad opi- 
nare (i). Le turbe Etnische fugate dai Galli erano tante ^ va ^ t! 
che valevano prima a frequentare di abitatori tutto 
quel largo tratto di paese, che dai conlini dei Tau risei 
e dei Liguri fino quasi oltre il Bacchigliene si distende; 
e non è da credersi che tante genti siensi affoltate ed 
abbiano trovati mezzi di vivere dentro così angusti con- 
fini. Strabone scrisse: che i Reti erano circondati dai 
Leponzi, dai Trentini ^ dagli Stoni e da molte altre 
piccole genti; ma aggiunse che quelle ne' passati tempi, 
cioè innanzi l'invasione de' Galli, avevano abitato V Ita- 
lia, e per questo non le escluse dalla origine etrusca. 
Dione Cassio, parlando dei Reti, li descrisse estesi fia 
presso Trento ed il JNorico (2). T 4 Livio accordò loro 
ancora più Vasti confini, ed aggiunse che a' suoi tempi 
erano decaduti assai dalla cultura antica, e che più 
non conservavano di etrusco che il linguaggio, e quello 
ancora corrotto (3). Al detto di quegli Autori sì deve 
aggiuguere, che se le popolazioni etrusehe, le quali se- 
guitarono Reto, si fossero rinserrate nella sola provincia 
di Coirà, procedendo i tempi, non avrebbouo intanto 
disgiunte situazioni alpine contesa la vittoria all'armi 
di Augusto comandate da Druso. Ma siccome non è 
mio scopo di stendere la storica indagine oltre i con- 



(1) TscuduS/ De prisca et vera alpina Relia» — Speicherus, 
\HactIi. lib. '2. — Gagliardi, Parere § 9. 

(2) Dio Cass. , Lib. 44 cap. 11: Rhaeti qui inter Noricum 
et Gal ti ami ad Alpe s Triclentinas Italiae fi ni ti ma s , sedes suas 
habent. 

(3) T. Liv. lib. 5: Alpinis quoque ea (Etnisca) gentibus', 
hauti dubie origo est, e quei che segue. Veggasi l'autore. 

Vol. I. 3 



Avanti 
G. C. 



34 LIBRO PRIMO 

-fini bresciani, basta che mi studi di scrutinare, in qual 
parte delle nostre vallate si rifugiarono que* Toschi" 
Libai, che furono costretti dai Galli Cenomani ad ab- 
bandonare le pianure bresciane. 

§ 9. Quelli, come abbiamo osservato, assunsero il 
nome dal loro condottier generale. Divisi però in colonne 
diverse, secondo la valle diversa che penetrarono, ven- 
nero ancora con diversi nomi distinti; di quella ma- 
niera che ancor di presente si distinguono con diverse 
nomenclature le diverse provincie di una sola nazione. 
Sei di quelle varie comunanze di popoli vengono ri- 
cordate ancora presentemente dagli scrittori o dai 
marmi: e sono i Breuni, i Camuni, i Triumpilini, i 
Yennoni, i Vardagatensi , gli Stoni. 

I Breuni non ebbero già il nome da Brenno con- 
quistatore, il quale, come vedrem procedendo, non 
alitò forse mai aura bresciana: ma erano una colonia 
di Toschi-Libia stabilita in Yallecamonica lungo tempo 
innanzi che quel capitano discendesse in Italia, e dopo 
percossa Roma irrompesse per Y Illirico e le Pannonie, 
e depredata poscia la Macedonia, perdesse finalmente 
alle faide del Parnaso la vita (1). Vengono i Breuni 
ricordati dal marmo famoso, detto il trofeo dell'Alpi 
rapportato da Plinio (2). Orazio li disse popoli veloci, 
difesi da rocche tremende, perchè erette su per le balze 
de' monti; ed aggiunse che più d'una volta contra- 



(1) Giustino, compendiando le storie ora perdute di Tro^o 
Pompeo, tesse l'itinerario delle imprese di Brenno nei lib. ^4 
delle sue opere. 

(2) Plìnius, Uh. 5 cap* 20 pag. 48 edìL Liigduni , i56i, 



LIBRO PRIMO 35 

starono ai Romani le palme (i). Le reliquie di alligai me SSSSÈBB 
rocche che si veggono ancora sopra la rupe, che a Avanti 
libeccio di Breno sembra alzata dalla natura in difesa 
della Vallecamonica superiore, par che ricordino gli 
avanzi degli antichissimi forti dei B retini; e lo stesso 
nome Breno, senza alcuna etimologica alterazione, con- 
serva la memoria di quelle genti. 

I Carmini, detti ancora Carnali , erano probabil- 
mente eglino ancora una tribù etrusca che afforzata dai 
Galli Cenomani abbandonò la pianura e rifugi ossi fra 
i monti. Sono essi ricordati da varie iscrizioni recate dal 
patrio archeologo Ottavio Rossi (2); sono ricordati dal 
citato trofeo d'Aug isto. Dione Cassio li dice Axitikì yivv y 
genti alpine, e descrive le pugne che sostennero contro 
i Romani e la vittoria che ne ebbe Publio Silo (3). 
Avranno essi ancora avuto il luogo centrale della loro 
comunanza, e sembra non essere fuor di proposito il 
sospettare che quello fosse Rogno, paese poche miglia 
al di sopra di Lovere, ivi essendo una iscrizione antica^ 
della quale il luogo, dove quella fu eretta, è nominato 
città (4). La plaga di Rogno ricreata dai primi raggi 



(1) Horatius, Carni. Uh. 4 od. 14* 

Brenna sq uè velcces et arcès 
Alpìbus impasitas tremendis 
Dejech accr. 

(2) Rossi, Marmi Bresciani /. 92, 90 ed altrove. 

(3) Dio Cass. pag. 749: Kóttioisvoi, xccì Ouivoi, Ak7nxcc yivy. 

(4) Quella iscrizione non rapportala dagli archeologi, è nella 
parrocchiale di Rogno in uno de' piloni della cappella di san 
Carlo « dice 

DRYSO • TI • AVG • F • 

DIVI • 1VLI - PR • SODALI ■ AVG 

POTIIXV-Y1 • C1Y1T 



56 LIBRO PRIMO 
""■' del sole rinascente, confortata dalla tepidezza del lago 

Avanti v ; c ; uo difesa ad un fianco da rupi altissime, lambita 
e e* 

all'altro dalle correnti dell' Oglio, felicitata da pro- 
spere vigue e da saporitissime frutta, può avere facil- 
mente adescato i Camuui a sceglierla per capo-luogo 
della loro tribù. 

Eguale origine ebbero probabilmente ancora i Trium- 
pilini, i Vennoni, gli Stoni, antichi popoli delle valli 
Trompia e Sabia. Il citato trofeo d'Augusto ed i marmi 
recati da Rossi ne conservano degli antichi Triumpi- 
lini la memoria. Abitavano quelli la valle donde scen- 
de il Mella, ma non più esistono documenti valevoli 
ad indicare ove avessero il capo-luogo e qual linea di 
confine li separasse ad oriente dai Vennoni. 

I Vennoni ancora sono ricordati dal più volte citato 
trofeo dell'Alpi, da Tolomeo (i), da Strabene (2). La- 
vennone, paese della Vallesabia, conserva ancora il 
nome di quegli Alpigiani. Ad oriente dei Vennoni erano 
gli Stoni. Plinio citando Catone ed appoggiato alla 
etimologia del nome Stonos, li reputa di schiatta Eu- 
ganea (3)) non però tali li pensò T. Livio (4); anzi 
un frammento dei Fasti Triunfali rapportato dal Gru- 



Non intendo che la voce civitas in questo luogo significhi 
assolutamente una città; ma solo un paese dove risieda il Go- 
verno di altri vicini, che ora diremmo Capoluogo del distretto; 
nel qual senso e stata usata ancora da Cesare e singolarmente 
più volte De Beilo Gallico, lib. 1 cap. 12. 

(1) Ptolomeus, lib. 1 cap. io. 

(2) Straho, Geograph. lib. 4« 

(3) Plinius, lib* 3 cap, io: Stonos . . . . genere Euganeos, 
inde tracio nomine. 

(4) T. L.ivius, Epilom, lib. 62. 



LIBRO PRIMO 37 

tero (1) li nomina Liguri , voce che suona lo stesso' 



he Libui. come ha dottamente dimostrato il 1\ Sta- y?*^ 1 
uislao Bardetti (2); e Stefano Bisantino dice franca- 
mente Ligustica la città loro (3); la quale è appellata 
.la Plinio: Metropoli di tutti gli Alpigiani (4). Ed è 
acile che Vistone, grosso paese della Vallesabiaj il 
juale ancor di presente è capo-luogo distrettuale, sia 
'antico Stono, il vetus Stonos , del quale ancora con- 
ferva il nome. 

Ad oriente degli Stoni erano gli antichi Vardaga- 
;esi. Non alcuno scrittore antico ne conserva ricordanza 
lì que' popoli; anzi lo stesso trofeo d'Augusto trascritto 
la Plinio non muove parola alcuna de' Vare! aga tesi, 
3ove annovera tutte le altre tribù de' prossimi Alpi- 
giani. L' unico documento che di quelli ne tramandi 
memoria è T epitaiio sepolcrale che Annio Valerio Ca- 
tullo ha eretto a Sesto Valerio Poblicola, nel quale, 
altre gli altri encomi, quel personaggio viene nominato 
Protettore delia città de' Vardagatesi (5). Il marchese 
Maffei fu il primo ad opinare, che la città ovvero il 
sapo-luogo di quella tribù fosse Gavardo, grosso ca- 
stello sulle sponde del Chiese, donde viene estratto il 
Navilio. 

(1) Gruler, pag. 998 : 

Q • MARCIVS • Q • F • Q • N • REX 
PROCOSS • A • DCXXVI 
DE • LIGYRIBVS • STOEMS ■' 

III ■ NON • DEC 
(1) Bardetti, Ve' Prischi abitatori d'Italia. 

(3) Steph. Bysant.: ^Etoùvoz iroKis Atyupav* 

(4) Plin. Uh. 3 cap. 'io: Caput eorum Stonos. 

(5) Quel marmo fu uno de' molli raccolti dal celebre patrio 
archeologo Giulio Antonio Averoldi ed ora conservasi nel Mu&o 
di Brescia , classe Epitaphia. 



38 LIBRO PRIMO 

- rg § io. Gli Etruschi profughi dalla Lombardia non 

V a ^ U lasciarono addietro paesi inospiti, a somiglianza di 
que' selvaggi che disertano da una contrada e vanno 
a cercare altrove ospizio, qualunque volta gli stringa il 
bisogno. Nel paese che dovettero abbandonar gli Etru- 
schi^ gli invasori trovarono campagne coltivatissime, 
frequenti villaggi e molte città, alcune delle quali era- 
no grandi e cospicue. Tutte i Galli furentemente le 
diroccarono, non considerandole che monumenti di 
servitù e rifugio di debolezza; essendo eglino accostu- 
mati a vivere all'aperto, a non curare che gli armenti, 
ed a non esercitare altra arte che l'agricoltura e la 
guerra (i), costumanze da loro per lungo tempo con- 
tinuate (2). Plinio ha conservato il nome di alcune di 
quelle città che furouo dai Galli a que' tempi distrut- 
te (3), e sono Caturige e Melpo, che erano nel paese 
occupato poscia dagli Insubri, Spina non loutaua dalle 
foci del Po, Barra sopra il colle dove di poi Bergomo 
si fabbricò; e Mantova, soggiunse, è la sola di tutte le 
città etrusche alla sinistra del Po che andò salva dalla 
comune rovina (4). 

1 Galli alitando aure lombarde, aure adatte a sper- 
dere ogni selvatichezza da chiunque abbia anima sana 
in corpo sano, procedendo i tempi, della pristina ru- 



(1) Polybius, lib. 1 prtg. i5;, ediz. di Basilea, i558. 

(1) Ne afferma Tacilo, Hist. lib. IV cap. 64, che lunghi anni 
dopo un ambasciatore dei Galli inviato ai Romani, vedendo 

le mura di Roma, le disse addirittura muros coloniae 

mwiimenta servitati s ; alle quali parole aggiunse: etiam fera 
ammalia, si clausa leneas , virtulis oblivìscuntur. 

(5) Plinius, lib. 5 cap. 16 et 17. 

(4) Plinius, lib. 3 cap. 19, scrisse: Mantua Tuscorum sola 
rei i qua. 



LIBRO PRIMO 3cj 

iticità si spogliarono, e raccogliendoli in aggregazion 



maggiori di quelle che usassero prima , Fabbricarono Avanti 
nuove città. ~~ Milano, Conio, Brescia, Bergomo, Trento, 
Yeroua, Vicenza vennero per opera loro edificate (i); 
ed è probabile che abbiau eglino erette quelle città, 
dove le rovine delle etnische demolite apprestavano 
vecchi materiali per fabbricarne di nuove. L'aver essi 
eretto Bergomo dove giacevano le reliquie di Barra, 
porge argomento di tale congettura. 

§ 11. Le pendici del colle Cidneo prosperate da 
aure saluberrime e dominanti una larga ed ubertosa 
pianura avranno facilmente allettato i primi italiani 
a radunarvisi in copia e ad erigervi un grosso corpo 
di abitazioni. Se è vero, come ne assicura Plutarco, 
che i Galli espulsero gli Etruschi da ottanta belle e 
grandi città (2) le quali tutte erano di sopra del Po, 
convien credere che alcuna di quelle, e forse ancora 
più d'una, abbia torreggiato fra i confini bresciani; e 
supponendone una pur sul Cidneo xìeve dirsi, che dopo 
essere stata quella distrutta dai Cenomani ancor silvestri, 
avrà poscia ai Cenomani ingentiliti apprestati, fra le 
sue rovine, i materiali per erigere Brescia, Pausania, 
Ovidio, Servio, Lattanzio scrissero: che i Libai di qua 
dal Po a' tempi nei quali finsero i poeti, che fosse Fe- 
tonte precipitato nelP onde di quel fiume, vennero go- 
vernati da un Lucumone (nome col quale gli Etruschi 
solevano chiamare i loro governatori re) il quale 
era detto Cidno, e quello avrà forse dato il nome al 



(1) Juslinus, Jib. Ili cap. ig 3 edit. Gryphìi pag. 160: Galli .... 
Mediolanum , Comum , Brixiam , Vcronam, Bergomum , Tri' 
denta m , Ficciitiam condiderunt. 

^2) Veggasi la noia 5 a pag. 27. 



4o LIBRO PRIMO 

~ ~ JW : co |] e Cidnèo e fors'anco alle abitazioni sopra di quello 
Avanti e( ]jf lca t e (,y J\j a escasi alla fine da un' epoca tanto 



caligine 



§ 12. I Galli che fugarono da questa provincia gli 
Etnischi Libai furono i Galli Cenomani calati dall'Alpi 
dietro le bandiere di Elitrovio; quelli furono che in 
questa provincia ed in molte altre di Lombardia sta- 
bilirono le sedi loro; quelli che sulle pendici del colle 
Cidnèo, giovandosi forse dei rottami di altra città per 
lo innanzi da loro distrutta, edificarono Brescia. Se 
esistessero ancora le opere di Trogo Pompeo, e non 
fossimo di presente costretti a leggerne solo il com- 
pendio procuratoci da Giustino, non forse avrebbe mai 
immaginato scrittore alcuno di affibbiare allo stesso 
Giustino Y idea che Brescia sia stata fabbricata da 
Brenno (2). Giustino, dove parla della erezione di Bre- 
scia, compendia Trogo, e per brevità congiunge varie 
discese dei Galli (3). Parla, cioè, di quella dei se« 
gnaci di BellQveso, di quelli di Elitrovio, dei Sennoni, 



(1) Pausanias, in Attici* cap. 3o. — Ovidius, Metamorpk. 
lib. n vevs. 567 et srq. — Servius, in vers. 189, AEneacL X. — 
Lactantius, Placid. lib. 'i fab. 4, parlano di Cidno il Lucu- 
mone degli Etruschi. E quello non è già il Cidno figlio di 
Ocito e di Euforite, che veleggiò con 12 navi a Troja; non 
quello che fu prosapia dì Marte ed ucciso da Ercole ; non il ge- 
nerato da Nettuno e trafitto da Achille; ina quidam Lìgus Cycnus 
nomine (Servio), il quale Ligurum populos, et magnas rexerat 
urhes ( Ovid. ) ; e gli Etruschi-Libui o Liguri da lui governati 
erano quelli che abitavano la sponda sinistra del Po: A.iyvoV 

«7W 'HpjStfyoV 9rgp«y#... Kvkvov , .... yivifo IW/As <pvai\ 

Pausani a. 

(•2) Ottavio Rossi, Mann. Bresc. f. 2. 

(3) Justinus, lib. XX cap. 5. 



LIBRO 1MUMO 41 

de'Boi ecce. Ha però egli altrove diffusamente descritte *■ ■ — 
le imprese di Brenoo, siccome abbiamo pur detto, e ^, va p li 
quelle avvennero sempre lontane dai confini bresciani. 
Brescia fu fabbricata dai Galli Ccnomani, e lo fu dopo 
che quelli si erano della pristina selvatichezzauu po' di- 
rozzati. Il tempo e più del tempo le circostanze dei 
tempi cooperano all' erudimeuto dei popoli ed a tra- 
mutare i caratteri delle nazioni. Finche gli Americani 
trattarono solamente con altri Americani, vissero in- 
colti, infingardi, stupidi; praticarono genti europee, e 
più non sono quelli di prima. Tal fu de' Cenomani : 
finche ebbero essi a trattare con genti della stessa loro 
nazione e rozze al pari di loro, abitavano, disse 
Polibio, villaggi aperti (i), erano spogli di ogni or- 
namento, dormivano sdraiati sopra le foglie o le gra- 
migne; ma qnando , soggiuuse lo stesso autore (2), 
ansiosi com' essi erano dell' amicizia dei popoli cir- 
convicini, ebbero a trattare cogli Etruschi, cogli Eu- 
ganei, coi Pelasghi , coi Veneti, popoli istruttissimi e 
loro viciui, da quelli appresero costumanze migliori, 
ed in breve tempo desiderarono di avere città e die- 
dero opera a fabbricarle (3). Dal che calcolando un 
mezzo secolo, siccome tempo necessario al dirozzamela 



(1) Polybius, lib.i cap.1*]: Villas habitabant nullis septas 
moenibus , apparala omni prorsus expertes erant ; in terra 
super strato grami ne dormiebant. 

(•2) Polybius, Uh. 1 : Cam iis ( cioè con gli Etruschi , con gli 
Euganei ecc.) oh vici ni tate m loci frequentar Galli conversabantur, 

(5) Justinus, lib. pag. a65 : Ab his igitur Galli , et unum 
cultioris v'itae 3 deposita et mnnufacta barbarie, et agrorum 
cultus , et urbes moenibus cingere didicerunt. Tunc et legibus 
non armìs vivere, tunc et vitem potare, et olivam sererecon* 
sucverunL 



4a LIBRO PRIMO 

~di loro; cioè dall'epoca che sì affannavano per dislrug- 
G. C. & QVe > a ( I ue " a cne cominciarono ad affaticarsi per fab- 
bricare, è da credersi che abbian eglino incominciato 
ad erigere Brescia verso Tanno di Roma 208, secondo 
il computo di Yarrone, il quale corrisponde all'an- 
Anno no 546 avanti la nascita del Redentore, cioè quando 
4 * Roma era governata da Servio Tulio, sesto suo re (1). 
§ i.3. !Non è probabile che i Cenornani abbiano con- 
temporaneamente eretto Brescia, Verona e le altre città 
annoverate da Giustiuo; ma è da credersi invece che 
si saranno un po' alla volta aggregati in grosse comu- 
nanze, e di passo in passo pur si saranno per la fab- 
brica delle città medesime adoperati. Brescia che di 
tutto lo stato de ? Cenornani fu la metropoli (2), sarà 
pure stata per avventura la prima che fra tutte le 
città cenomane abbia avuto ingrandimento. 

Il paese occupato dai Cenornani, secondo Tolomeo (3), 
comprendeva Brescia, Bergomo, Gremona , Verona ^ 



(1) Sembra verosimile quest'epoca approssimativa, conside- 
rando che i Cenornani scesero dall'Alpi ai tempi di Tarquinia 
Prisco, come ne accerta T. Livio ( lib. V). Regnò quegli dal- 
l'anno 6i5 sino all'anno 577 innanzi G. C. L'epoca inter- 
media del suo governo è l'anno 5g6 avanti G.C. Detratto da 
questa il mezzo secolo consideralo necessario al dirozzamene 
de' Cenornani ne risulta V anno 54$ avanti G. C. per quel- 
l'epoca nella quale probabilmente incominciarono ad affaticarsi 
per erigere Brescia. 

(1) T. Livius, Uh. Ss cap. 5o ; Brixia caput gentis Genomi' 
norum eral. — E Magini commentando la tav. XVi di Tolomeo, 
dice: Brixia civitas pei vetusta, prìstinum retinens nomea , Ce 
HO mano rum olim caput, et melropolis. 

(5) Plolomeus, lib» 3 cap. 1 tab. VI. 



LIBRO PRIMO 43 

Mantova, Trento, Bedriaco (1), il Foro de' Digiunti,— 

,. , n / \ i • • ' Avanti 

ove di presente e trema (a), ed a queste aggiungasi ^ ^ 

aucora Vicenza, secondo il disse Giustino (3). Tale am- 
piezza dello Stato de' Cenomaui che non fu pur tutta 
dai Bresciani del secolo trascorso vantata, suscitò le 
famose gare letterarie fra quelli ed i Veronesi. Mons. 
canonico Gagliardi era l'antesignano de'Bresciaui, ed il 
march. Scipioue Maffei quello de' Veronesi. Quale delle 
due parti abbia ottenuto la palma, può chiunque ac- 
certarsene leggendo le lettere pubblicate sopra tale 
proposito dall' ab. professor Domenico Lazzarini, illustre 
letterato, il quale per essere estranio ad ambe le pro- 
vincie non può sospettarsi da patria tenerezza preoc- 
cupato. 

Le città cenomane, delle quali Brescia era metro- 
poli, non potevano in sulle prime tutte dirsi città, seb- 
bene ne' secoli posteriori per rocche e templi ed anfi- 
teatri ed archi crebbero magnifiche, e per numerose 
popolazioni e per genii illustri divennero celeberrime; 
perchè in que' primi tempi incominciavano appena a 
sorgere sopra i rottami delle anteriori etnische demo- 
lite. Ne tutte in sulle prime dipendevano da Brescia 
metropoli, perchè non tutte ad un tratto furono a quella 
potenza assoggettate, della qual cosa ne reca Mantova 
argomento, la quale salvò i suoi edifici etruschi, per- 
chè non cedette ai Genomani, se non dopo eh' ebber 

(1) Bedriaco , luogo famoso per la battaglia seguila ira le 
ormate degli imperatori Ottone e Yitellio, ed ogni argomento 
induce a credere che lòsse dove ora è Canneto, come vedremo 
proseguendo. 

(a) Culverius, Italia Antiqua, Uh, 2 cap. 9, dice che il 
(pópov louTovwvi cioè fòsse dove è Crema. 

^5) Juslinus, itti supra. 



44 LIBRO PRIMO 

eglino corretta la pristina selvatichezza e temperato lo 
-™, va " u spirito di distruzione. 

§ i4- Il governo dei Genomani era repubblicano; le 
città loro soggette a Brescia, alle quali T. Livio, rap- 
portandosi a que'ienipi, dà il nome di villaggi ($e* 
nomanorum vìcos), avevano i loro municipi; e l'as* 
semblea principale de' senatori risiedeva in Brescia. 
Quelli furono i magistrati ai quali il consolo M. Coi> 
nelio Cetego inviò ambasciatori, affinchè in suo nome 
si querelassero, perchè guerreggiando egli gl'insubri, 
aveva avuto avviso che alle schiere de' suoi nemici si 
erano aggiunte alcune bande di cenomana gioventù, la 
quale per tal modo violava l'alleanza della sua nazione 
con Roma (i). 

L'essere stata Brescia metropoli di città risorgenti, 
le quali per l'angustia de' primordi furono da T. Li- 
vio nominate villaggi; l'aver essa probabilmente pro- 
curato l'ingrandimento di quelle, siccome e per lo 
amore della nazione e per principii di politica e per 
sentimenti di equità lo doveva, le meritò la gratitu- 
dine delle medesime; e fu per quello che alcuni secoli 
dopo il lepidissimo poeta veronese C. Valerio Catullo 
^ornino Brescia, madre amata della patria sua Verona, 
* Flavus quam molli percurrit flumine Melo 
* Brixia Veronae mater amata meae (2). 

(1) T. Liv. , lib. 11: Consul Cornelius eidem flumini ( al 
Mincio) castra applicuit ; inde mittendo in vicos ctnomano* 
rum, Brixiamquc , quae Caput gentis erat , ut satis comperiti 
non ex auctoritate Seriwrum ( de' Senatori) juventutem in ar- 
mis esse, nec Publico Consilio Insubrium defectioni Ce no ma» 
nos se adjunxisse , etc^ 

(«2) Calullus, Carm. 65 v. 53 et seq. Questo Carme del poeta 
Veronese percosso quanto il più si poteva nel secolo trascorso 



LIBRO PRIMO 45 

§ i5. Dall'anno 54o innanzi la nascita del Reden- f ^ mmmmm 
iore fino al trionfo del console Cornelio trapassarono ^ va " tl 
circa 343 anni; per tutto il decorso dei quali si con- 
servarono i Cenomaui da ogni altro potentato indipen- 
denti. Non devesi però credere che abbian egliiio sem- 
pre goduta frattanto prospera tranquillità. Erano trop- 
po floride le provincie loro, perchè goder le potessero 
senza rivali; e le maniere prepotènti onde le avevauo 
usurpate, tenevano irritato contro di loro la terra ed 
il cielo. Dai Reti-etruschi dell'Alpi vicine traevano 
essi lane, cera, mele, vino, latticini, resine, e ne davano 
in cambio quei generi di vittovaglie dei quali abbon- 
davano *(i); ma ad onta di tali comunicazioni di com- 
mercio non potevano que' poveri alpigiani dimenticare 
la violenza,- che gli aveva costretti ad abbandonare le 
ubertose loro campagne, a piangere le culle antiche, 
le antiche città; e di quando in quando discendevano 
armati, tentando pure di rivendicare il perduto. Al- 
l'idea della vendetta aggiugneva spesse volte stimoli la 
fame, perlocchè discendevano sovente in turbe armate 
a scorrere le vicine pianure, a depredarle (2). E pro- 
babile ancora che in quel tratto di tempi sieno stati 
i Genomani guerreggiati dagli altri Galli vicini loro. 
Tale congettura viene sostenuta con forte argomento, 
ma non assicurata con alcuna testimonianza. Cremona 
era da principio città cenomana, come, dietro Trogo 



dal march. Maffei, venne con tanto valore difeso dal Volpi, 
dal prof. Bartoli, e finalmente dall'ai). Lazzarini ( Lett. 1. ) , 
che vorrei credere non sarà più chi osi attaccarne 1' originalità 
e Le grazie. 

(1) PolybiuS,-//&. 3ptfg\36, ediz. di Basilea dell'anno r5f>8» 

(2) Slrabo, libn 4 pag* i~9> edit. Jìasikae an. i55g. 



46 LIBRO PRIMO 

! ' — : Pompeo, ne assicura Giustino (i); e Cremona Tanno 22 

Avanti i mì anzi G. C. cadde in potere del console Claudio Mar- 
cello., mentre egli combatteva gli Insubri ed i Boi (2); 
dunque, o quella città erasi per lo innanzi ai Cenomani 
ribellata e sommessa ad altri Galli 3 ovvero altri Galli, 
guerreggiando contro i Cenomani, la avevano prima di 
quell' epoca conquistata. 

§ 16. La religioue dei Cenomani era quella dei Celti, 
cioè quella della nazione dalla quale erano usciti. Ave- 
vano essi dei boschi sacri; applicavano il nome di 
immaginarie divinità a quelle piante che più frondeg- 
giavano o che meglio rapivano loro fortuitamente il 
capriccio; sacrificavano vittime umane (3); gli auspici 
loro studiavano l'avvenire, interpretando il mormorio 
dell' aure discorrenti fremendo trammezzo alle frondt 
od it nitrito di alcuni cavalli bianchissimi, che sempre 
immuni da ogni servigio pascevano a tal uopo nelle 
sacre loro boscaglie (4). Essendo però confinanti a set- 
tentrione coi Reti-Etruschi, ad oriente con diversi po- 
poli di origine greca, ed avendo alleanza con i Romani, 
un po' alla volta accomunarono agli indigeti numi 
quelli ancora delle nazioni, colle quali avevano pros- 
sima corrispondenza; e così tanto più si allontanavano 
dai principii del vero culto, quanto più procedevano 
tra la farraggine delle diverse superstizioni. 

§ 17. Era l'anno 225 avanti G. C. mentre erano 
consoli Lucio Emilio Papo ed Attilio Regolo, quando 



(1) Justinns, lìb. 00 cap. 5. 

(2) Polybius, lib. 3. — Livius, Epitom. lib. 20. 

(5) Plinius, lib. 7 cap. 2 ; Hominem immolari genlium ea'vum 
more solilitm. 

(4) Tacitati De silu, et moribus , et populis Germaniae* 



LIBRO PRIMO lq 

i Romani guerreggiati da' Boi e dagli Insubri man-^^^ 5 

daremo ambasciatori ai Veneti ed ai Cebo mani, do- A „ va " tl 

o» e. 

mandando alleanza e soccorso (i). Non delusero quei, anno 
magnanimi le speranze loro; e raccolto un esercito di 22 - ># 
venti mila armati, lo spedirono iu aiuto de' loro con- 
federati ; e per tale maniera diedero ai Romani argo- 
mento di vera fedeltà e valore (2). Rotta poscia ai 
Romani la seconda guerra punica sotto il consolato di 
Cornelio Scipione e di Semprouio Longo > e minacciati 
dalle forze del cartaginese Annibale e da quelle insieme A nno 
degl'i Insubri, de' Boi , dei Gessati e di altri Galli ai8. 
che si erano con esso lui alleati: Roma domandò nuo- 
vamente soccorso ai Cenomani, sola fra tutte le tribù 
galliche che a lei serbavasi ancora amica (3); ed i 
Cenomani non lasciarono deluse le speranze di Roma. 
Giurarono nuovamente le due repubbliche alleanza; fer- 
marono sacramento in nome di Ercole, di Giove, di Apol- 
line; secondo l'uso di que' tempi , in pegno di fede 
sacrificarono un toro (4). E tale fu il soccorso che Ro- 

(1) PoJybius, lib. 1 cap. 23: Veneti vero et Cenomani, ac» 
: cepta a Romani s legatione, ho rum socie tatem praeoptavunt. 

(2) Polyhius, lib. 2 cap. 24.: Veneti et Cenomani ad vigintù 
millia cofwenerunt. 

(3) Livius, lib. 21 cap. 55: duxilia, praetcrea Cenomano» 
rum> ea sola infide manserat gallica gens* 

(4) Marmo presso a Rossi f. 4* 

ÀETERNVM 

HERCVLI • 10VI 

APOLL1M 

ROM A IN OR VIVI • ET 

BMXIANORVM 

FOEDVS 

COINTRA • POENOS 

L • CAMVRVS • BIRVLVS 

Q • RVSTIVS • YOLCA 

TAVRVM ■ AI) • LIMI 

TES • PERCYSS • 



48 LIBRO PRIMO 

ma dai Cenomani ottenne, che gli storici suoi si sono 
Avanti t eQU ^[ [q debito di confessare: essere slato il valore dei 
Galli-Bresciani che li difese dall' impeto de' nemici che 
di giorno in giorno moltiplicavano (i). 

La vittoria precedeva baldanzosa le armate d* Anni- 
bale; pugnò egli contro Scipione sul Rodano e lo fu- 
gò; le balze alpine preoccupate dall'armi romane non 
presentarono che un lieve ostacolo a quel!' eroe; disceso 
nelle pianure cisalpine passò intrepido il Po, nulla af* 
frenando il suo impeto le schiere ostili, che di quel 
fiume guardavano le sponde o le pioggie dirotte che 
lo rendevano traboccante: attaccò nuovamente Scipione 
presso Piacenza e lo vinse; ed in quella battaglia pe- 
rirono dieci mila Cenomani, schierati sull' ala sinistra 
dell'armata romana, parte trapassati dalle aste carta- 
ginesi, parte sommersi nell'onde del Po o del Treb- 
bia (2). Usando arti finissime scompigliò l'esercito di 
M. Min nei Rufo; fra la penuria ed il gelo supera le 
balze nevose dell'Àppenino; percosse al lago Trasimeno 
l'esercito del pretore Cetenio e lui stesso uccise. Clau- 
dio Marcello presso Venosa, Sempronio Gracco in Lu- 
cania tentarono indarno di rattenerlo. Roma palpitava 
inorridita ; ed i Cenomani intanto fermi alla fede 
promessa a Roma, fede giurata pei loro iddìi e §mg* 
gellata col sangue del toro sacrificato, turbavano in- 
cessanti le retroguardie del vincitore. Non è di nostra 
proposito il raccontare come il console Fabio temporeg- 
giando abbia fiaccato e vinto quel fiero conquistatore; 
quali fossero le posteriori vicende di lui e come abbia 
abbandonata l'Italia. 

(1) Livius f /<&. 21 cap. ib : Brixianorum- Gallo rum auxìlio, 
crescente in in dles multHudinem hostium, tutabanlur. 

(2) Livius, US* '21 et seq* — Cornei. Nepos., in Jlannib* 



LIBRO PRIMO 4 9 

§ 18. Dopo la partenza ài Annibale restò Amilcare ■BHHHB 
in Cisalpina, il quale animato da punico genio susci- Avanti 
tava tutte le tribù della Gallia e della Liguria contro 
di Roma. Gli Insubri precipuamente ed i Boi si scos- 
sero agli impulsi di lui; alle schiere di quelli si uni- 
rono alcune bande di scapestrata gioventù cenomana, 
ambiziosa piuttosto delle insegne guerriere, siccome av- 
vien di sovente, che non mossa all' armi per maturato 
consiglio. L'armata insubre cresciuta dalle forze ausi- 
liarie fermò gli alloggiamenti lungo le sponde del Miu- 
eio (1); mosse contro di quelli il console Cornelio Ce- 
tego, ed attendò l'esercito poche miglia lontano dal 
campo ostile. Di là mandò ambasciadori ai Cenomani 
con ordine di querelarsi, perchè avessero congiunte le 
armi loro a quelle dei nemici di Roma, di ricordar 
loro l'alleanza sacramentata dinanzi agli iddii, e di 
domandare che, o si ritirassero dall'armi, o premendo 
il bisogno, combattessero a favor dei Romani (2). Ri- 
sposero i Cenomani, non esser eglino traditori sper- 
giuri; vantarono incontaminata la fede promessa a 
Roma, e dissero che quella gioventù del lóro paese, 
che aveva prese le armi fra le schiere degli Insubri 
aveva operato senza il voto dei senatori e contro il 
pensier del governo (3). Amilcare condottiero degli In- 
subri sospettò i trattati di tali ambascerie, e pauroso 
d'inganni, trasmise la gioventù cenomana fra le riser- 
ve 1 non accorgendosi quell'africano, che se inganno 



(1) Livi US , lib. 52: Insubri cum Cenomanis super amnis 
Minai ripas consederunt. 

(2) Livius, lib. 02; Ut in acie aut quiescerent, aut si qua 
etiam occasio fuisset , adjuvarent Romanos. 

(3) Yeggasi la nota 1 a pag. 44. 

Yol. I. 4 



5o LIBRO PRIMO 

' ' '"" alcuno covavasi , avrebbono le riserve percosso alla 

Avanti schiena il suo campo all'atto delia battaglia. Cetego 
G. C. ... 

intanto; invocato il favor di Giunone, ruppe impetuo- 

samente l'attacco, aiutato, come pretendesi, dal tradi- 
mento delle riserve cencmane (i) 5 le quali percossero 
per di dietro le schiere dell' affi icano, sbaragliò il cam- 
po d'Amilcare, distese estinti trentacinque mila uomini 
sul campo della battaglia, cinque mille e settecento ne 
furono i prigionieri, fra i quali lo stesso Amilcare, 
unico fomite di tanto eccidio (2), prese i3o bandiere, 
dugeuto e più carriaggi, e non rattruendolo gratitu- 
dine a chi aveva tradito gl'Insubri per soccorrerlo, o 
fedeltà ad alleanza, giunto fra le riserve quelle ancora 
percosse, sottomise una quantità di castella, e le diede 
a sacco ed a fiamme, le quali non erano già degli In- 
subri, ma dei Ceuomani, perchè lungo le sponde del 
Chiese, fiume che in quell'occasione l'armata romana 
da oriente ad occidente passò; e così delle spoglie ostili 
ed alleate si preparò il trionfo. Tanto può negli animi 
l'ambizione e la mauìa della conquista! (3). 
Anno g x 9- 11 pieno assoggettamento però dei Ceuomani 
era riserbato al console Claudio Marcello, il quale l'an- 
no seguente ruppe in Cisalpina con un esercito tanto 



(i) Biemmi , Storia di Brescia t. I f. 108. 

(i) Livi.us, lib. 3-2 : Jmpetus in hostcs est factus, non tuie 
runt Insubres primum concursum. Quidam, et a Cenomanis 
terga repente in ipso cer Lamine aggressis, lumultum tìncipìlem 
ìnjcctum, aneto re. s sani; caesaque in medio V et XXX mìllia 
hoslium , quinque mìllia et DCC, capto s ; in iis Hamil careni 
Poenorum Impe rato rem , etc. 

(5) L' ab. Lazza; ini ha descritte le mosse dell' armata Rom. in 
queir occasione in apposita tavola topografica, prodotta da 
Sambuca, Memorie de Ceno mani f. 206. 



LIBRO PRIMO 5i 

formidabile, che fra Romani ed Alleati, se vogliamo "''■'" """ ■ 
prestar fede a Livio (i) giugneva a trecento ottanta avanti 
mila armati. Superalo egli il Po, percosse in diversi 
punti gl'Insubri, uccise Vittidomaro loro capitano ge- 
nerale, gli spogliò delle dovizie le più preziose, ed al- 
l'aquile romane li sottomise. Dall' Insubria passò fra i 
Cenomani; vinse quelle provincie o quei tratti delle 
medesime, dove non era l'anno innanzi penetrato Ce- 
tego; dichiarò lo stato cenomano provincia romana; e 
di tale maniera fermò quel console i fasti di una na- 
zione, la quale aveva avuto dalle violenze usate sopra 
gli Etruschi- Libui, cioè sopra i primi Bresciani, i prin- 
cipi^ dall'armi e dalla frugalità l'incremento; dalla 
mala fede e dalla prepotenza de' suoi alleati la fine. Il 
sangue dei dieci mila cenomani estinti pochi anni in- 
nanzi presso Piacenza, mentre combattevano a favor 
dei Romani, quando erano quelli percossi da Annibale, 
avrebbe forse destato nell' animo di Marcello sentimenti 
degni di un uomo, se Marcello non fosse stato console 
di una repubblica conquistatrice. 



(i) Lirius, Epitom. Ub* XX. 



*W* ^$*> 



LIBRO SECONDO 



I' 



§ i. JAiwossà Brescia dal grado di metropoli dello^ 5 ^^ 
stato cenomauo e ridotta all' ordine di semplice città ^, va " tl 
di provincia soggetta ad estero stato , non più poteva anno 
godere le distinzioni di generale primazia; invece però 
di sofferirne detrimento, andava di giorno in giorno e 
di industrie crescendo e di magnificenza e di splendore. 

Dopo assoggettata questa e le altre città vicine dal 
console Claudio Marcello a Roma, il Senato ne raccom- 
unando il governo a Marco Furio, il quale lo assunse, 
col titolo di Pretore dei Galli Cenomani. Queste popo- 
lazioni, dopo di avere prestato il regolare giuramento 
di fedeltà, ubbidivano docilmente alle leggi loro impo- 
ste, pagavano i debiti tributi, ed invigilando gli inte~ 
ressi loro particolari e la cura delle proprie famiglie, 
non davano segno alcuno d' insubordinazione o di tur- 
bamento (i). Quella tranquillila de' Cenomani non tor- 
nava punto a genio de! pretore M. Furio; perchè, essendo 
egli di animo avidissimo, sospirava un motivo plausi- 
bile di averli a combattere, onde aver poscia ad im- 



(i) T. Livio ha rappresentata quella pubblica tranquillità dei 
Cenomani, dicendoli innocenti: insoiitibus Cenomanis, lib. 55. 



54 LIBRO SECONDO 

gggg? pmgflarsi delle spoglie loro. Studiossi per questo di 
Avanti ren( ] e |.]j inobbedienti e d' incitarli fors'auco a tumulto, 
anno pubblicando un decreto che avesse ad essere loro della 
188. massima dispiacenza. Sapeva lo scaltro che i Cenomani 
avevano più care le armi che non forse le dovizie 
le spose istesse; quindi egli, quantunque non alcuna 
ragione politica gliene desse la causa , domandò loro 
immediata consegna di quante armi avevano, lusingan- 
dosi il tristo che avesser eglino a rifiutarne ubbidienza, 
ed a porgere a lui motivo di obbligameli colla forza, 
di deprimerli, di saccheggiarli. Ma i Cenomani pru- 
dentissimi in quell' occasione, più assai che non sareb- 
besi alcuno immaginato, seppero sagacemente scovrire 
T insidia di quel decreto: e lungi dal fremere per lo 
ingiusto spoglio di mostrare alcun segno d' indigna- 
zione per la sospettata loro fede, presentarono ubbi- 
dienti le armi domandate; ma contemporaneamente 
inviarono Ambasciatori a Roma, perchè avessero a que- 
relarsi dinanzi al Senato dei mali tratti usati loro dal 
pretore M. Furio. 
Anno Quel venerando Magistrato, intese le querele dei Ce- 
1o 7» nornaui, delegò il console Marco Emilio Lepido ad 
udire le scambievoli ragioni ed a giudicar quella cau> 
sa. Fu quella e per Tuna e per l'altra delle parti ar^- 
ringata di ogni più studiata e calda maniera; il Con- 
sole alla fine conobbe i tristi attentati del Pretore e la 
schietta ragione dei ricorrenti, e sentenziò che dovessero 
essere restituite tantosto le armi ai Cenomani, che fosse 
rimosso immediatamente Furio dalla Pretura ed ob- 
bligato a starsene lontano da quelle provincie (i). 

(1) Livius, lib. 5c) cap. 1. In Gallici M. Furius Praetor in- 
sunùbus Cenomams, in pace Specimen belli quaerens, adente rat 



LIBRO SECONDO 55 

§ a. Sapevano pur troppo i Romani, essere la giu-*** 1 ^^? 
stizia e la forza cpie' due principi! che valgono sopra A ▼■liti 
tutt' altro a conservare la fedeltà delle assoggettate 
provincie. Per questo avevano usato ai Cenomani giu- 
stizia, ma non mancarono di guardarne ancora per 
mezzo della forza la fedeltà , ed istituirono a tale og- 
getto due colonie, l'ima in Piacenza, l'altra in Cremona, 
in ciascheduna delle quali trasmisero da Roma sei mila 
famiglie (i), e lo fecero, secondo lo afferma Tacito, 
onde avere in quelle colonie un propugnacolo adatto 
a sostenere la giurisdizione dei romani sopra le Gal- 
lie (2). A que' tempi, cioè pel decorso dei cento cin- 
quantadue anni che passarono dall' anno 196 innanzi 
G. C, nel quale per opera del console Claudio Marcello 
venne questa provincia pienamente assoggettata ai ro- 
mani, fino all'anno quarantaquattro pure innanzi G. C, 
nel quale dal dittator Giulio Cesare ottenne la pieni 
cittadinanza romana (3), Brescia pagava a Roma i tri- 
buti, ma essendo semplice città di provincia, uou aveva 
suffragio nei comizii della repubblica, né potevano i 
suoi abitanti militare nelle legioni ed essere promossi 
alle magistrature. Comunicando però immediatamente 
Brescia con Roma metropoli, nella quale in larga copia 



arma, là Cenomani conquesti Roma? apud Senatum, rcjcclique 
aà Cos. Mmìlìunk ut cógnosceret, stalueretque, Senalus per* 
miserai. Magno certami ne cum Practore habiio, tenuevunt cali' 
sani : arma r addita Ccnomanis 3 àeccàerc e Provincia Praetor 
jussus. 

(1) Pohbius , Uh. 5 cap. 4°« — Livlus, E pitoni. Uh. 20. — 
Vellejus Patercalus, Hi, 1 cap. i5. 

(1) Tacitus, Ilistor. ///>. 5 cap.^i: Propugnaculum adversus 
Gali os trans Padum agente s, 

(5) Dio Cassius, pag, 286, della cit. ediz. d'Amburgo. 



55 LIBRO SECONDO 

■■ 'fluivano le attiche mollezze e le virtù, apprendeva Bre* 

Avanti sc ; a j a R oma ] e mollezze, ma quelle nou facevano che 
lentamente ingentilire un popolo che sentiva ancora 
della pristina rusticità; ed apprendeva ancora da Roma 
quelle arti, quelle scienze, quelle virtù, che di giorno 
in giorno scorrevano dalla Grecia in Roma. 

§ 3. L'assoggettamento delle Gallie, della Liguria ? 
della Venezia e di gran tratti delle nazioni vicine alia 
romana repubblica, ne aveva accresciute le forze, e le 
aveva dati mezzi di respingere le barbariche irruzioni. 

Anno Cento e cinque anni innanzi la nascila del Redentore 
I0 ->' si presentarono sulle giogaie dell'Alpi orde innumere- 
voli di Cimbri, bramose d' insignorirsi delle sottoposte 
pianure e di espellerne a forza gli abitatori. Venissero 
quelli dalle sponde della palude Meotide o dalla Sci- 
zia, come lo ha scritto Plutarco (i), o scendesse!* eglino 
dall' ultimo settentrione delle Gallie, come il raccontò 
Lucio Floro (2), non è interesse di queste Storie lo 
scrutinarlo. Erano distinti que' Cimbri in tre immense 
colonne, una delle quali calò in Francia, nella Proven- 
za; r altra superò le Alpi Noriche e si diffuse pel Tri- 
vigiano, pel Friuli e per la Venezia; valicò la colonna 
di mezzo le balze del Tirolo; discese seguitando le 
sponde dell Adige; e, diffondendosi per le pianure ce- 
nomane, domandava coli' armi in mano paese. Guai 
all'Italia, se eli' era ancora in molti potentati divisa! 
Sillano, Manilio, Cepione condussero contro di quelli le 
legioni romane, ma non bastarono a sostenerne lo scon- 
tro: la sorte di debellarli era riserbata a Caio Mario. 
Percossa egli una colonna di que' barbari in Francia alle 

(1) Piutarchus, in Mario. 

(2) Florus; De GesLls Romaaoruin, lib. 5 cap, 5. 



LIBRO SECONDO 5 7 

ÀCque Sestie, dove appena venti anni innanzi il console — """— 
C. Sesto Calvino aveva eretta Alx di Provenza, valicò Avanti 
rapidissimo le Alpi, condii ce ad o le legioni a combat- 
tere la colonna ealata giù per le rupi di Trento. Quella 
dilatatasi pel Bresciano, Veronese e Mantovano, allettata 
dall' abbondanza delle vivande e dalla squisitezza dei 
vini, aveva rallentato il primo impeto, ed al dire di 
Floro, iucominciato a prendere languidezza. Non è in- 
dicato precisamente il luogo dove Mario li battagliò; 
li percosse però di maniera, che ne distese quaranta 
mila sul campo (i), fra i quali giaceva estinto ancora 
il loro condottiero Beléo. Gli storici mantovani con- 
ghietturano che sia succeduta quella battaglia fra Ma- 
riana e Redoldesco: veramente i nomi Mariana paese 
e Cimbrìotto villa presso Redoldesco , sembrano deri- 
vati dalle voci radicali Mario e Cimbri (2). Perseguitò 
il Console gli avanzi dell'orde nemiche; grossa parte delle 
quali penetrò nella valle dei Sette Comuni, sul Vicen- 
tino, dove difesa dalle montagne prese le stanze, le 
tenne e conservò lungo tempo, sebbene corrotto il pri- 
stino idioma. Inorridita a tanto scempio la colonna 
orientale non fermossi a pericolare uguali sorti, scampò 
precipitando, e pei reconditi valichi dell'Alpi Nonché, 
Gamiche e Giulie, perseguitata dalla paura si disperse. 



(1) Lucio Floro, lib 5 cap. 5, dice che fossero soli quaranta- 
mila i Cimbri mori, sul campo , numero assai più credibile, 
che non i cento quaranta mila morti, e sessanta mila pri- 
gionieri, cai gli fa ascendere l'epitomatore di T. Livio, lib. 68. 

(9.) 11 P. Ferrari, seguitando Plutarco, suppone accaduta quella 
battaglia presso Vercelli ( lett. 6 fra le Lombarde. — Inter 
Insubricas, Dissert. 4 )• T. Livio però, Lucio Floro, Sigonio, 
Pauvinio non la raccontano tanto distante dal luogo, dove la 
ciedono succeduta gli storici mantovani. 



58 LIBRO SECONDO 

■5fi*5S0 o amato di raccontare un tal fatto, mosso sin^olar- 

Avanti mente dall'idea che il luogo dove sospettasi succeduta 
quella battaglia, per consenso degli stessi storici man- 
tovani (i) anticamente apparteneva al distretto bre- 
sciano. 

§ 4* La sconfitta dei Cimbri restituì ai Bresciani la 
calma, e fece loro conoscere di essere avventurata quella 
provincia, la quale appartiene ad una potenza valida 
a difenderla dalle cupidigie ostili. Magnanimi però, co- 
me essi erano, sentivano con amarezza dì essere esclusi 
dal voto nei comizii, dal rango fra le legioni, dagli 
ordini delle magistrature. Accortisi i romani dell' esa- 
cerbamento, ond' erano agitate Brescia e diverse altre 
città, si determinarono di compiacerle \ ma siccome essi 
erano della primaria autorità gelosissimi , studiarono 
scaltramente di addolcirle con titoli di onoranza, a se 

Anno riserbando quelli del diritto. Era Tanno 91 avanti G. C. 
P 1 ' quando il console Sesto Giulio pubblicò una legge, per 
la quale aggregava alla cittadinanza latina tutte le 
città italiche, purché si fossero quelle conservate fedeli 
alla repubblica, od almeno entro sessanta giorni giu- 
rassero fedeltà alla medesima. La cittadinanza che per 
quella legge il Console accordava era una distinzione 
di lieve momento; perchè altri erano i diritti della 
cittadinanza latina, altri quelli della cittadinanza ro- 
mana: limitati erano i primi a tenui privilegi, amplis- 
simi gli avevano i secondi (2). Pompeo Strabone, padre 

Anno di Pompeo il grande, due anni dopo pubblicata la 
legge Giulia, dichiarò colonie Brescia ed altre città 



(i) Janelli, rapportato da Anelli, annali di Mantova, lib. I 

cap 7. — G.B.Wsì, Notizie Storiche di Mantova, tom. 1 f. 25, 

(2) La ti us Woipbaiigius, Comment. Reipub. Boni. lib. 12 cap. 1. 



LIBRO SECONDO 5g 

vicine (i), non però inviando a quelle dal Lazio o da " 1 """ — g 

Roma alcun nuovo colono, ma onorando di quel titolo Avanti 

( \ c* 
i vecchi abitatori delle medesime. Cominciò allora 

Brescia ad ottenere il primo grado nel municipio; po- 
tevano per quello i suoi cittadini militare nelle legioni, 
suffragare nei comizi i, non domandare, ma solo accettare 
le altre dignità della repubblica, se per merito distinto 
o per alto favor di ventura ne erano chiamati. Io 
considero, diceva Cicerone a que' tempi, due patrie agli 
abitanti i municipii, una quella del nascimento, l'altra 
quella del diritto (2); nacque, soggiugneva egli, Catone 
in Toscolo, e Toscolo fu sua patria pei natali ; venne 
per gli alti suoi meriti elevato alle magistrature di 
Roma, e Roma fu sua patria per diritto. 

§ 5. Tale incremento di privilegi avrebbe appagato 
il desiderio dei Bresciani e delle altre popolazioni di 
qua dal Po, se la cupidigia degli onori non avesse ad 
ingagliardire in ragione diretta degli onori stessi. Per** 
Iucche, dopo ottenuta la cittadinanza latina e la aggre- 
gazione ai municipii, sospiravano la cittadinanza romana 
e la associazione ad alcuna delle tribù; ed ansiosi ne 
replicavano fervorosamente le istanze. Alcuni grandi di 
Pioma , forse più. onde procurarsi degli aderenti che 
non per altro motivo, proteggevano le domande dei 
ricorrenti; altri paventando, accettandole, di recar uo^ 
cumento alla autorità dei vecchi cittadini, le oppu- 

(i) Pliniws, lib- 3 cap. 20: Atlributae sunt Miuùcipìbus , 
Lrge Pomprja. 

(p) Girerò, Ve Legibus: Ego omnibus Municipi bus duas essk 
patrias cen*co, unam nalurae, alleram juiis; ut Me Calo, cum 
esset Tuscuii natus, in Populi Pomani Givitàtem suscrplu.^esl: 
ila, cum orlu Tuscuìnnus essel, Civitate Romanus. Il iibuit al» 
teram loci patriam, altcram juris. 



6o LIBRO SECONDO 

gnavano. I censori Marco Crasso e Quinto Catulo, in- 

A vanti cJiuato il primo al favore, l'altro alla ripulsa di quelle 
domande, dopo avere lungamente contrastata a vicenda 
la risposta aspettata dagli inviati delle città cisalpine, 
riè potendo convenirne i sensi, rinunziarono volontari 
ambedue al grado che occupavano (i). Tanto cresceva 
di giorno in giorno V ambizione di appartenere ad al- 
cuna delle romane tribù, che Brescia ed altre città 
vicine, concitate da Cesare, erano per domandare quel- 
l'onore impugnando le armi, se la minaccia di alcune 
legioni, state coscritte per essere inviate in Cilicia, 
rattenute per alcun tempo in Italia, non loro avessero 
affrenato l'ardire (2). 

Tornato Cesare dalle vittorie a Roma , coronato di 
cinque trionfi (3), elevalo al grado di console dittatore, 
anelante a maggiori fastigi, bramoso di procurarsi la 
benevolenza di chiunque o col voto o col braccio avesse 
mai potuto giovare alle alte idee che meditava, tutte 
compiacque le città dell' Italia, e sino alle falde delle 
Alpi, scaltro insieme e generoso, distese la cittadinanza 
romana. Brescia allora non più alleata semplicemente 
di Roma, non più città di provincia ovvero municipio 
latino, ma aggregata alla romana cittadinanza, fatta 
partecipe di tutte le elargizioni e di tutti gli onori, 
ascritta alla tribù Fabia, cioè a quella splendidissima 

Anno fì ]] a q Ua l e apparteneva la stessa famiglia d'Augusto, ot-> 
tenue alla fine il premio per alto valore e per indomita 
fedeltà meritato. 



(1) Dio Cassius, Ub. 07. 
(9.) Svelonius, lib. 1 cap. 8. 

(5) Svetoniws, Uh, 1 cap» 07. — I cinque trionfi di Cesare 
furono il Gallico, l'Alessandrino, il Politico, l'Africano, l'Ispanico. 



LIBRO SECONDO 61 

§ 6. Non tutto il territorio bresciano apparteneva- — 

alla stessa tribù. Brescia , la maggior parte del suo Avanti 
distretto di pianura, tutta la linea del piedi monte, le anno 
valli Trompia, Sabia ed ambe le riviere Sabina e 4-8- 
Benacense erano ascritte alla tribù Fabia; la valle Ca- 
monica invece era aggregata alla tribù Quirina: ed è 
gran sospetto che Montechiaro, Carpenedolo ed altri 
paesi di quel circondario appartenessero alla tribù 
Poblilia, della qual cosa rendono i marmi testimo- 
nianza (i). Perlocchè è ragionevole l'opinare o che la 
provincia bresciana fosse in que' tempi più angusta o 
che i limiti delle tribù non segnassero quelli delle 
provincie. 

Tanto fu il giubilo dei bresciani per la ottenuta cit- 
tadinanza romana che, sdegnosi delle costumanze ere- 
ditate dagli avi, ambivano di somigliare in tutte cose 
ai romani. Presero essi le norme della legislazione da 
Roma, crearono i magistrati imitando Y ordine delle 
magistrature romane, immischiarono ai loro celtici numi 
le romane divinità, e fino le maniere del favellare, dello 



(i) È inutile il rapportare alcuna lapida per attestare che 
Brescia e la maggior parte dal suo territorio era aggregata 
alla tribù Fabia, e la Yalcamonica alla Quirina, perchè tal cosa 
è nota lippls et tonsoribus. Che poi i dintorni di Montechiaro 
e di Carpenedolo appartenessero alla Poblilia, lo ha sospettato 
Zamboni appoggiato alla lapida di Meria Sperata rapportata 
da Rossi, class» i4 «« u «►!, ed a due altre inedile, T una dis- 
sotterrata in Carpenedolo, della quale non resta che la sola 
prima liuea : P • LIVIO • P • F • POB, e l'altra a Montechiaro 
presso la villa detta Revera : M. ÌEL1US. G. F. POB. Veggasi 
sopra di ciò la nota A. fol. 6, del Pvagiouamento di Baldassar 
Zamboni umiliato dalla Comunità di Carpenedolo al nob. uomo 
Prospero Valmarana, pubbl. in Brescia IV.:. 1781, pei tipi di 
Pietro Vescovi. 



6 * LIBRO SECONDO 

S5BSS 'scrivere, del conversare le ebbero tutte da Roma; non 
Avanti p;^ imponevano ai loro figli il nome di Emburone^ 
Esdriccio, Verocasse , Yesoueione , Glugase; ma Caio, 
Ponzio., Quinzio, Mario, Celio, Spurio, Calvisio, Curzio, 
Pompeo, e se pure un qualcheduno li conservò, come 
leggesi in qualche lapida, sarà stato facilmente consi- 
derato adorator d' anticaglie. Il fanatismo che in altri 
tempi ha tramutati i Ceole in Scevole, ha pure conser- 
vato per lunga pezza ad altri in serico borsello la coda. 
§ j. Cesare non aveva destato nell' animo dei bre- 
sciani e degli altri popoli di qua dal Po un così grande 
entusiasmo inutilmente. Erano quelli di animo gagliardo, 
e chi ha forza di sentire profondamente, non sa di- 
menticare di facile i beneficia Guerreggiava Cesare i 
Galli sulle sponde dell'Àrari, ora detto Saona, ed una 
legione intiera di bresciani e di altri delle vicine pro- 
vincie mosse oltre le Alpi per combattere dietro le sue 
bandiere (t). Tornato egli a Roma, ed espulso Pompeo 
dai confini d' Italia, passato a guerreggiarlo nella Gre- 
cia e nella Tessaglia, le milizie dei bresciani e degli 
altri popoli circonvicini, condotte da Deiotaro, lo ac- 
compagnarono (2); in ambi i conflitti di Durachio, per 
attestato dello stesso Pompeo (3) pugnarono valorosis- 
sime, e finalmente nelle campagne di Filippi agevola* 
rono a Cesare quella romorosa vittoria che lo portò 
dalla dittatura al trono. 



(1) Plutarchus, In Vita Cacsaris, pag. 272, B. ediL Basileae, 
apud Insigrìnium. 

(1) Caesar, De Bello Civili, lib. 3 pag. 365, edit. Aldinae, 
ann. 1675. 

(3) Pompeo (apud Caesarem 3 ibid.pag. ^n5) così confortava 
i suoi: copiae.... pleraeque sunt ex colonds transpadani s, at' 
tamcn quod fuit roboris, duobus pracliis Dyrackinis inlcriU. 



LIBRO SECONDO f>3 

Cesare aveva elargita la sua munificenza sovra tutt'al-^ " 1 

tri ai traspadani, ed i traspadaui grati alla munificenza ^ va !i tl 
di Cesare per lui sfidavano iutrepidi i disagi, i peri- 
coli, la morte. Fra tutti i Galli, scriveva Cicerone, quelli 
al di sopra del Po sapevano meglio conoscere l'animo 
grande di Cesare, ed operare di maniera da guadagnarne 
gli affetti (i); e mentre non lasciavano ogni mezzo in- 
tralasciato, onde procurarsi benevolenza da Roma, non 
cessarono di tener occhio a quella metropoli (2), di 
studiarne le costumanze, le magnificenze, il cullo, e di 
nulla lasciare intralasciato per imitarla. Roma sicura 
dell' altissimo suo splendore sopra tutte le città colo- 
niali , soccorreva all' incremento di quelle, e Brescia 
bramosa non già di emulare le splendidezze di Roma, 
ma di raffigurarla quanto meglio il poteva, procurava 
di avere ella ancora nel suo piccolo, quanto sapeva 
essere in grande a Roma. 

§ 8. Cresciuta per quella maniera in Brescia la ge- 
rarchia dei Numi, ed a££re£ate alle cenomane divinità 

! le divinità romane, vennero a quelle ancora innalzati 
Il . . 

altari e templi, e destinati ministri. Così Roma, che pro- 
teggeva le provincìe, mentre le spogliava dei patrii 
diritti; che onorava le città coloniali, e fra i blandi- 
menti facevate serve, perturbava ancora nelle sue co- 
lonie il culto degli indigeti numi. Di Bergimo, di Til- 
lino, di Camulo, delle piante adorate, dei sacri fonti 
rallentavasi in Brescia e sperdevasi ne' suoi paesi di 
pianura il culto, a proporzione che ivi prendeva incre- 
mento quello di Giove, di Cerere, di Vulcano, di Apollo 



(1) Cicero, Ad Familiares, cpist. Hb* 16. 
('i) Atdus Gellius, Noctium Auicarum, lib. 16 cap. i5 p. 5c/7, 
-Igvippinac a«/t. i553. 



64 LIBRO SECONDO 

-e di tutta la turba delle omeriche divinità. Dalle la- 



^ va £ l1 pidi couseerate agli Iddìi e dal luogo dove quelle ven- 
nero scoperte, non senza improbabilità si conosce, che 
gli Dei cenomani si erano quasi pienamente confinati 
fra i reti alpini, mentre nella città e ne' paesi della 
pianura gli altari si moltiplicavano e le basiliche alle 
divinità romane. 

Era in Berzo, paese della Yalcamouica., un marmo 
sacro alle Fonti (i); in Cividate la statua di una sa- 
cerdotezza del dio Bergimo (2); quegli stessi alpigiani 
dedicarono una medaglia al dio Camulo (3); ad Inzino 
nella Valtrompia era la statua eretta al dio Tillino (4), 
ma rarissimi marmi si conservano in Brescia intitolati 
ad una tal classe di numi e forse niuno nei paesi 
della pianura; mentre quelli degli iddìi di Roma ed 
in Brescia e nel piano suo distretto si veggono abbon- 
dantissimi. Così le evoluzioni civili traevansi dietro le 
religiose. Il pontefice Quirinale, i Seviri Augustali, i 
Flamini, gli Auguri , gli Auspici ed altri sacerdoti di 
0£ni maniera maschi e femmine seguitarono da Roma 
a Brescia quella lunga falange di immaginarie divinità, 
e quelli qui procurando l'erezione di splendidi templi, 
eccitavano le industrie e le arti; qui immolando vittime 
e pronunziando oracoli, seducevano i popoli; e qui in- 
culcando liberalità alle genti e singolarmente alle più 



(1) FONT1BVS • D1VINIS • SACRYM: Marmo incastrato nel 
muro della chiesa parrocchiale di Berzo. 

(<i) Marmi di Ottavio Rossi, f. 93. 

(5) Reinesius Syntagm. InscrìpL Anliq. class. 1 n Q i5o. 

(4) Di quella statua conservasi ancora il piedestallo nel pa- 
trio Museo, ed ho esposte le mie osservazioni sopia ia mede- 
sima alia nota 4 del caulo 1 del mio poemetto, La Caccia. 



LIBRO SECONDO B5 

doviziose, rendevansi, in danno dei legittimi eredi, Jo- J— a 

Viziosissimi (i). * Avarili 

ce 

§ g. Così procedevano i tempi; ed i prossimi Alpi- 
giani frattanto non cessarono di perturbare la colouia 
bresciana, quantunque protetta la fosse dalle aquile ro- 
mane. I Reti-etruschi, i quali, come si è già detto, 
espulsi dai Cenomani nelle valli vicine, di generazione 
in generazione ereditavano l'odio contro gl'invasori 
delle terre dei padri loro, ed a quell'odio aggiugneva 
soventi volte stimoli la fame, indignati all'animo e 
cupidi di vittovaglie scendevano di spesso armati alla 
pianura, percorrevano di villaggio in villaggio, cari- 
cavansi di spoglie; e non aspettando chi valesse a re- 
spingerli, dietro le barriere dell'Alpi tornavano a rifu- 
giarsi. Aveva già Publio Silo l'anno vigesimo innanzi A nno 
G. C. percossi i Camuni ed i Vennoni (2), cioè due 
etnische tribù, una delle quali abitava la bassa Valle- 
camonica e l'altra una parte della Sabina: ma ad una 
vittoria parziale non era dato di affrenare quei popoli 
armigeri ed irrequieti. Mosse l'anno seguente contro di 
quelli il figlio di Livia Claudio Druso; penetrò fra 
que' dirupi di balza in balza, ruppe i Reti iu varii at- 
tacchi, e finalmente ne ebbe piena vittoria nelle vici- 
nanze di Trento (3); e di quella maniera assicurò la 
provincia bresciana da ulteriori vicende e ne ampliò 
il territorio, a quello aggiugnendo popolose vallate. 

§ io. Crescevano di tale maniera a Rrescia le popo- 
lazioni soggette, le protezioni dei potenti, le relazioni 



(1) Adriano Politi, Osservazioni sopra Tacito, f. 296, del- 
l' ediz. veneta di Roberto Meglielti, dell'ano. i6i5. 

(2) Dio Cassius, f. 479» 

(5) Plinius, lib. 5 cap. 20. — Vellejus Paterculus, lib. 2 cap. g5. 
— Dio Cassius, /. ;52. — - lìoratius, Carm. lib. 4 od. 4 et 14. 

Yol. I. 5 



66 LIBRO SECONDO 

di commercio, le magnificeuze, le industrie , le arti, e 
y, va p h contemporaneamente sorgevano quelle superbie, le quali 
dividevano le classi della umanità. Le dovizie, più che 
non altro, aprivano l'adito alle magistrature, ed era il 
censimento lo scabello agli onori. 

La famiglia dei Nonii fu forse la ricchissima delle 
bresciane. Da un Nonio Ario ha supposto Ottavio Rossi, 
che abbia tratto il nome la piazza del Novarino (i), 
ed ha aggiunto, che quella fosse proprietà di quella 
famiglia; e che le colonne di granito, delle quali al- 
cune ancor se ne veggono ne' sotterranei delle case 
contigue, sostenessero il porticato che la circondava. 
Le lapidi intitolate a molti Nonii, che per detto dei 
Solazio e di Bastiano Aragonese ivi eransi scoperte, lo 
avevano persuaso di tale opinione. Poteva essere non 
pertanto quella piazza di diritto pubblico, ed ivi col- 
locati quei marmi onde testimoniare ai posteri le ono- 
ranze dei Nonii. Uno di quelli, cioè Caio Nonio Asper- 
nate era stato cortigiano di Cesare Ottaviano Augusto (2); 
un altro, cioè Marco Nonio Minuzio Macrino lo era 
stato dell' Imperator Vespasiano (3). Un Publio Nonio 
Aspernate fu console a Roma in compagnia di Marco 
Aquilio (4); un Marco Nonio Muoiano lo fu in compa- 
gnia di Lucio Annio Fabiano (5); e se nei fasti con- 
solari non leggesi il nome di Marco Nonio Macrino, cui 

(1) Rossi, Memorie Bresc. f. ^6. 
(1) Svetonius, lib. 1 cap. {ò edit, Oxonii, pag. 65. 
(5) Di quel Nonio Macrino parla Plinio, episL lib* 1 eplsL 
ad Mauri curri; e Persio dice di lui : 

Hunc Macrine diem numera meìiore lapillo, 
Qui Libi labentes apponit candidus annos* 

(4) Fasti consolari, all'anno 38 dopo Gesù Cristo. 

(5) Ivi, all'anno 201. 



LIBRO SECONDO 67 

alcuni marmi bresciani onorano del nome di console (i),- 5^5 

avverrà perchè sarà egli stato solamente duoviro Avana 
nel municipio o perchè, se egli fu console a Roma, 
sarà stato promosso al consolato per sostituzione ( suf- 
fectus ). Ebbe ancora quella Famìglia una sacerdotessa 
del dio Bergimo, alla quale i Carmini eressero una 
bella statua in Cividate (2). 

Fu consolare ancora la famiglia degli Avide; quan- 
tunque resti dubbio, se Aviola fosse il nome gentilizio 
proprio di una famiglia od invece un cognome od 
agnome comune a molte (3). Ricordano ì patrii marmi 
una Cornelia Aviola, per la salute della quale e di 
Macrina Fundaua, Callinio Aviola sciolse un libero voto 
alle Giunoni (4). Marco Rufirio Aviola insieme con Caio 
Pomponio Pagauico per consulto del Senato di Brescia, 
che è lo stesso che dire, per decreto dei Decurioni, 
dedicò un'ara a Giove (5). E dai fasti consolari ap- 
parisce, cha Marco Acilio Aviola l'anno 54 dopo G. C. 
fu console a Roma in compagnia di Quinto Asinio Mar- 



(1) Que' marmi furono pubbl. da Rossi dal f. 53 al 58 ; e 
riprodotti da Gagliardi, Parere, § 19. 

(1) Marmo presso al Rossi f. 93. Quella statua cadde sui 
principii del secolo 17. 1 signori Mondella ne ebbero la tesia; 
ed il duca di Mantova compronne da un privato il rimanente. 

^5) Apostolo Zeno manifestò un tal dubbio al C. Gagliardi 
nella sua lettera data di Vienna li 11 novembre 17^4» 

(4) 1VN01NIBVS, dice il marmo, presso Rossi f. a34- Ogni 
donna credevasi custodita da una Giunone, ogni uomo da uu 
Genio, perlocchè scriveva Plinio: major coelitum populus , 
eliam quam hominum inteHigi potest , cwn sìnguli quoque ex 
semetipsis totidem Deos faciant, Junones, Geqìosque arìoptando 
sibi. Quartilla ancora presso T. Petronio Arbitro giurava per 
la sua Giunone: Junonem meam iratam habeam. 

(5) Marmo presso Roòsì f. 81. 



68 LIBRO SECONDO 

' ' cello; e clie un altro M. Acilio Aviola fu promosso in 
Avanti jj oma a ]] a s t essa dignità l'anno di G. C. 122, che 
occupò il consolato insieme con Caio Cornelio Pausa; 
e che un altro M. Acilio pure Aviola lo fu Tanno 23g 
in compagnia dello stesso Imperatore M. Antonio Gor- 
diano Augusto. 

Oltre la Nonia e la Aviola furono distintissime ia 
Brescia le famiglie dei Giuvenzi, degli Aeilii, dei Silii; 
ed il lusso delle famiglie per titoli equestri onorate 
o per avito retaggio opulenti o per occupate magi- 
strature distintissime traeva necessariamente magnifi- 
cenza nella città. Basta una capanna al pastore, un 
breve tetto all' artigiano, ma bisognano spleudid'aule 
a chi fulge distinto dai fasci consolari, nelle case di 
sua villeggiatura ascolta il muggito di mille buoi che 
pascono ne' suoi prati} e le terme ed il teatro e l'anfi- 
teatro ed il circo furono edificii necessari dove cominciava 
a donneggiare la mollezza, e dove la forza, la fortuna 
ed il merito avevano già distinte le classi della umanità. 
§ 11. Parve ad Ottavio Rossi di conoscere le vestigia 
delle terme dove ora è il palazzo Martinengo in piazza 
Novariuo (1); ma quelle saranno state facilmente terme 
particolari della famiglia de' Konii; le restanze di altre 
si veggono ancora nei sotterranei di alcune case dal- 
l'altro lato della piazza medesima. Le reliquie del tea- 
tro magnifiche si manifestano dove ora è il pubblico 
patrio museo. Publio Attilio Filippo si meritò dai bre- 
sciani nobili ricompense per le generose sue elargizioni 
fatte alla fabbrica dell'anfiteatro (2), nel quale l' atleta t 



(1) Memorie Bresc. del Rossi f. 12. 

(2) Ciò apparisce da una lapide scoperta da pochi anni, ora 
esistente nel patrio museo, Class. Honorariac* 



LIBRO SECONDO 69 

Santino Reziario pugnò cinque volte, come Io attesta" 



il monumento, col quale Ingenua sua sposa raccoman- Avanti 
dolio ai posteri (i); ed è pur facile persuadersi che 
in Brescia o nei luoghi suburbani esistesse ancora il 
Circo, edificio necessario per» gli spettacoli delle corse 
pedestri od equestri, inducendolo a credere una lapida 
dedicata ad un cavallo , il quale per le vittorie nei 
pubblici ludi riportate era sopra di ogni altro famoso (2). 



(1) Epitafio rapportato da molti e restituito a nitida lezione 
dal Can. Gagliardi, parere §. 2$. 

(1) Riporto quella lapida, perchè ora non è più in Brescia; 
sembra però che ne manchi il principio: 

CORPVSQVE • TVL ........ 

NEC • TVSCI • SALTVS • PASCVA 

INEC • S1CVLA 

QVI • VOLVCRIS • ANTEIRE • VAGAS 

QVI ■ FLAVINA • CEIORI 

VINCERE ■ SVETVS - ERAS 

HOC • STABYLAS • TVMVLO 

11 Consiglio speciale di Brescia il dì i5 Ottobre i44° proibì 
severamente l'alienazione dei patrii monumenti. Dimenticato 
quel saggio decreto da chi meno lo doveva, vennero donate 
molte lapidi bresciane al march. IVI a f fé i, e da lui portate a 
Verona, e questa ancora fra le altre; la quale ebbe per giunta 
di essere pubblicala al f. 1^4 del Museo Veronese, senza 
indicarsi il luogo donde proveniva. Un tale tratto proprio 
a confondere le memorie di una provincia con quelle di 
un'altra è spiaciuto agli stessi letterati veronesi; e fra gli al- 
tri il marchese Gian - Jacopo Dionigi, canonico e bibliotecario 
di Verona se ne dolse nella sua J^croncnsis Veteris Agri To» 
pogvaphia , pubblicata dietro alla Dissertazione: De Duobus 
Episcopis Alcione et Nottingo , pag. 09, eclit. Vevonac 17J.8 
Typis Antonii Andreonu 



7 o LIBRO SECONDO 

^"~~ Quale poi fosse in Brescia il lusso funereo, si può 
Avanti facilmente argomentare dalla moltitudine dei marmi 
sepolcrali che ancora rimangono, dalle disposizioni dei 
testatori che larghi proventi assegnarono ai supplicanti 
pace agli estinti, e dall' impegno praticato onde pro- 
curare eleganza alle tombe. Nessuna città dell'Italia, 
trattane Roma, conserva un numero di monumenti la- 
pidari patrii valevole a pareggiare i Bresciani (i). Le 
iscrizioni di Ursiniauo, di Timarco, di M. Yulpio For- 
tunio conservano la memoria dei legati funerei (2), ed 
i marmi sculti in dilicatissimo rilievo, i quali circon- 
davano le tombe (3), e di presente, spettacolo dell'an- 
tica squisitezza del gusto e delle arti, adornano il 
prospetto del palazzo la Loggia, verso piazza vec- 
chia (4) 3 sono tre documenti che attestano quanto fosse, 
fino dagli antichi tempi, il lusso dei bresciani al di là 
delle esequie. , 



(1) II colto archeologo P. Michele Ferrarini eia Reggio, en- 
comiato da Elia Caprioli, IJist. Brix. lib. I, e da Maffei, Del" 
l'Antica Condizion di Verona § 10, dopo di avere percorsa 
erudilawiente* V Italia , ha ad onore di Brescia confessata una 
tale verità. 

(1) Rossi, Marini Bresc. f. i63, 294, 296. 

(3) Jacopo Melga, Cronaca mss. a carte 55, tergo: et trovarono 
certi epitafii, et cum seri p ture bellissime ali antiga, circitmcìrca 
alla casa dove tegneva la schola el q.m Maestro Gabriele eia 
Corico rezo Gramatico per la dita sero parte de la dita piazza, 
nel Irazendelo, ovver viazzolo a tergo de la Prezone; ma per 
la mazor parte furono cavati detti sassi nella Torre chiamata 
Vagonora, de dietro alla Canonica del Domo, li quali sassi 
erano olim stati ornamento de' Sepulcri pagani. 

(4) Zamboni, Memorie intorno alle Pubbliche Fabbriche di 
Brescia, f. 62. 



LIBRO SECONDO 7 i 

§ il. Non i soli cittadini di Brescia si adoperarono *^— ^ S? 

onde procurare magnificenza alla colonia; ma gli stessi Avanti 

,. . i Ci. C* 

imperatori cooperarono a ciò di una maniera degna 

della grandezza romana. Brescia a que' tempi non esten* 
devasi verso occidente oltre porta Bruciata, uè più a 
mezzo giorno di porta Paganora e di porta Matolfa, 
che era dov'è di presente la fontana di S. Pacete per 
quella linea dilatavasi verso oriente fino alle prossime 
pendici del colle Degno. Quella essendo l'antica situa* 
zioue di Brescia, può ciascheduno conoscere chiaramente, 
che la non poteva essere attraversata da acqua alcuna. 
Assunse Augusto di provvedere a quel difetto, ordi- 
nando un acquedotto, il quale fino dalle vicinanze di 
Lurnezzane in Yalletrompia, discendendo per la costiera 
della valletta d'Ario, sostenuto per lungo tratto da 
una continuazione di archi fortissimi, conducesse in 
città alcune acque fino di colassù derivate dal Biella. 
Quella erculea impresa non poteva essere in brevi tempi 
compita; ed è assai probabile che le abbia, ne primi 
anni del suo impero, dato fine Tiberio, essendo ed il 
suo nome e quello d'Augusto rammemorato nella la- 
pida, che ricorda i potenti i quali aquas in coloniam 
perduxerunt (i). Di quelT acquedotto non restano che 
alcuni avanzi, detti il condotto del diavolo. 

§ i3. Gli abitanti della città e di tutta la provincia 
erano distinti in quattro ordini diversi; ed erano la 
classe dei nobili, quella degli artisti, dei semplici pos- 
sidenti e della plebe. Da ciascheduna di quelle classi 
traevasi uno scelto numero di persone destinate a rap- 



(i) Quella lapide è stala scoperta nello scavare le fonda- 
menta della Basilica il Duomo nuovo di Brescia, ed ora con- 
servasi nel patrio Museo, Class, flisloricae. 



7 a LIBRO SECONDO 

' 'presentar tutto l'ordine e quelle costituivano un co- 
A vanti m itato, detto Collegio, al quale presiedeva un Prefetto. 
Il comitato dei nobili dicevasi Collegio dei Giovani; 
quello degli artisti, Collegio dei Fabbri; quello dei 
possidenti, Collegio dei Centonarj, e Collegio dei Den- 
drofori quello della plebe (i). Non è probabile che i 
candidati entrassero gratuitamente in quelle adunanze, 
perchè Valerio Orsi erigendo un monumento ad Asi- 
nione suo figlio ed a se stesso, ha scritto a vanto di 
ambedue, di essere stati accolti immuni nel collegio dei 
Fabbri: immunes recepii in Collegium (2). 

L' adunanza dei nobili prescelti, detta dalle lapidi 
Collegio dei Giovani, e da alcuni istoriografi, la Com- 
pagnia degli Angus tali juniori (3) , era un comitato 
di Bresciani ricordato da moltissimi marmi, e sopra 
tutti da quello al quale il collegio dei Giovani bre- 
sciani raccomandò la memoria di Sesta Asinia Folla (4). 
E probabile che quegli scelti patrizi fossero educati nel- 
l'arte militare, nella legislazione e nei sacri arcani, 
perchè una Repubblica cupida di conquiste, desiderosa 
di sagge magistrature, ridondante di superstizioni ed 
inclinata ad umiliarsi ai patrizi, qual era la Romana, 
doveva aver interesse che quelli conoscessero la tattica, 
le leggi ed il ministero sacerdotale. Publio Virilio Az- 



(1) Biemmi, Stor. di Br. Tom. 1. £ 167; e l'anonimo autore 
del libro intitolato, Compendio istorico delle ragioni di Bre- 
scia sopra i fiumi Oglio, Chiese e Mella, stampato l'anno 1800, 
f. 5i, nota (1) hanno parlato di altra maniera di que'Collegi, 
ai quali rimetto il lettore, caso non gli piaccia la mia. 

(2) Marmo presso a Rossi, f. 26Q. 
(5) Biemmi T. 1. f. 169. 

(4) Marmo presso a Rossi f. 11 5; ed a Gagliardi, Parere § 17. 
Museo P« Class. Ilonorariae. 



LIBRO SECONDO 7 3 

ziano fu in Brescia sacerdote del collegio dei Giovani, ' - 

ed onorato dell'ordine equestre (i); Lucio Cornelio Pro- Avanti 
sidico, sacerdote ed augure del collegio dei Giovani, 
fu Seviro Augustale di Brescia e di Verona (2); Sesto 
Calfurniano, sacerdote egli ancora dei Giovani bresciani, 
era eavaliero, flamine del divo Cesare , prefetto, edile, 
questore dell' erario , ecc. ecc. (3); dalle quali cose si 
conosce quanta considerazione godessero i personaggi 
ascritti al collegio dei giovani. 

§ i4- La classe degli artefici era rappresentata dal 
collegio dei fabbri, e presieduta quella ancora da un 
Prefetto. Quantunque per la voce fabbro non debba 
intendersi solamente chi affatica nelle officine, ma qua* 
lunque sappia esercitare arti manuali^ era però inten* 
dimento dei Cesari, che i prefetti dei fabbri vegliassero 
particolarmente gli artefici destinati alla fabbrica degli 
utensili necessari all'armata. Per questo, scriveva Ve- 
gezio (4), il prefetto dei fabbri era il commissario so- 
pra i carpentari, i ferrai, i disegnatori, i fabbricatori 
di padiglioni, di arieti, di bertesche, di catapulte, di 
archi, di scudi, di loriche, di frecce e di quanto po*> 
tesse mai bisognare all' armata. Dietro ciò Ennio Qui- 
rino Visconti non gli ha immeritameute rassomigliati ai 
comandanti il genio (5). 

Di que* prefetti altri erano destinati ad accompagnare 
gli eserciti, altri a risiedere nei luoghi alle vigilanze 
loro più convenienti. Gneo Maggio da Cremona era pre- 



(1) M. presso a Rossi f. uà. 
(?) Ibidem» 

(3) M. presso Rossi f. no. Mus. P. Class. Fragmentarum, 

(4) Flavius Vegetius, De re militari, lib. 2 cap. n. 

(5) Visconti, Icori. Gracc. T. 1 pag. 204. 



7 4 LIBRO SECONDO 

il. "^ f e ito dei fabbri nell'armata di Gneo Pompeo, e caduto 

Avanti prigioniero delle soldatesche di Cesare nelle vicinanze 
di Brindisi, ebbe lieta accoglienza da quell'eroe (i). 
Ma murra, uomo cupidissimo e prefetto dei fabbri uelle 
armate di Cesare, si fece per male azioni doviziosissimo 
nelle campagne delle Gallie e della Bretagna (2). Mag- 
gio e Mamurra occupavano il grado, che noi diremmo 
comandanti il Genio al campo. E Munterio all'opposto 
era prefetto dei fabbri, residente a Lavone paese di 
Yalletrompia, dove era occupato ad invigilare lo scavo 
delle miniere e le opere delle officine (3). Il marchese 
Maffei gelosissimo di ogni chiarezza antica della pro- 
vincia bresciana, come pauroso non avesse per quella 
a restarne adombrata la veronese, e dielro a lui alcuni 
altri di questi ultimi tempi (4), hanno scritto, che gli 
antichi non hanno mossa opera alcuna nelle miniere 
bresciane, e che era loro fors' anco ignoto che le pur 
fossero. Il primo ne ha addotto a motivo, che quando 
Brescia era signoreggiata dai Goti, il re Teodorico, il 



(1) Caesar, De beilo Chili, lib. 1 pag. 88, edil. Aldinde. 
(1) Catulìus, Carm. 29, — Plinius, lib. 56 cap* 6 J\ 645, 
ediU Lugduni, i56i. 

(">) C • MVNTERIO 

M • LA BONI 
METALLIORVM • PRAEFECTO 

lapide scoperta sugli albori del passato secolo, comunicata da 
Gagliardi all' ab. Silio Canonico d'Aquileia, con sua • lettera, 
pridie id. Majas 1716, Brixiae, pubblicata dal dott. G, B. Chia- 
ramonli, pei tip» di Pietro Pianta, l'ann. 1763. 

(i) lì professor Broccbi ed il dott. Gio. Labus: il primo 
nel Trattato Mineralog. pubbl. in Brescia i'ann. 1808. L'altro 
Dissertai, intorno Antichi Monumenti, f. 19. 



LIBRO SECONDO 7< > 

quale dominava verso la metà del quinto secolo, rac-- — 
comandò caldamente al conte Simeone la vigilanza so- ^ va " tl 
j)ra all'esercizio delle miniere della Dalmazia; e gli 
altri posteriori si sono studiati di sosteuere quella sup- 
posizione ^ producendo alcuni passi di Plinio. Quanto 
al primo è chiarissimo che la raccomandazione delle 
miniere della Dalmazia fatta dal re Teodorico ad uà 
conte suo dipendente non esclude l'opera degli anti- 
chi in quelle bresciane; e quanto ai secondi, non isco- 
standosi dalle dottrine di Plinio, alle quali hanno essi 
tentato di appoggiarsi, è chiaro che quell'autore, dopo 
di avere annoverate le popolazioni antiche delle nostre 
Alpi, fra le quali non ha mancato di ricordare i Ca- 
rmini, i Breuni, i Triumpiliui ed i Yennoui, cioè gli 
appartenenti al distretto di Lavenone, ha scritto: che 
quei paesi non la cedono ad alcun altro quanto alla 
fecondità delle miniere (i). Lo stesso Plinio a quelle 
parole ha soggiunto: che a' suoi tempi era per decreto 
de' senatori vietato di muovere in quelle miniere stesse 
alcuna operazione (2); decreto che sarà forse stato ema- 
nato in gastigo di quegli Alpigiani, perchè avevano 
contrastato con trascendente fermezza il campo alle ar- 
mate romane. Ma se quel decreto si emanò, è neces- 
saria conseguenza il credere che le miniere bresciane 
erano non solo conosciute, ma ancora coltivate innanzi 
di quella proibizione. 

Lunghi anni inuanzi che i Cenomani fossero assog- 
gettati a Roma, tramutando eglino oggetti di com- 
mercio coi Reti abitanti le Alpi vicine, fra gli altri 



(1) Plinius, lib. 3 cap 20: Me tallo rum omnium nulli s cechi 
ter ri s. 

(?) Idem ibicL inierdicluni id vctere Cousullo Palruiu. 



76 LIBRO SECONDO 

generi avevano da quelli in cambio ancora del ferro (i). 
Avanti D a [} a qua! cosa indubitatamente risulta che quel me- 
tallo traevasi dalle miniere delle prossime Alpi, lunghi 
anni innanzi ancora che Brescia fosse provincia, mUf 
nicipio o colonia romana. Che più? si penetrino gli 
scavi di quelle miniere, se ne disamini la difficile e 
prodigiosa lunghezza, si osservi quanto in quelli si 
possa regolarmente procedere elaborando un anno, indi 
si calcoli quanti secoli d' opera saranno stati necessari 
a renderli quali sono. 

Non lungo tratto dopo la morte di Plinio, il sopra 
enarrato C. Munterio, prefetto destinato ad invigilare i 
metalli, cioè lo scavo delle miniere e le opere delle 
officine, teneva le stanze in Lavone, paese di Valle* 
trompia; e da quel suo impiego e da quella sua resi- 
denza risulta chiaramente che il decreto ricordato da 
Plinio, pel quale era vietata l'opera in quelle miniere, 
uon aveva più vigore alcuno, altrimenti Munterio avreb- 
be occupata una inutile prefettura. 

Il prefetto dei fabbri, del quale sopra di ogni altro 
rimanga distintissima ricordanza, fu Caio Silio Aviola, 
il quale, oltre di essere in Brescia prefetto de' fabbri, 
era ancora augure e tribuno militare della terza legio- 
ne (2), Era l'anno vigesiino settimo dopo G. C, mentre 
reggevano in Roma il consolato Marco Licinio Crasso 
e Lucio Calfurnio Pisone, quand'egli fu supplicato pro- 
tettore dai rappresentanti di Temetra e di Timilige, 

(1) Polyhius, Uh. 3 pag. 56 della cit. ediz* 
(1) Che il prefetto de' fabbri C. Silio Aviola fosse ancora 
augure e tribuno militare della terza legione è chiaro dai titoli 
a lui dati nel documento, sopra il quale è segnato il patto da 
lui firmato coi legati di Apisa maggiore, di Tremetra e di 
giagite, città Africane, come sarà chiaro dai prossimi documenti. 



LIBRO SECONDO 77 

le quali erano due città dell' Africa; i quali rappre-- 
seutanti erano nominati Suffcti, con la qual voce, se- 
condo ha insegnato T. Livio (1), erano nominati dagli 
Africani i loro primari magistrati; e non molto di poi 
Siagite ed Apisa maggiore altre due città di que' din- 
torni lo pregarono egualmente del suo protettorato; 
impegno trasmissibile ancora a' suoi successori eh' egli 
ospitalmente assunse; ed il patto di protettorato e di 
clientela firmato tra Caio Silio e quelle quattro città 
venne raccomandato a quattro particolari documenti 
segnati sopra quattro lamine di bronzo, le quali verso 
la metà del secolo XVI furono scoperte in Zenano, 
paese di Valletrompia. 

Quelle lamine ai tempi di Ottavio Rossi conserva- 
vansi in Rrescia presso il sig. Girolamo Bargnani (2), 
da dove poi e di quale maniera abbiano trasmigrato è 
ignoto: le prime due sono passate a Verona nel museo 
Moscardi, delle quali ha avuta copia Gagliardi (3) 
e le altre due sono state vedute dal Grutero nel museo 
Orsini di Roma (4). 

Quantunque quelle laminette sieno state riconosciute 
ingenue da gravissimi letterati, fra i quali da Samuele 
Bocharto (5), da Giovanni Seldeuo (6), da Luca Holste- 
nio (7), dal vescovo Jacopo Filippo Tommassini (8); 

(1) Livius, lib*i% cap. 37; Suffetes eorum, qui summus Poc- 
nis est magistratus. 

(2) Rossi, Marm. Br. f. 173. 
(5) Gagliardi, Parere § 55. 

(4) Gruterus, Inscript. Anliq. pag. 47° rc. *> 2. 

(5) Bocartus, De Coloniis et sermone P/wenicum, lib* t cap. li» 
(fi) Seldenus, De Synedriis Hebraeorwn , lib. 1 cap. \>\. 

(7) Ilolsteuius, Annot. in Thesaur. Geograph. Abrahami 
Ortelii y p. 14, 176, 190, 195, edit. Romae, ann. 1666. 

(8) Tommaj>suiius, De Tcsseris HospitalUatis , cap. 2. 



Avanti 
G. C. 



78 LIBRO SECONDO 

' e quantunque il march. Ma5ei, peritissimo giudice iu 
Avanti ta j e sorta di documenti, avesse più volte confidenzial- 
mente affermato al canonico Gagliardi di non avere 
dubbio alcuno sopra l'autenticità delle medesime (i): 
ciò non pertanto, incitato egli poscia dall' ardore della 
contesa letteraria intorno all'antico stato de' Cenomaui, 
sopra alla quale ebbe tanto a discutere, e fatto sde- 
gnoso di più riconoscere alcun pregio antico di Brescia, 
iu un' opera sua posteriore francamente ha scritto, 
essere quelle laminette una malizia di Ottavio Rossi ed 
averle egli formate onde metterle a mercato (2). INou 
credo essere conveniente l' interrompere il filo di que- 
ste Istorie per ribattere quella ingiuriosa asserzione , 
siccome basta rimettere il lettore alla colta disserta- 
zione scritta sopra tale proposito dall'ab. Carlo Scarella 
paroco di Ghedi (3). 

Non è maucato chi liberale ha disposto larghe so- 
stanze in vantaggio del comitato, ovvero del collegio 
dei fabbri. Marco Giuvenzio Magio, forse della famiglia 
di quello che era prefetto dei fabbri negli eserciti di 
Pompeo, del quale si è già parlato, lasciò il collegio 



(1) Di tanto ne accerta Io stesso Gagliardi alla nota 13 del § 35 
della sua operetta Parere della edizione esistente nella raccolta 
Sambuca, f. 1^3. 

(2) M affisi, Musei Verone nsis Appendix , pag. 189: Oclavius 
"Rubens .. .. mirimi sibi cogitatimi fingi 1 3 nec drfuiL qui obse- 
cundaret Id ne mercalurae gratta factum putabi/nus ? 

(3) Quella dissertazione è pubblicala anonima a 1. a*2i e sei*. 
della raccolta Sa mb uca col titolo: De quatuor aeneis brixianis 
tabuli? ad vi rum ampliss. Comi/em Fausti num ddvocatuni 
2XEAIA2MA- Siccome quelle quattro antiche lamine non 
aouo più iu Brescia ne irasciivu uà Gagliardi ie iscrizioni; 



LIBRO SECONDO 79 

de' fabbri erede delle sue facoltà (1). Spurio Attilio^ "*" -1 
Cereale lo imitò (2). Così a differenza di altri che dopo Avanti 

1 • 1 • • 'm • • • • U G. C. 

le esequie ambivano annui limerei incensi, veri bene- 
meriti della patria, vollero che avessero ad essere soc- 
corse le industrie e le arti, quando ancora non potes- 
sero essere considerate postere. 

Lamina 1. 

M . CRASSO . FRVGI . L . CALPVRNIO 

PISONE COS . 

Ili . NON . FEBR 

CIVITAS . THEMETRA . EX . AFRICA . HOSPITIVM 

FECIT . CVM . C . SILIO . C . F . FAB . AVIOLA M 

que 

LIBEROS . POSTEROSQVE . EIVS . SIBI . LIBERIS 

POSTERISQVE . SVIS . PATRONVM . COOPTAVE 

RVNT 

C . SILIVS . C . F . FAB . AVIOLA . CIVITATEM . THEME 

TRENSEM . LIBEROS . POSTEROSQVE . EORVM 

SIBI . L1BER1S . POSTERISQVE . SVIS . IN . FIDEM 

CLIENTELAMQVE . SVAM . RECEPIT 

EGERVNT 
BANNO . HIMILIS . F . 

AZDRVBAL . BASILLEC1S . F . SVFES 

IDD1BAL . BOSIHARIS . F . 

LEG . 

(1) Marmo presso a Rossi, f. «232. 

(2) Manno \ resao Bastiano Aragonese, n. 92. 



8o LIBRO SECONDO 

^^^ § i5. Hanno creduto alcuni ed avranno pur creduto 
Avanti JÌ cre( j ere il vero, che i collegi dei Gentonarii e dei 

Dendrofori fossero adunanze trascelte dal corpo dei 



Lamina 2, 

SI . CRASSO . FRVGI 

L . PISONE • CCS . 

SENATVS . POPVLVSQVE . THIMILI 
GENSIS . HOSPITIVM . FECERVNT . CVM 
C . SÌLIO . C . F . FAB . AVIOLA . PRAEF . FARR 
EVMQVE . LIBEROS . POSTEROSQVE 
EORVM « SIBI • LTBERIS . POSTERISQVE 
SVIS . PATRONVM . COOPTAVERVNT 
C . S1LIVS . AVIOLA . PRAEF . FABR . THIMIU 
GENS . VNIVERSOS . SIRI . LfBERÌS . POST 
TERISQVE . SVIS . SVORVMQVE . IN . FIDEIfc 
CLIENTELAMQVE . SVAM . SVORVMQVE 
RECEPIT . EGERVNT . LEGATI 

AZDRVBAL . SVFES . ANNODALTS . F . ACDIBIL 
BONCARTtì . IDDIBALIS . F . RISVIL 
* . . . . NNO . AZDRVBALI& . FX . VCEIARZO- 
. . . I . AMMILCARIS . F . ACDIBIL 
. • . . L . RALITHONIS . F . SIRNI . 

Lamina 3. 

L • SILLANÓ . FLAMINI 

MARTIALT . C . VELLEO . TVTORE . COSS . 

SENATVS . POPVLVSQVE . SIAG1TANVS . HOSPITlVM . FECERVNT 

CVM.CSILIO . CF. AVIOLA.TRIB.MIL . LEG . Ili . AVO . PRAEFECTO 

FABR . EVMQYE . POSTEROSQVE . EIVS . SIBI . POSTERISQVE . SVIS 

PATRONVM . COOPTAVERVNT 

C SILIVS. C. F. FABIA . AVIOLA. EOS . POSTEROSQVE . EORVM . IN » F1DEM 

CLIENTELAMQVE . SVAM . RECEPIT 

AGENTE . CELERE . IMILCHONIS 

CV1L1SAE . F • SVFETfi 



LIBRO SECONDO 81 

sarti e dei legnaiuoli (i). Tale pensamento il deriva-- - 

reno da uà articolo del codice Teodosiauo (2) , al quale ~ va J5** 
avendo V uno dal a erronea spiegazione, gli altri ancora 
a quella si appigliarono ciecamente. Ordinando la legge 
che nei piccoli paesi le classi dei Gettonarli e dei Den- 
drofori dovessero congiungersi con quella dei Fabbri ^ 
non ne consegue che i Ceutonarii l'ossero i sarti, 0, 
coni' altri pensano, gli strazzaruoli; e che i Dendrofori 
fossero i legnaiuoli; e molto meno ne risulta che quelle 
tenui classi di abitatori fossero scambievolmente rap- 
presentate da un collegio apposito presieduto da al- 
tissimi personaggi. I sarti ed i legnaiuoli appartengono 



Lamina 4* 

L . SILLANO . FLAM . MART . 
C . VELLEO . TVTORE . COSS . 
PRID . NOIST . DECEMB . 
CIVITAS . APISA . MAIVS . HOSPITIVM . FECIT . CVM .C . SILIO . C . F . 
FAB . AVIOLA . TRIB . MILIT . LEG . Ili . AVO . PRAEFEC . FABR . EVM 
LIBEROSQVE . POSTEROSQVE . EIVS . SIBI . LIBERIS . POSTER1SQVE . SVJS 
PATRONVM . COOPTAVERVNT 

C . SILIVS . C . F . FAB . AVIOLA . TRIB . MILIT . LEG . Ili • AVG ■ PRAEFEC . 
FABR . APISAM . MAIVS . LIBEROS . POSTEROSQVE . EORVM . SIBI . LI 
BERIS . POSTERISQYE . SV1S . IN . FIDEM . CLIENTELAMQ . RECEPIT 

~EGERVNT 
HASDRVBAL . IVMMO . IADERIVMMI 
HASDRVBAL . HANNONIS . BANNOGABALIS 

CIIINISDO . SVFFE 

SAEPO . CHANAEBO 

ÉEGATI 

(1) Anonimo autore del lib. Ragioni di Brescia sopra i fiumi 
Oglio, Mella e Chiese, f . 5 1 . - — Biemmi, Star. Br. t. 1 fi 167. 

(1) Cod. Theodos. TU. De Centonariis : in quìbuscumque 
oppidìs Dendrofori fuerint Cento nanio rum, atque Fabrorum 
corporibus adneclaulur. 

Vol. 1. 6 



82 LIBRO SECONDO 

' per natura alla classe degli artigiani, cioè a quella 
^ va " u dei fabbri; e caso si avesse ad accettare la sentenza 
di qaegli autori, dove resterebbono, ovvero da qual 
comitato sarebbero rappresentate la classe dei possedenti 
non nobili e quella della plebe? Ciò posto io penso che 
Il collegio dei centonarii rappresentasse quei nume- 
rosi possedenti i quali non erano ascritti al rango della 
nobiltà. Il nome centenario potrebbe essere derivato 
dalla parola centuria, la quale fra gli altri significati 
indicava ancora quella porzione di campo che veniva 
compresa fra lo spazio di venti piedi per ogni lato (i); 
cosicché centonario fosse lo stesso che dire possedente 
di centurie. Potrebbesi attribuire a quel nome ancora 
uu' altra etimologia, per vetustà di principii forse an- 
cora più plausibile. Solevano i Romani distribuire le 
possidenze a quelli che trasmettevano ad abitare nuove 
colonie, dando ad essi, per ordinario, ducento iugeri 
di terreno ogni cent' uomini (2), perlocchè centonarii 
centones potevano essere denominati quei cento uo- 
mini, sopra i quali dovevano essere i ducento iugeri 
distribuiti. E vero che i campi di questa provincia 
non vennero mai dai Romani donati a nuovi coloni (3), 
come quelli di Cremona lo furono e di altre provincie 
vicine (4); ma una voce usata nei prossimi municipi! 



(1) Papias, apud Cangium in Gloss. ad vocem centuria: dice 
Centuria mensura terrae vel vincaie', hahens per singutas partes 
pedes 20. 

(1) Siculus Flaccus, apud eundem Cangium, toc. cit. cente- 
nni hominum ducente na jugcra de.derunt , e lo sfesso altrove: 
Cenluriae non per omnes regioncs nita ntena jugera obtinent. 

(5) Asconius Pedianus, Comment. Pisonianae, apud Sigonium, 
De antìq. jure Italiae , lib. 5 cap. 1* 

(4) Serva», in ver** «28 Eglog> 9, Virgiiii. 



LIBRO SECONDO 83 

nou poteva che trasmigrare ancora negli altri mimici- SH5S5H5 

pii vicini e singolarmente quando trattavasi di porre Avanti 
• i i ,. ... G. C. 

il nome ad un comitato di nuova istituzione. 

Il collegio dei centonarii, o come piace il dirlo, dei 
possedenti non nobili venne istituito contemporaneamen- 
te a quello dei fabbri, e Lucio Cornelio Prosidico, 
primo ambidue gli auspicò (i). Non è fuor di proposito 
il credere che quel comitato di piccoli possedenti, i 
quali sono per ordinario i migliori agricoli, avrà pro- 
curato T incremento maggiore dei prodotti, avrà adde- 
strato i coloni alla coltivazione di quelle sementi e di 
quelle piante nuove all' Italia, che i Romani conquista- 
tori sagaci qui trasportavano allora da strani paesi (2): 
e quantunque quel collegio non fosse illustre, quanto 
lo era quello dei giovani ovvero dei nobili, non ce- 
lebre siccome quello dei fabbri ovvero degli artigia- 
ni \ era però decoroso l' appartenervi ; e non mancaro- 
no duoviri, flamini, sacerdotesse, matrone che ebbero 
compiacenza di esservi ascritti (3). 

§ 16. La plebe, che è la classe più numerosa di 
tutta la popolazione , scieglieva ella ancora le persone 
più accorte ed onorate del suo ordine, e le adunava 
in un comitato che avesse a rappresentarla; e non 
che superbisse per altezza di titoli, nominava quell'a- 
dunanza Collegio dei dendroforiy ovvero Assemblea 



(1) Marmo presso l'Aragonese n. 120 e scorrettamente presso 
Ottavio Russi , f. 1 jq. 

(1) Plinius, Tlist. Nat. passim. 

(3) Bilalia Fausta « — Pelronia Bibiana — Caio Emilio Pro- 
culo FDuoviro e Flamine del Divo Augusto — Emilia Equa 
accettarono con compiacenza di essere ascritti al collegio dei 
Centonarj. Vedansi il marmo dell'Aragonese n. 4^ e quelli di 
Rossi, class. 7 n, i, 7, 12, 16. 



84 LIBRO SECONDO 

■ ' dei porta legne (i). Non è da intendersi che gli ag- 

Avanti ffre g a ti a quel collegio fossero tutti portatori di fasci. 

G. C. & ° . . 

tutti facchini : si usa sovente la sineddoche ancora, de- 
nominando pubbliche corporazioni. Quel collegio però, 
sebbene fosse onorato della protezione di personaggi , 
per illustri ordini distintissimi (2), nella gerarchia de- 
gli altri tenne sempre cionnonpertanto l'ultimo luogo; 
siccome è chiaro dal grado in cui negli stessi epigram- 
mi lapidari è collocato (3). 

Cosi il comitato dei giovani negli istituti militari, 
civili, giudiziari e nel ministero sacerdotale addestrava 
i patrizi: quello dei fabbri giovava le industrie, por- 
geva eccitamento alle arti; e 11 eli' atto che sospingeva 
le splendidezze della provincia , ne agevolava il com- 
mercio : quello dei centonari auspicava Y agricoltura e 
facilitava l'annona; e quello dei dendrofori proteggeva 
la plebe. 



(1) Alcuni storpiando miseramente la greca etimologia hanno 
supposto, siccome si è già scritto, che dendroforo sia una voce 
composta e significhi legnaiuolo o falegname. Quelli dai Greci 
erano detti 5ukOTOiol y 'Apot^OTtoioìi e la voce Dendioibro deriva 
dal nome AévlpoV, legno, e dai verbo (popioo, io porto, cioè porto 
i legni, porto i fasci, sono un facchino, un portaiuolo, uà 
di plebaglia, AèvlpOQOpOS. 

(2) Marmo presso Aragonese, n. 66. — Presso Rossi, 
class. VII n. 2. 

(5) Ne' marmi è sempre scritto primo il collegio de' giovani, 
indi de' fabbri, poi de' centonarii e analmente de' dendrofori. 



LIBRO TERZO 



,L 



§ I. JLJe sorti di Brescia seguitavano allora le sorti! 



di Roma. Quella immensa metropoli, dominatrice della Avanti 
maggior parte dell' orbe allora conosciuto, figurava di ' 

essere insieme a tutta l' Italia una sola città, di manie- 
ra che le colonie italiane non sembravano che contrade Anno 
suburbane dell'altissima capitale. Brescia aveva comu- 
ne con Roma il diritto della cittadinanza > era aggre- 
gata ad una delle sue più illustri tribù, aveva suffra- 
gio nei comizi, armava nelle romane legioni, presentava 
candidati ad ogni più splendida magistratura. Sole- 
vano i patrizi bresciani procurarsi case in Roma , e 
lunghi mesi dell' anno le abitavano ; e per le istituzioni 
governative, per le pratiche della religione, pel favo- 
reggiamento delle arti e delle scienze, per la magnifi- 
cenza degli edifici, per le costumanze del vivere, del 
favellare, dello scrivere era Brescia in tutte cose imita- 
trice di Roma. Le armi comandate da Cetego, da Mar- 
cello, da Druso avevano umiliato il collo dei Bresciani, 



86 LIBRO TERZO 

m ^ mmmmmm ma. le splendidezze e le virtù dei Romani avevano dei 

Avanti Bresciani ammaliato il cuore. Roma era grande, e 
G. C. . - * 

1' ambizione traeva chiunque a figurarsi romano. 

Il senato era in Roma il massimo dei magistrati. 
Bastava la radunauza di quella imponente assemblei 
per destare negli animi un fremito di trepidezza e di 
venerazione. Tre cose erano necessarie onde essere 
ascritto a quell'ordine eccelso: altezza di natali, inte-» 
grità di costumi e facoltà generose; eccettuata l'ele- 
zione dei magistrati, l'istituzione di nuove leggi e 
le dichiarazioni di guerra, per le quali cose era ne- 
cessario ancora il suffragio del popolo , tutto veniva 
operato dietro consulto di quel venerando consesso. 
Brescia, ad imitazione di Roma, istituì ella ancora il 
piccolo suo senato, al quale diede il nome di ordine dei 
Decurioni. Sono numerose quelle lapidarie iscrizioni , 
alle quali è sottoscritto il voto loro per mezzo delle 
sigle D. D. cioè per decreto dei Decurioni: anzi alcu- 
na volta quel magistrato era nominato ORDO BRIXIA- 
NORVM, l'ordine dei Bresciani (i). Ricordano i mar- 
mi il nome di Caio Canzio Nasone , di Caio Placidio 
Paullo, di Sesto Onesigeno e di moltissimi altri, i quali 
furono elevati a quella cospicua dignità, e ne vestiro- 
no gli ornameuti (2) ; sembra però che vi si ascrives- 
sero ancor de* plebei , perchè Sesto Papilio Istro era 
insieme tribuno della plebe e decurione (3) # 



(1) Veggansi presso Rossi il marmo n. t£ class. VII, il 21 
class. 9, e fra i molti altri la lapide a Mattieno scopertacela 
pochi anni, or nel P. Museo, Class. Honoriae. 

(1) Marmi presso l'Aragonese, n. Si , *]5 , 83. 

(3) Marm. presso Rossi, class. VI n. 5. 



LIBRO TERZO 87 

§ 2. Il consolato era un' altra altissima dignità dei- 



Romani. Finché godette quella repubblica una libertà Avanti 
assoluta, nessuno era eletto console, se non aveva toccato 
T anno quadragesimo terzo dell' età sua, e se per lo 
innanzi non aveva disimpegnate onoratamente altre 
magistrature. I consoli, scriveva Cicerone (1), avevano 
poteuza da re, erano pretori e giudici nel consiglio, 
supremi comandanti negli eserciti, non soggetti ad al- 
tri che al prescritto dalla legge ed al volere del po- 
polo. Vestivano i consoli la pretesta; tenevano ragioue 
seduti sopra un seggio d' avorio, detto lo scranno cu- 
rule; dodici littori portanti i fasci e le scuri guarda- 
vano loro la persona , e dal nome dei consoli segna- 
vansl gli anni nei fasti. I Bresciani, ad imitazione di 
quel magistrato romano, istituirono il duovirato. Si 
osservi che i duoviri erano di due specie, annui e 
quinquennali. Il duovirato annuo era una dignità tanto 
decorosa nei municipii, che, -secondo Cicerone (2), la 
aveva assunta in Capua lo stesso Gneo Pompeo redu- 
ce dalle vittorie d' Oriente; anzi una iscrizione rappor- 
tata dal Grutero (3) assicura che lo stesso imperatore 
Adriano accettava sovente il duovirato nei municipi! 
latini. I marmi conservano la memoria di Caio Papirio 
Pastore, di Caio Emilio Proculo e di altri, i quali oc- 
cuparono in Brescia quella dignità (4). I Duoviri nei 



(1) Cicero, De le gibus , lib. 2: Consules erant in potestate 
Rcgrs, in Concilio Praetores et Judices , in bello imperato] es 9 
nulli parente* , Lex illls voi unta* populi. 

(2) Cicero, Orat. ad Senatum, n. 20. 
(5) Gruterus, pag. 4-21 n. 1. 

(4) Marmi presso Rossi, f. 266, 285. 



88 LIBRO TERZO 

' municipii ambivano alle volte di nominarsi pretori *e 
^, va " u consoli ancora. Il cardinale Enrico Noris inclinò a cre- 
dere che ciò facessero solamente nei tempi inferiori 
dell'impero romano (i); ma prima assai di quell'epo- 
ca Orazio Fiacco in una sua satira mordeva ridendo 
per quel motivo Aufidio, Duoviro di Fondi (2); e Ci- 
cerone nominava ironicamente Lucio Pisone il consolo 
di Capua (3) quando non era che duoviro in quella 
città. Non andarono immuni da simili superbie quelli 
che occuparono il duovirato in Brescia^ siccome Marco 
Lelio Firmino e Fulvio Massimo si nominarono pretori 
di Brescia, mentre non ne erano che duoviri (4); e Marco 
Giuvenzio il iuniore e Postumio Pausa Yaleriano si in- 
titolarono consoli addirittura (5). 

La dignità dei duoviri venne alle volte occupata da 
quattro personaggi i quali dicevansi quattroviri ( quar- 
tumviri). L' illustre Maffei, sempre ansioso di celebrare 
quanto maggiormente poteva le antiche splendidezze di 
Verona sua patria ? seguitando Panvinio (6), al quale 
poteva ancora aggiungere Velsero (7), scrisse, che nei 

(1) Henric. Noris, Cenolapk. Pisan. Disseri, 1 cap. 3 pag. 43, 
ediU Patavìi, 

(2) Horatius, Sermonum, lib. 1 satyr. 5: 
Fundos, Aufidio Lusco< Praetore, libenter 
Linquimus 9 insani ridente s praemia scribae 
Praelextam 9 et latum clavum, prunaeque batillum. 

(3) Cicero, Orat. in Pisonem cap. XI, et OraU 2. de Lege 
Agraria contro. Rulìum , cap. 04. 

(4) Marmo presso Gagliardi, Parere, nota 8 al f. no, ediz. 
Sambuca. 

(5) Ahro presso Rossi, f. 245. 

(6) Maffei, Appendix Musei Veronensis 3 ex excerptis apud 
Samb. pag. 240. 

(7) "Velserus, "Rerum Augustarum , lib< Y# 



LI URO TERZO 89 

municipii minori bastavano i duoviri, e che ne* mag ' 

giori erano necessari i quattroviri; ed aggiunse che A va " tl 
Verona ebbe sempre quattro persone occupanti quella 
dignità, e Brescia altrimenti solo due (1). Dietro quella 
supposizione, non due, ma cento consoli non sarebbero 
bastati a Roma. Bergomo invece e Como, quantunque 
le non fossero città di primo rango, ebbero elleno an- 
cora alcuna volta i quattroviri (2); e non mancano 
marmi i quali assicurano che in alcuni tempi gli ebbe 
Brescia ancora e ricordano il uome di Caio Muzio, di 
Publio Popilio, di Quinto Muzio e di Marco Cornelio 
i quali furono quattroviri di Brescia (3), Per la qual 
cosa il cardinale Enrico Noris (4) ed Annibale degli 
Abati Olivieri da Pesaro (5) hanno saggiamente giudi- 
cato che quella dignità venisse alcuna volta accordata 
a quattro persone, non per necessità di ministero, ma 
per appagare ad un tempo i desideri ambiziosi di 
molti aspiranti. 

§ 3. La censura presso i Romani era in sulle pri- 
me un magistrato destinato a prendere conoscenza del 
censimento di ciascheduno, onde distribuirne a propor- 
zione i tributi; ed i censori iscrivevano ancora gli abili 
alla milizia. Supplicavano per tali operazioni il favore 
dei numi, ai quali si raccomandavano per mezzo di 



(1) Maffei , ibidem: Suprema judicandi potestas Veronae 
JIII viros et Brixiae pencs il viros. 

(1) Iscrizioni presso Gruferò, pag. 556, 58a, 5g6, 4^3. 

(5) Vengasi fra gli altri il marmo incastrato nel muroeste« 
riore del coro della parrocchiale di Gottolengo, e già rapportato 
da Rossi, f. q4i , e da Grutero, pag» 167, «. io. 

(4) Card. INoris, Cenotoph. Pisan. Dìssert. 1. 

(5) Annibale degli Abati Olivieri, in noti* ad Martnora 
Pìsaurcnsia, pag. 69, ediU Pìsauri, ann. 1758. 



go LIBRO TERZO 

5=551=5 un sacrifizio celebrato ogni cinque anni, che uomina- 
A vanti vanQ i ustmm 9 onde ne viene che dicesi lustro il pe- 
riodo di cinque anni. Procedendo i tempi venne am- 
pliata la giurisdizione dei censori: e non solo ebbero 
in cura auche le acque, le strade, le pubbliche en- 
trate, i templi; ma vegliavano ancora le costumanze 
dei cittadini e 1' equità dei magistrati (i) con piena 
autorità di rimuoverli e di punirli. Non mancò Bre- 
scia d' istituire ad imitazione di Roma quella magi- 
stratura; ed usava nominare i suoi censori, duoviri 
quinquennali, dal tempo che occupavano quella dignità. 
Amministrò la censura in Brescia quel Publio Papirio 
Pastore, che abbiamo annoverato fra i prefetti dei fabbri, 
e Caio Emilio Proculo (2); e prima di quelli, cioè otto 

Anno anni avanti la nascita del Redentore, furono in Brescia 
8 

censori Lucio Salvio Aprone e Caio Postumio Costa (3), 

il monumento lapidario dei quali era nel recinto inte- 
riore del castello di Brescia, e Tanno 1747 venne tras- 
portato a Verona, dove è commisto agli altri marmi 
indigeni ed esotici di quel copioso museo (4)* 



(1) Plularcus, In vita Q. Fiumi nii , edit. Basileae , i54^ j- 
pag. it 7. 

(9.) Marmi rapportati da Gagliardi alle note 1 e 1 a f. no 
del Pavere. 

(5) Caio Postumio Duoviro Quinquennale potrebbe essere 
stalo facilmente un discendente di quel Postumio, sopra le li* 
bidini del quale, mezzo secolo innanzi, aveva scherzato leggia- 
dramente Catullo nel carm. 67 vers. 55. 

(4) Che quel marmo sia stato in quell'anno trasportato a 
Verona lo ha scritto T ab. Biemmi, il quale allora viveva e 
studiava le patrie antichità, Stor. Br. torri. 1 /. i5i. Siccome 
però e da Fabretti e da incus. Filippo della Torre ( De colon. 



LIBRO TERZO 91 

§ 4- L'edilità traeva il nome ab aedlbus dagli ed i-?5?55?5!? 
ilei, ed era in sulle prime un ufficio da paragonarsi a ^ va " tl 
quello che noi diciamo Commissione all'Ornato: ma 
procedendo i tempi, venne affidata agli Edili ancora la 
sorveglianza della polizia ed alcun altra. Fra i molti 
che occuparono quell' ufficio in Brescia, si distinsero due 
militari; Gaio Ponzio Peligno e Lucio Servio Lepido 
furono insieme tribuni nelle legioni ed edili nella co- 
lonia (1), 

I questori dovevano invigilare il pubblico erario, 
la gelosia del qual ufficio induceva i magistrati a non 
affidarne il grado che a persone di carattere integer- 
rimo e per alti ordini distinte. Disimpegnò in Brescia 
le fuuzioni di questore Marco Publicio Sesto Calfurniano, 
il quale oltre all' essere questore, era ancora cavaliere, 
flamine, edile, sacerdote del comitato dei nobili e pro- 
tettore della colonia (2). 

§ 5. Cosi governavasi Brescia dietro le maniere di 
Roma; ed avendo con quella illustre metropoli comuni 
le splendidezze ; le superstizioni, le sorti, appena accor- 



ilo rojulen s. pag. 3 1 9. ) venne pubblicato siccome Veronese, mi 
fo debito di trascriverlo e di assicurarlo bresciano. 

L • V1BIVS • VISCI - L • NYMPHODOTVS 

BERG1MO ' YOTVM 

C • ASINIO • GALLO • C • MARCIO • CENSOR 

COS • 

L • SALVIO • APRO • C • POSTVMIO * COSTA 

li • VIRIS • QVINQVENNAL1BVS 

E chiaro dai fasti consolari, che Caio Asinio Gallo e C. Marcio 
Censorino erano consoli a Roma l'anno 746 di quella città, 
cioè 1' ottavo innanzi G. C. - 

(1) Marmi presso Rossi f. 1^5, Mas. P. Class. Honor. 

(9.) Marmo presso Russi, f. n3. 



92 LIBRO TERZO 

"° LJULJ! r gevasi che Roma celebrava il trionfo di un prode * 
Avanti sollecita al prode istesso erigeva monumenti ed archi; 
appena udiva celebrarsi in Roma alcuna novella apo- 
teosi, pronta ella ancora erigeva altari, e destinava 
sacerdoti al nuovo iddio, e consorte di Roma, ora be- 
ne ora male auspicata, godeva o sofferiva le alterne 
tramutazioni delle vicende di Roma. Erigeva Roma 
marmorei monumenti a Giulio Cesare (i), e Brescia lo 
imitava. Il patrio pittore Bastiano Aragonese ne ha 
conservato il frammento di un trofeo marmoreo dedi- 
cato a Cesare fino da quando non era egli che ditta- 
tore (2). Innalzò poscia Roma Y ombra di Cesare ad 
Amo onor * divini (3), e Brescia ad imitazione di Roma, ce- 
> lebrata Y apoteosi di Cesare, destinò sacerdoti d J ambo 
i sessi al particolare eulto di lui. Ricordano per que- 
sto gli archeologi 1' iscrizione eretta al cavaliere Mar- 
co Publicio Sesto Calfurniano, il quale era in Brescia 
flamine, ovvero sacerdote destinato alle onoranze del 
divo Giulio (4); e quella di Rea Triumnia sacerdotessa 
del medesimo (5). 

§ 6. Reduce Ottaviano Augusto dalle moltiplici vit- 
torie venne onorato dai Romani con orazioni e con 
trionfi (6) ; e la scaltra adulazione, cupida incessante- 



(1) Sveloniiis, in Juf. Caesarcm, cap. 76 pag. 33, edit. Oxoniu 
(p) Frammento lapidario presso Aragonese, 11. 45. 
(5) Svetonius, in Caesarem cap. 84 pag- 58. 

(4) Ciò rilevasi dal marmo già citalo presso Rossi, f. ii3. — • 
E Cicerone parlando dei sacerdoti pagani, al ìlb. 1 De legìbus, 
dice: Viisque aliis, aliis Sacerdotes , omnibus Pontifices , sin» 
gulis Flamincs sunto. 

(5) Marmo presso Rossi, f. 1Z6 n. 5, esistente nel campa* 
nile di Rogno, in Valcamonxca. 

(6) Svetonius, in August. § *22 pag. 92, 



Anno 
x. 



LIBRO TERZO 9 3 

mente di premi! , ansava di collocarlo fra i numi , e- "'" * 
speculato l'olimpo, credeva vedere fra gli astri a lui A var,tl 
preparato un luogo, dove le branche del Cancro si di- 
stendono verso la stella di Erigone (i). E Brescia se- 
guitando le maniere di Roma innalzò ad Ottaviano 
Augusto vincitore un arco marmoreo di trionfo ? del 
quale parve ad Oltavio Rossi di scovrire gli avanzi nel 
luogo della città detto Arco del vino, cioè presso 
l'angolo del Serraglio (2). Ed aggregato Augusto alla 
gerarchia dei numi ebbe dai Bresciani flamini destinati 
al suo culto, come ne assicura il marmo che ricorda 
il nome di Emilio Proculo (3); anzi è probabile che 
per le osservanze del culto dello stesso Augusto abbia 
avuto cominciamento il sacro istituto dei Seviri Augu- 
stali, così di frequente rammemorato dalle patrie la- 
pidi. 

Nella piazzetta di Arco vecchio, luogo suburbano a Dell' era 

quei tempi, innalzarono i Bresciani un arco di trionfo v0 *o are 
t . . anno 

a Germanico Cesare figlio di Druso ed adottato da 14. 

Augusto, quando egli reduce dalle vittorie inviavasi a 

Roma per conseguire il trioufo (4). Morto quel prode 

l'anno seguente nelle regioui di Siria, avvelenato per 



(1) Virgilius, Georg. 1 ver. 55 et seq. 

Anne novum tardis sìdus Te mensibus addas , 
Qua locus Erigo nem Inter chelasque sequentes 
Panditur. 

(2) Vedasi la tavola topografica di Brescia antica pubblicata 
nelle Memorie Bresciane di Ott. Rossi , f. 12 alla lettera 55. 

(5) Marmo presso Aragonese, n. 104, presso Rossi, f. 25$. 
M. P. Class. Eonoriae. 

(4) Veggusi ia tavola sopracnunciata alle lettere RR* 



9 4 LIBRO TERZO 

opera di Gueo Pisone, incitato a quella scelleraggine 
Dopo d a ll'i n vidioso Tiberio (i), e trasportatene a Roma per 
anno V. apoteosi le ceneri, i Bresciani anch' essi lo aggrega- 
l 9 é rouo ai numi, siccome ne assicura una patria iscri- 
zione (2). 

§ 7. Le costumanze dei popoli seguitano per ordi- 
nario quelle dei potenti. La Francia era tutta croci , 
mentre la reggeva Luigi IX; tutta era nastri, quando 
donneggiavano nel palazzo del Louvre le Maintenon e 
le Pampadour. La disciplina, la morale, gli industri 
studi' di Cesare; la pubblica magnificenza e la privata 
riservatezza di Augusto; le artificiali primizie dell'im- 
pero di Tiberio (3) porgevano sottocchio ai popoli 
gli imperiali costumi: sicché dietro l'esempio di quelli 
raffinavano 1' ingegno, ingagliardivano d' animo e fa- 
cevansi per le industrie e per belle operazioni illustri. 
Ma quando sciolto Tiberio dalle paure de' congiunti , 
ruppe il freno alle passioni, aizzò le lussurie e giunse 
all' ultimo delle vergogne, delle ribaldaggini e delle 
sevizie (4), quali potevano mai essere le morigeratezze 
de' Bresciani sudditi di Tiberio, mentre porgeva loro 
così guasti esempi lo stesso Imperatore? Un anonimo, 
stomacato a que' tempi dai mali scaudali di Tiberio , 



(i) Sveton., In Tiberium § 5*2 pag. 117. 

(1) Marmo presso Rossi, f. 209 n. il. 

(5) Sveton., In sìngulos. 

(4) Non voglio curare che Tiberio abbia incitato i popoli 
alle gozzoviglie per mezzo di- un suo opuscolo ricordato da 
Svetonio (in Tib. § i? ), ma ributta l'animo la memoria delie 
sue ribaldaggini e delle su* sevizie descritte daìlo stesso ai 
paragrafi 44 e 61. 



LIBRO TERZO 9 5 

appese al pubblico contro di lui un libello, usi (filale ^ ^^" a — 

fra le altre querele così era scritto: Dopo 

1 G. C. 

Tu dato hai fine, o Cesare, 
Ai fausti giorni doro: 
Surge a cornuti martoro 
Ferrea età con Te. (i) 

À varissimo , siccome egli era, alimentava, ma non 
pagava gli stipendi a quelli che lo servivano ? non 
usava liberalità alcuna alle provincie , anzi rapiva a 
molte città ed a molte famiglie private ancora i pri- 
vilegi a quelle concessi da' suoi antecessori, e singolar- 
mente quelli che vegliavano le miniere (2): la qual 
cosa deve avere recato altissimo nocumento agli abi- 
tanti le valli bresciane. E vero che la lapida che an- 
cora conservasi nel patrio Museo . la quale ricorda i 
potenti che condussero acque in Brescia, rende grazie 
dell' acquedotto ad Augusto ed a Tiberio; ma è da 
credere che quell' opera sia stata compita innanzi che 
fosse Tiberio coronato imperatore, quando ancor pa- 
ventava le virtù di Germanico, perchè dopo quell'epo- 
ca non seppe egli determinarsi ad erigere alcun pub- 
blico edilìzio; anzi in Roma stessa abbandonò la fabbrica 
del tempio d' Augusto ed i restauri del teatro Pom- 
peiano , opere da lui per lo iunanzi incominciate (3). 



(1) Aurea mutasti Saturni secula Caesar 

Incolumi nam Te ferrea semper erunt 

Distico presso Sveton., Ut* 5 § 5g. 

(1) Sveton., lib. 3 § 48 et 49 •* plurimi* etiam civitalibus, et 
privati* veteres immunitates, et jus mclallorum, ac vectigalium 
adempia . 

(3) Sveton. , lìo. 3 5 47- 



96 LIBRO TERZO 

^^2^ § 8. Imperava Tiberio, quando Erode Tetrarca di 
°P° Galilea ^ ingelosito delle predicazioni di Giambattista 
anno il Precursore, lo fece chiudere nel castello di Mache- 
2§ - fonia ed ivi decapitare (1). Racconta Flavio che egli 
così operò, non perchè Giambattista non fosse un ot- 
timo galantuomo e non predicasse che la giustizia e la 
virtù, ma perchè le genti lo ascoltavano cupidissime, 
ed egli paventava non avesse quello un giorno a trarlo 
a ribellione (2). 

Procedevano alla fine gli anni nei quali fu Brescia 
soggetta all' imperatore Tiberio, quando Ponzio Pilato 
suo governatore in Giudea, mosso, al dire di Tacito , 
più da codardia che non da crudeltà mandò a morte 
Gesù Cristo, quantunque , siccome quello scrittore ha 
Anno soggiunto, fosse Cristo innocente di quanto imputato lo 
*&• avevano i Giudei. Tacito pagano e Flavio ebreo (3) 
hanno scambievolmente descritti i tremuoti, le ecclissi, 
le fratture dei macigui che mirabilmente contestarono 
la morte dell' Uomo Dio; e testimoni prossimi per età 
e per religione diversi , hanno ambo assicurato che 
Gesù Cristo, soperchiala dopo tre giorni la tomba, alla 
presenza delle guardie che vegliavano il suo sepolcro, 
vivo e sano risurse, e menò prove della sua Divinità. 



(1) Quel castello avrà tratto facilmente il nome da M#'%tf/p# 
spada, pugnale, per le giustizie di sangue che in quello si 
eseguivano. 

(o) Flavi us, Àntiquit, Judaic. lib. 18 cap- io pag. ^o5, edit. 
Gryphii: videbat enim, quod praeccptis ejus ac moni ti s parata 
esset plebs in omnibus obbedire, melius éredidìt , priusquam 
novi aliqnid fieret , pracvenire hominem nece. 

(5) Tacito, AnnaL ìib. 5 t \ f. 190, ediz. di Bassano , 
euin. 1790. — Flavio, Ub* 18 cap. G /. 095, ediz. ciL 



LIBRO TERZO 97 

§ 9. Vinto Tiberio dalle libidioi e dalle gozzoviglie, aHHSHS 
infermò; e soffocato, siccome raccontasi (1), per opera P°P° 
del successore, cesse alla fine ad una vita, che per le ° °' 
doti dell' ingegno poteva trarre illustre, ma perle 
pravità dell' auimo fu a tutto Torbe romano e sin- 
golarmente ai grandi funestissima. Caio Calligola prò- A " no 
clamato imperatore dopo di lui, coufortò di maniera ° 1% 
le genti con belle primizie di governo, che Roma e 
le colonie tutte e le suddite provincie dicevansi beate 
di averlo sovrano, e tanta gioia ne sentirono che in 
meno di tre mesi vennero offerte cento sessanta e più 
mila vittime agli iddìi (2) in rendimento di grazie 
pel concesso novello imperatore; ma un così bel sereno 
intorbidò prestamente. Il suo antecessore aveva spo- 
gliate le provincie per cupidigia d' oro , Calligola le 
mungeva, perchè, profondendolo alla pazza, sempre ne 
abbisognava; Tiberio aveva fomentato le lussurie ri- 
tirato nell'isola di Capri, Calligola non la perdonava 
a matrone, a sorelle, a battili, ed al cospetto di ognu- 
no alle più sozze turpitudini si abbandonava; studiava 
ogni malizia, onde angariar le proviucie quanto mag- 
giormente il poteva; e quando accompagnato da du- 
cente e più mila armati attraversò 1' alta Italia, e per 
conseguente anco il distretto bresciano, e valicò le Alpi 
movendo al Reno per guerreggiare i Germani, recò 
maggior danno alle suddite proviucie che con quelle 
schiere indisciplinate attraversò, che non paura ai ri- 
belli ai quali intendeva portare minaccia. Tornato a 
Roma, mimo in sui teatri, auriga nel circo, tiranno 



(1) Sveton., lib. 3 5 73 pag. is5. 
(i) Sveton., lib. 4 § j4 pag. i33. 

VCL. I 



9 g LIBRO TERZO 

■ n i 3U | trono, segnava ogni giorno sentenze di morte ai 
Dopo più cospicui , rapiva sostanze e le donava da pazzo. 
°" C ' Stomacati da tante ribalderie alcuni animosi giurarono 
la sua perdita. Il senatore Publio Nonio Aspernate , 
dello stipite, siccome è da credersi, dei Nouii di Bre- 
scia, stato già console a Roma F anno trigesimo ottavo 
dopo Gesù Cristo , fermò patto con Cornelio Sabino 
tribuno delle guardie, con Cherèa personaggio conso- 
lare e con altri appartenenti ad ordini distintissimi, 
di liberar la repubblica dalla tirannide, uccidendo 
Calligola. Concetta V idea e dato il giuramento, nou 
perdettero tempo; lo assalirono nella stessa sua reggia 
ed a colpi di pugnale lo uccisero (i). Accorse le guar- 
die allo strepito dell' armi, si avventarono contro gli 
uccisori ; e sopra il corpo del morto imperatore, quelli 
ancora trafitti distesero dei senatori Norbanio, Anteio, 
e del bresciano Publio Nonio Aspernate. Disposto aveva 
il cielo che il sangue di quello stupratore dei pub- 
blici diritti avesse a gorgogliare ed a fumare insieme 
con quello di uno di Brescia. 

§ io. Morto Calligola, le aure dello stalo rassere- 
uarono. Claudio gli succedette; era egli, è vero, debole 
di mente e cedeva di facile alle suggestioni di alcuni 
mali cortigiani e singolarmente a quelle di Messalina 
e di Agrippina la giuuiore , che 1' una dopo l'altra 
Anno Ì|i furono pessime spose. Retto però di carattere e 
4,1 grande di animo, sospirava la felicità de' suoi popoli 
e ne proteggeva É diritti. Tornò egli alla ant.ca di- 
gnità il senato , affreuò la baldanza dei delatori , ri- 
chiamò gli esuli in patria, rendette a molte fonigli* 



(,) Dio Cssius, lib. 5<> - Flavius, lib. iq cap. I. - 
Svetou., lib. 4 § -> 8 P à S' j53: * 



LIBRO TERZO 99 

gli averi assegnati al fisco per ordine di Calligola, ed '■ 

a molte città restituì i capi d' opera che loro aveva r)o ! H> 

. G. C. 

quegli involato- dettò alcune ottime leggi, affrenò l'a- 
vidità degli avvocati , procurò il buon ordine delle 
proviucie, vegliandone indefesso i magistrati, ridusse a 
termine edifici magnifici, portò le conquiste in sul Ta- 
migi. Sarebbe egli stato insomma imperatore cospicuo, 
se fosse meno andato soggetto ad aberrazioni di men- 
te, e se avesse avuto al fianco altri cortigiani ed al- 
tre spose (i). Manio Asinio Aviola bresciano era con- 
sole a Roma in compagnia di Quinto Asinio Marcello, 
quando Claudio avvelenato da Agrippina, dopo tredici 
anni d' impero, morì (2). 

§ 11. Le prosperità procurate possibilmente da Clau- 
dio alle colonie romane ed a quante regioni apparte- 
nevano al romano impero non ebbero che breve du- 
rata. Morto egli, e proclamato imperatore il giovinetto ^nno 
Nerone, venne affidata la primaria autorità dello stato 54- 
a quello che solo valeva a vincere le scelleraggiui di 
ogni peggior scellerato. Lusingò Nerone in sulle prime 
i Romani , recitando dinanzi al senato una orazione a 
lui dettata da Seneca, nella quale promise assai cose 
di se; e per mezzo di alcuni tratti di liberalità e di 
clemenza confermò Y adescata pubblica speranza (3); 
quando assicuratosi il trono, sciolte all' indole pessima 
le briglie, ruppe ad una vita così licenziosa , che ar- 
rogavasi a gloria lo spandere scandalo ed il diffondere 



(1) Dio Cass., Uh, 60. — Sveton., Uh. 5. — Flavius, Uh, 19 
ed altri molti, 

(1) Veggansi i fasti consolari all'anno 5i dopo G, C. 

(5) Tacitus, Uh, 10. — Dio Cass., Uh, Gì. — Sveton., lib, 6. § io. 



ioo LIBRO TERZO 

corruttela (i). Citarista in sui teatri e bordelliera nei 

Dopo Cn i ass ; traevasi seguace la più cospicua nobiltà, pro- 
fondeva pazzamente tesori, e non bastando a rimettere 
l'erario le duplicate imposizioni alle provincie, spo- 
gliava degli aurei simulacri i templi e li fondeva, e 
dispensavane l' oro ai ballerini ed alle donne di pro- 
stituzione. Ciò non bastando, scriveva Svetonio (2), 
chiuse le vie al commercia, e dall'insidia ai costumi 
ed alle sostanze , anelando al sangue , diede a morte 
Britannico suo fratello, Agrippina sua madre , Ottavia 
Augusta prima sua sposa , con un calcio nel ventre , 
Poppea la seconda; e dopo le morti dei congiunti 
passò ad infierire contro di quanti potevano per l'alta 
riputazione ingelosirlo o rendere dovizioso il fisco per 

Anno j e abbondevoli sostanze. Il giorno decimo nono di Lu- 
glio dell' anno sessantesimo quarto di Cristo era egli 
a villeggiare in Anzo, quando si accese un incendio in 
Roma. Cominciò il fuoco nelle contrade prossime al 
Circo Massimo , dove erano spessi i fondachi d' olio ; 
coucitato quello dal vento crebbe voracissimo e tanto 
si dilatò che di quattordici rioni, ne' quali Roma era 
divisa, non ne rimasero che soli quattro illesi. Durò 
seigiorni l'incendio: avvisatone frattanto l'imperatore, 
»on mosse a Roma che quando intese minacciatone il 
suo palazzo e gli orti Luculliani. Facili gli uomini ad 
amplificare le virtù de' buoni e le nequizie dei perfidi, 
dicevano di essere stato quell' incendio appiccato per 
ordine di Nerone, e che egli mirandolo dalla torre di 



(i) Tacìt., Kb* i4 p&g» 294, apud lunelas : ratusqut decus 
si plures foedasset. 

(7) Svtlou. , lib. 6 § 3 r 2 : praectusit cunctos nego fiato re s. 



LIBRO TERZO 101 

Macerate si deliziasse, cantando in sulla cetcra fra ttan- 555555! 
to l'eccidio di Troia. Svetouio lo assicura, Tacito lo J?°P? 

ir 

racconta, ma non lo crede. Certo è che, cessate le fiam- 
me, procurò Nerone alle persone danneggiate padiglioni 
e vittovaglie (i); prese ancora a rifabbricare la città, 
e lo fece con tanta sollecitudine, industria e magnifi- 
cenza, che desiò le meraviglie, e con tanta profusione 
che diede lo stato a penuria (2). Nerone accagionò di 
queir incendio i Cristiani, ruppe loro a tal motivo per- 
secuzione con una crudeltà così spietata, che al dire 
di Tacito, destavauo i miseri ribrezzo e pietà (3). 
Fiacchi finalmente dalle sevizie, dalle turpitudini e 
dalle stranie imposte, diedero i popoli a ribellione. Le 
provincie britanniche, ¥ Armenia, la Siria si sommos- 
sero. Giulio Yi»ce console della Gallia Celtica, Vir- 
gilio Rufo delle Germanie, Seryilio Sulpicio Galba con- 
sole delle Spagne avviarono le legioni verso V Italia , 
scrivendo di giorno in giorno a Nerone lettere minac- 
ciose. Accortesi di quelle minacce le guardie pretoriane 
incitate da Tigellino e da Sabino Prefetti, si unirono 
ai ribelli e proclamarono Galba imperatore. Il se- 
nato dichiarò Nerone nemico della repubblica, ed egli, 
perduta ogni speranza, dopo tante perfidie, perfi- 
diando contro di se medesimo, piantossi un pugnale 
in gola. 

§ 12, Galba gibboso ed attratto della persona, ma 
cospicuo per molte magistrature occupate, accettò vo- 



(1) Tacit. , lib. i5 pag, 336 et seq. — Sveton., Ub. 6 § 38^ 

(2) Sveton., ibidem: provincias, privato rumque census prope 
exhausit, , 

(3) Tacit., lib* i5 pag. 34o : Miseratio oriebatur 3 tanquam 
non utililate publica , sed in saevitiam unius absumcrenlur. 



f e 



102 LIBRO TERZO 

m ■ ■" ■ l on teroso V impero (i). Fu quegli degno della corona 
Dopo finche n on Y ebbe, ne divenne immeritevole appena la 
anno cinse. Divenuto avaro, ingrato, crudele inasprì le mi- 
^* lizie ed i potenti, sicché indignati lo diedero dopo 
pochi mesi a morte. Le guardie pretoriane allora pro- 
clamarono imperatore Salvio Ottone, e le legioni che 
erano a campo nelle Germanie scelsero Vitellio. Cupidi 
que' duo d' imperare da soli anelavano alla scambie- 
vole perdita, e per averne ciascuno l'intento, si procu- 
rarono il favore di quante mai forze poterono. Presero 
le parti di Ottone le milizie di quasi tutta Italia, le 
acquartierate neir Africa, nell' Illirico, nelle Pannonie, 
e per larghi tratti d'Oriente. Ebbe Yitellio, oltre le 
armi germaniche, quelle delle Gallie, delle Spagne ed 
un grosso corpo di cavalleria che d£ accampato fra 
il Ticino ed il Po. Ottone era presente^all' esercito , e 
Yitellio fidato a' suoi capitani attendevate in Germania 
le notizie. Piangeva l'animo ad OttouV al vedere su- 
scitata una nuova guerra civile, ma non era grande a 
segno di cedere spontaneamente il soglio per evitaijh. 
Dopo varii scontri pugnarouo i due eserciti presso 
Piacenza. Percossa la parte di Ottone -e per* diverte 
parti sbandata, nelle provincie di Cremona e di Man- 
tova nuovamente si raccolse. Venne distrutto in quel- 
'"** T occasione 1' anfiteatro di Piacenza, edificio che merita 
■'. v v di essere ricordato, perchè, secondo Tacito (2), era il 

più vasto di tutta Italia. Scaramucciarono pe;r qualche 
tempo le armate lunghesso il Po; ambe finalmente 



(1) ,Sveton. , Jib. 7. 

(1) Taoit. Hi sto r. lib- 1 pag. fói : in eo cerlamine pulcker- 
rimum Amplùthaatri opus, situm extra muros (di Piacenza) 
conflagraci ».♦•.-. quod nulla in Italia moles tara capax fot et. 



LIBRO TERZO k>3 

raccolte si azzuffarono a Canneto, grosso borgo che al- ^"" ^ 
lora apparteneva alla provincia bresciana, e dicevasi J?°P? 
Bedriaco (i); quella battaglia fu sanguinosissima, de- 
cisiva. Racconta Dione che restarono sul campo qua- 
ranta mila estinti. Ebbe la parte di Vitellio la vittoria: 
i superstiti ufficiali di Ottone inviarono messaggeri a 
que' di Vitellio, domandando sommissione; accettate le 
proposte, si fermarono patti d'amicizia e, dimenticate Anno 
le ostilità, si abbracciarono. Quando si diede quella 69. 
battaglia era Ottone a Brescello, dove udita la sconfitta 
de' suoi, disperò senza scomporsi, diede fine pacata- 
mente a diversi affari , bruciò molte lettere di cor- 
rispondenza secreta, poscia abbandonatosi all' eroismo 
dei disperati, data mano al pugnale ^ da se stesso si 
uccise (2). 

§ i3. Quella guerra è stata guerreggiata di tre- 
menda maniera. Le soldatesche cupide di spoglie e di 
delitti saccheggiavano, percuotevano, stupravano; la 
provincia di Brescia, nella quale lunghi giorni quelle 
si trattennero, e dove si diede quel sanguinosissimo 
conflitto, ebbe per mala ventura sopra di ogui altra 
vicina a sofferirne le lagrime voli conseguenze: paesi 
incendiati, campagne devastate, armenti depredati, vit- 



(1) Che Bedriaco fosse un grosso castello dove ora è Canneto, 
lo insegnano: Culverio, Italia Anliq , !ib. 1. — Gagliardi, 
Parere intorno all'antico stato dc y Cenotnani § 11. — Mafie i, 
Ricerca Utorica, § io. — • Vallarsi, Nola C alt anno 70 
Cristiano della cronaca d' Eusebio , pubbli fra le opere di 
san Girolamo, tom. 8 parL 1 pag. 676. Venezia à 1769 ed 
altri. 

{').) Dio Cass. , Ub. 64. — • Sveton. , lib» 7. — Fiutare. In 
Ottone. — Taci!., /list. Ub> 2. 



i o4 LIBRO TERZO 

— — — f tovaglie consumate , popoli percossi presentavano per 
P ?? ogni dove i lacrimevoli segui lasciati addietro da 
quelle schiere infellonite (i); e gli affastellati cadaveri 
dei morti nella tremenda giornata di Canneto , inse- 
polti, abbandonati mettevano raccapriccio all' animo, e 
vincevano per lo puzzo i sentimenti. Annunziata a Yì- 
tellio la vittoria de* suoi , mosse dal Reno alla volta 
d' Italia accompagnato da numerose schiere , le quali 
sciolte da ogni militar disciplina si davano alle rapi- 
ne e ad ogni maniera di scelleraggini impunemente. 
Trasportato iu lettiga superbamente adornata attraver- 
sò egli questa provincia; volle vedere in passando il 
campo di quella battaglia, dove nulla commovendosi 
allo spettacolo di que f tanti cadaveri fetenti, pronuuziò 
un motto conservatoci da Svetonio, e che io ripeto, 
perchè basta da solo ad indicare il pessimo carattere 
• di quell'infame: è grato l'odore del morto nemico, 
grettissimo quello del morto cittadino (2). Guai al- 
l' orbe romano, se era dato a quel perfido d'imperare 
a lungo! Studiavasi d'imitare Nerone quanto il più lo 
poteva, eguagliavalo nelle vigliaccherie e nelle cru- 
deltà, cedevagli quanto alle teatrali manie, quanto al- 
le crapule lo superava. I facinorosi lo adulavano, lo 
paventavano i buoni , altri lo insidiavano secreta- 
uiente. 

Intanto i proconsoli della Siria e dell'Egitto accla- 
marono imperatore Tito Flavio Vespasiano comandante 



(1) Tacit., ubi sup. pag. 44$ • Dispersi per Municipio, et 
Colonias fitelliani spoliare , rapere, vi et slupris polluere, in 
orane fas nefasque avidi, non sacro non profano abslinebant. 

(•2) Sveton., lib. 7 § io: Detestabili voce con firmare ausus 
est : w optime olere occisum hostem , et meiius civem »•, 



LIBRO TERZO 10 5 

le armate che guerreggiavano nella Giudea : personag- ^""""""' 
gio per le onoratamente occupate magistrature e per p°£? 
le scienze militari chiarissimo e caro a tutti per le 
virtù del cuore. Le legioni della Mesia, della Tracia, 
delle Pannonie lo sostennero, ed a quelle si aggiunsero 
altre accampate nella Venezia e nel Friuli. Antonio 
Prisco da Tolosa, che per le forme del naso era detto 
Becco (i), era il supremo comandante di quelle schie- 
re; animò egli le milizie, loro promettendo libertà di 
saccheggio e le mosse alla volta di Roma. Passato 
l'Adige ed il Mincio scontrò i Vitelliani presso Canneto; 
li battagliò nelle vicinanze del campo famoso per la 
sconfitta di Ottone (2), gli costrinse alla fuga, gli per- 
seguitò fino a Cremona, dove si rifugiarono; cupide le 
schiere di Autonio del sacco di quella città ne minac- 
ciarono T assalto. Presi da paura gli assediati discesero 
a trattative; si aprirono le porte , le soldatesche vitel- 69 
liane si unirono a quelle di Autonio Becco, tutte in- 
sieme diedero la miseranda Cremona a ruba, a sangue, 
a fuoco (3). Non distoglievasi per quelle avversità 
Vitellio dalle crapule consuete: egli banchettava, cion- 
cava, gozzovigliava; e le nazioui soggette intanto uni- 
vausi a Vespasiano ed in Roma istessa fremeva la 
ribellione, dove alla fine scoppiò; e lo zoppicante e pol- 
pacciuto Vitellio , dopo di essere stato strascinato a 



(1) Svelon. , Uh- 7 §18: Cui (cioè ad Antonio Prisco) To- 
losae nafurn cognomen in pucritia Becco fuerat. Id valet gal- 
linacei rostrum. L'antichità di quel vocabolo italiano merita 
considerazione. 

(1) Tacit,, Historiar. lib. 3 pag. 477 et se( ì* 

(3) Dio Cass. , lib. 65. — Tacit., pag. 489. 



Anno 



io6 LIBRO TERZO 

-pubblico ludibrio per le popolose contrade di quella 

a°*c an o usta met|, °P '^ venil e alla fine a pugnalate ucciso (i). 
§ i4- Ai negri tempi finalmente di mali imperatori 
succedettero tempi di luce. Compite Vespasiano le cam- 
pagne della Siria e dell'Olanda, fermata universale 
concordia; serrò il tempio di Giano, ed un altro ma- 
gnifico edificò alla Pace; non alleggerì i tributi^ per- 
chè trovato esausto V erario, era necessitato a ripararne 
l'indigenza dalle pazze prodigalità degli antecessori 
suoi cagionata. Provvide però all' auuona , traendo in 
Italia copiose vittovaglie dall'Africa; diede mano al 
restauro dell' incendiato campidoglio, e di tutte quelle 
città che per iscosse di terremuoto o per vicende mili- 
tari avevano sofferto disastri (2), sollecitò le lentezze dei 
tribunali, protesse le sostanze dei privati, affreuò le 
scostumatezze ed il lusso, tornò al primiero decoro le 
dignità della repubblica, istituì pubblici stabilimenti 
di educazione, giovò di ogni favore possibile le arti^ 
le lettere, gli ingegni. 

§ i5. Ristorata allora Brescia in brevi anni da quei 
danneggiamenti, onde era stata percossa dalle indisci- 
plinate soldatesche di Vitellio, e dalle altre poco meno 
funeste condotte da Antonio Prisco, detto il Becco, 
prese ad erigere un teatro magnifico dove le falde del 
Cidneo guardano la piazza, detta allora de'Nonii Arii, 
ora del Novarino, e dedicò quell'edificio all'impera» 

Anno * or Vespasiano per mezzo di una marmorea iscrizione 
78» collocatane sopra le colonne di prospetto (3). 



(1) Tacit., prope finem Ub. 3, — Sveton., Uh 7 § 17. 
( r i) Sveton., lib. 8 §§ 3, 9 et io. 

(5) Quella iscrizione, sculta in lettere cubitali , minando 
dall'alto nei disastri di quell'edificio, andò rotta; parte, tra- 



LIBRO TERZO io 7 

I teatri degli antichi, trattene le stanze nelle quali! 



si addobbavano e ritiravano gli attori, dette il para- ^opo 
scenio ( par asce ninni) , alle quali penetravasi per oc- 
culto ingresso, erano edifici fabbricati a libero cielo. 
INon aveva tetto la platèa, non l'orchestra né il pro- 
scenio né la scena (i); e solevansi difendere gli spet- 
tatori dai raggi del sole, distendendo larghissime ten- 
de sopra corde fermate agli arpioni delle colonne o 
ad ordinate antenne. Quello che in Brescia allora si 
fabbricò, venne quattrocento settantaquattr' anni dopo 
percosso dal furore degli Uuni, siccome dirassi a suo 
luogo, e per le ingiurie poscia dei tempi e pei de- 
positi delle alluvioni soperchiato e sepolto, giacque 
lunghissimi secoli dimenticato > finché per le industrie 
dei colti indagatori dei patrii monumenti è stato in 
questi ultimi anni discoperto, ed ora volto ad uso di 
pubblico museo. Di quell'antico teatro è facile lo 
scorgere ancora il proscenio , Y orchestra, la scena e 
gli edifici appartenenti nel piauo; il lastricato a mo- 
saico del pavimento, la mole ed il lavorìo delle colonne, 
i capitelli, gli architravi, i fregi, tutto sculto in ordine 
corinzio, quantunque parte corrosi ed altra parte di- 
roccati, presentano ancora all' occhio dello spettatore 
T augusta maguificeuza di quel fabbricato. 



passando gli anni, giacque sepolta, ed altra parte rimasta per 
avventura scoperta, venne circa la metà del sec. XV. usata qual 
base di uno de' piloni orientali del pubblico palazzo la Loggia; 
e quei magnifici ruderi raccolti e riuniti in questi ultimi anni, 
i'urouo per le attenzioni dei Bresciani esposti nel patrio musco, 
Class, H storine. 

(1) Monchablon , Artici* Th^atre* 



ro8 LIBRO TERZO 

' § 16. Non è ora fuor di proposito lo studiar d' iu- 
*?°P? dagare, almeno per congettura, donde abbia quell'an- 
tico teatro potuto avere la bellissima statua rappre- 
sentante, siccome credesi, la Vittoria, e le altre pre- 
ziose anticaglie, che da pochi anni si sono trovate, 
scoprendo una stanza sotterranea adiacente al teatro 
medesimo. E cosa indubitata che per avere Vespasiano 
Augusto accettata dai Bresciani la dedica di quel ma- 
gnifico edificio, aveva naturalmente incontrato verso di 
esso loro un tal qual debito di grata riconosceuza , 
pel quale doveva sentirsi sollecitato a soccorrerli con 
proprie somme, onde renderne presto a termine l'ere- 
zione, od almeno a dare all' edificio stesso un qualche 
dono degno dell'alto suo grado: ma siccome ad onta 
di molti generosi suoi fatti (i) era ciò non per tanto 
quel!' imperatore generalmente tacciato per molta cu- 
pidigia d'oro (2): ora non è egli probabile, che siesi 
quegli studiato di usare in quella occasione un tratto 
di munificenza, senza toccare pur d'un sesterzio il 
suo tesoro? 

Quanti hanno conoscenza di belle arti ed hanno 
avuto ad osservare quella statua per le dilicatissime 
maniere onde è costrutta, la hanno concordemente di- 
chiarata opera greca. I comandanti le armate romane 
che ebbero a percorrere le famose contrade che si 
spandono fra le spiagge del mar ionico e quelle del* 
l'egeo, non hanno mostro mai ribrezzo alcuno, in dar 
mano agli oggetti preziosi che ivi trovarono. Vespasiano 



(1) Quanto alla magnificenza di Vespasiano, veggasi Sveton., 
Uh. 8 cap. 17, 18, 19. 

(2) Sola est in qua merito culpetur, pecuniae cupiditas* 
Svestirti. j In Fcspasianum § ìG. 



LIBRO TERZO 109 

aveva militato iq que' paesi fino da quando imperava ~~ 
Nerone, anzi era per alto grado distinto nell'armata q 9 q. 
di queir Augusto quando ebbe egli a trattare 1! im- 
presa Acaica (1). Retto poscia il supremo comando delle 
armi romane nella guerra siriaca e proclamato ivi 
Augusto, tornando da quelle regioni ebbe a ripassare 
la Grecia. Dietro a ciò è chiarissimo che Vespasiano 
ha avuto più d' una volta il campo di appropriarsi 
alcuna greca preziosità. Le cose che gli uomini posso- 
no avere senza dispendio fatica, per quanto pregio 
le abbiano, divengono per ordinario proprietà del più 
forte. La storia abbonda di fatti che assicurano una 
tale verità. Posta la quale cosa, non è fuor di ragione 
il supporre che la bella statua, di cui si parla, sia stata 
da Vespasiano trasportata dalla Grecia in Italia, e che 
egli, onde mostrarsi riconoscente del tratto onorevole 
avuto dai Bresciani, la abbia donata al teatro allora 
uuovo da quelli a lui dedicato, ne 9 sepolti claustri del 
quale si è da pochi anni scoperta. 

La più considerevole delle altre anticaglie scoperte 
insieme coli' enunciata statua è un pettorale di bronzo 
gettato con dilicatissimo artificio e riccamente dorato; e 
vorrei credere essere quello un arnese col quale gli 
antichi cavalieri adornavano il proprio destriero nei 
giorni di soleuue comparsa, stato regalato al teatro 
medesimo da un favorito di Vespasiano. E siccome Marco 
Nonio Macriuo il giuniore, cioè non quello lodato da 
Persio (2), e cui i patrii marmi ricordano governatore 



(1) Peregri natio ne Achaica inter comites Neronis. Svetpn. 
in Fespasianum § £• 

{?) Veggasi la nota 3 a pag. 66 al lib. a. 



no LIBRO TERZO 

dell' alta Panuouia e poscia della orientale (i), ma 
*?°P° l'altro dello stesso Dome, il quale fu forse suo figlio 
ed a cui i Bresciani avevano eretto una bella statua, 
la quale fu scoperta nella piazza del Novariuo e tras- 
portata a Venezia V anno mille cinquecento sessantuno 
dal capitano Gian Matteo Bembo (2), quello cioè che 
è commendato da Plinio il giovane (3), e che distinto 
dell' ordine de' cavalieri accompagnò Vespasiano nelle 
imprese d'oriente e, ritornato in Italia con esso lui (4)> 
ebbe la magnanimità di ringraziarlo di un proconso- 
lato esibitogli onde vivere tranquillamente in patria il 
restante de' suoi giorni. E dietro a tali principii è forsi 
fuor di proposito il supporre che Marco Nonio Macriuo 
il iuniore, il quale per avventura corteggiava Vespa- 
siano quando egli diede in douo la bellissima statua 
al nuovo teatro dai Bresciani a lui dedicato, non siesi 
studiato d'imitarne la splendidezza e di procurarsi in- 
cremento alla sua benevolenza, regalando al teatro 
stesso una delle più celebri insegne dell'ordine distinto 
al quale era aggregato? E fuor di proposito il sup- 
porre che abbia egli tentato di raccomaudare per quel- 
la maniera ai posteri la memoria dell' alto suo grado 
e di affidarla ad un pubblico luogo prossimo al suo 
palagio (5) e che doveva essere dal concorso del popolo 

(1) Marmi rapportati da Rossi, Mem. Bresc. f. 55 e 67 ; e 
da Gagliardi , Parere § 29. 

(2) Rossi, Mem. Bresc. f. 48; il quale ancora ha prodotta l'ef- 
figie di quella statua e l'epigrafe scrittane sul piedestallo al f. 53. 

(3) Plinius, Epistolar. ìib. i, epist. ad Mauricum. 

(4) Rossi, Elogi Jstoricif- 2. In Brescia per Bartol. Fon- 
tana, 1620. 

(5) Veggasi nelle Memor. Bresc. di Rossi a f. 12 la tavola 
di Brescia antica alle lotici e A e C. 



LIBRO TERZO 1 1 1 

frequentatissimo? Io però intendo di avere scritto tutto- 
questo paragrafo dietro semplici congetture. G. C. 

§ 17. La superstizione a que' tempi traboccava ogni 
meta. Gli auguri e gli auspici prendendo a disamina 
le interiora delle vittime, il colorito degli astri, i mo- 
vimenti dell'aure, le vicende delle meteore, il tremolìo 
delle foglie, il nitrito de' cavalli, il volo degli augelli 
e cento altri naturalissimi accidenti, solevano sempre 
pronosticare fausti od infesti i giorni avvenire dei re- 
gnanti; ma non tante mai se ne udirouo, quanto alla 
promozione di Vespasiano. Lui dicevano felicitato da 
un'aquila che venuta dalle parti orientali, equilibrata 
sui vanni fermossi sopra Bedriaco, cioè sopra Canneto, 
dove stette mirando due altre aquile che combattevano 
rabbiosamente, quando soperchiata una di quelle dal 
rostro e dagli artigli dell'altra e caduta estinta, siesi 
l'aquila pervenuta da oriente slanciata sopra la vincitrice 
e labbia morta (1); quasiché le prime due rappresentas- 
sero Ottone e Vitellio, e Vespasiano la terza. Felicitato 
il dicevano da uu cipresso degli orti Flavii suburbani 
di Roma che un giorno senza opera d' alcuno sbarbi- 
cossi da se medesimo e cadde, ed il giorno seguente 
raddrizzossi spontaneo e, rimesse le radici, vigoreggiò 
di nuovo; felicitato da un cane incognito che depose 
ai piedi di Vespasiano un braccio d'uomo; da un bue 
che fugati minaccioso e cortigiani e guardie, mansueto 
dinanzi a lui si prostrò; da una statua marmorea la 
quale, come fosse animata, a lui si volse, accennando 
con la destra saluto (2). Ai quali presagi ed a molli 



(1) Svelon., Uh. 8 § 5. 

(•2) Tacit. Iltslor. lib. {. — Svelon., Uh 8 § 6, 



ii2 LIBRO TERZO 

""""""""" altri che trapasso, aggiunsero altre operazioni prodi- 
uopo gj ose e j e pubblicarono come operate da Vespasiano 
stesso e dissero: che avess'egli estirpato un dente dalla 
mascella di un medico fissandogli solo gli occhi in 
faccia; che sia stata da lui restituita la veduta ad un 
cieco sputandogli in volto; che abbia tornato a salute 
uno storpio daudogli un calcio (i). Checché sia di tali 
fattucchierie , Vespasiano avrasseue saputo ridere e 
riordinava intanto la repubblica e proteggeva le virtù 
e la giustizia e rendeva prosperità alle proviucie; anzi 
bramoso che non avesse a cessare la felicità de'popoli, 
mancando egli di vita, nominò Cesare il suo primo- 
genito Tito e lo propose suq successore. Piacque al 
senato ed alle milizie quella nomina, la approvarono; 
e venne di quella maniera evitata ogni civile discor- 
dia, solita a que' tempi insorgere per cupidigia di 
dominio. Morto Vespasiano dopo dieci anni d'impero, 
ebbe pacificamente la repubblica un nuova Vespasiano 
in Tito. 

§ 18. Era Tito personaggio di ottima indole, di 
raffinata educazione e d'alto animo: e quantunque da- 
gli ardori di giovinezza sia pur egli stato sospinto ad 
alcuni trascorsi, processo all'età virile ed acclamato 
Imperatore, seppe emulare le virtù del padre e supe- 



(i) Alcuni tali, irridendo il cristianesimo, hanno parago^ 
nato i miracoli di Vespasiano, raccontati da Svetonio e da 
Tacito, a quelli di G. C. enarrati dai quattro Evangelisti. E 
però conveniente il riflettere che gli Evangelisti, quantunque 
quattro, hanno tutti descritti i miracoli di C. di una maniera 
uniforme, il che non può dirsi dei due storici pagani : perchè 
Svetonio scrisse che V infermo risanato da Vespasiano con un 
calcio pativa debolezza in una gamba (debili crure), e Tacilo 
invece lo ha descritto infermo ad una mano (manti aeger). 



LIBRO TERZO n3 

rarle forsi ancora. Protesse Tito la giustizia al pari di— — — 
Vespasiano, fu al pari di lui valoroso in guerra, ma ; 0| p 
bramosissimo di pace; ebbe però egli assai più colti- 
vato l'ingegno e più generoso il cuore. Avevano molti 
imperatori giovato il bene di alcune provìncie , pro- 
fondendo sopra di quelle le dovizie delle altre; Tito 
per opposito considerava suoi propri i bisogui degli 
sgraziati e spogliavasi delle sue proprie suppellettili, 
per ripararli. Rifiutò egli magnanimo i consueti regali 
delle colonie e dei collegi, cioè dei comitati dei nobili, 
degli artisti, dei possedenti e della plebe, e ad onta di 
questo procuronue sopra di ogni altro suo antecessore 
il bene. Tanto era egli ansioso di giovare che giunse 
a piangere una sera, perchè aveva trapassato il gior- 
no senza avere esercitate beneficenze: Amici, ripeteva, 
Amici, ho perduto il giorno! » amici, perdidi diem». 
Ma un tant' uomo era destinato a breve vita; la morte 

>» Che rape i buoni e lascia stare i rei » 

non accordò un pieno biennio d' impero a Tito, e tre 
lustri ne concesse al suo fratello e successor Domiziano. 
§ 19. Cominciò Domiziano ad imperare da buon 
Augusto. Proteggeva la giustizia di maniera che non 
solo in Roma, ma nelle colonie ancora e nelle provincie 
costringeva i giudici alla più scrupolosa integrità, af- 
fienava la pubblica licenza, gastigava i delatori e li 
diceva suscitatori di turbolenze (1); rifiutava generoso 
le eredità in lui trasmesse da persone che avessero 



(1) Ferebatur vox ejus: Princeps, qui delatore s non casti gat, 
irritat. Sveton., lib* 8 in DomiL § 9. 

Vol. I. 8 



n4 LIBRO TERZO 

• prossimi eredi, proteggeva il culto degli iddìi, ralle- 
Do P° grava il popolo con frequenti spettacoli, ristorava i 
anno' pubblici edifici dal terremoto percossi o dagli incen- 
83* di; ma era pauroso e superbo oltre misura: la timi- 
dezza adducevalo a tenersi amiche le milizie a forza 
di regali, e l'ambizione lo traeva a profondere in ma- 
gnificenze da pazzo. Regalando e profondendo esaurì 
l'erario; afforzato a rimetterlo con troppa sollecitudi- 
ne, irritò per le avanìe i popoli; perlocchè paventando 
ribellioni, tentò d'impedirle percuotendo i personaggi 
più distinti ed esercitando ogni maniera di crudeltà (i). 
Nou infierivano a' tempi di quell' imperatore solamente 
i decreti di sangue; il vino stesso fu perseguitato da 
lui. Per un suo decreto era proibita ogni piantagione 
di viti novelle, ed ordinato che le fruttanti dovessero 
essere per la metà sbarbicate (2). Lascio che ognuno 
immagini quanta sarà stata per quello la desolazione 
della nostra provincia, nella quale le viti non erano 
allora coltivatissime solamente in ambe le riviere dei 
laghi e lungo le prospere pendici dei monti ed alle 
falde di quelle: ma per tutta l'ampiezza della pianura 
ancora, siccome indubitatameute ne lo attestano i pe- 
santissimi macigni, che sono dispersi per ogni dove 
nel pian bresciano, anco ne' luoghi dove ora più non 
si coltivano vigne, e presentano tutti i segni di essere 
stati usati un tempo onde premere i torchi vinari. Fu 
quello uri decreto crudele; poiché se l'imporre tributo 



(1) Svelon. In DomlL § 11. 

(2) Existimans nimio vinearum studio negligi arva, edixit 
ne quis in Italia novellaret utque in provinciis pineta succin* 
derentur, relitta, ubi plurimum, dimidia parte. Sveton. In 
DomiL e. 7. 



LIBRO TERZO tif, 

alle piantagioni è un guerreggiare le attività agrarie, g """ 
il commettere estirpamento di quelle che fruttano, è !? u, !° 
uno spogliare de' proprii redditi il possessore. 

§ 20. Mentre Domiziano reggeva l'impero, due cit- 
tadini bresciani si distinsero per altissimi onori; l'uno 
fu Lucio Nonio Aspernate, discendente dal ramo di 
Publio Nonio che erasi da circa cinquantasei anni sta- 
bilito iu Roma, dove per concessione di Cesare Augu- 
sto aveva ottenuto di aggiugnere al nome della sua 
famiglia quello de'Torquati (i); Lucio Nonio Aspernate, 
io dico, di stipite bresciano, ma del tralcio sopranno- 
minato de'Torquati, l'anno novantaquattro dopo G. G. 
occupò in Roma il consolato in compagnia di Sesto 
Magio (2), il qua! Magio poteva essere di facile un 
discendente di quel Gneo Magio da Cremona che ebbe 
grado distinto nelle armate di Giulio Cesare, del quale 
si è già parlato. 

E l'altro distintissimo Bresciano di que' tempi fu il 
celeberrimo giureconsulto Publio Giuvenzio, discendente 
forse da Lucio Giuvenzio Primitivo ricordato dai patrii 
marmi (3); forse figlio di Marco Giuvenzio il iuniore 
il quale fu console, cioè duoviro di Brescia, in compa- 
gnia di Postumio Pausa (4); forse padre di Vibio Giu- 
venzio Vero, il quale fu console a Roma l'anno cento 



(1) Lucio Nonio Aspernate che fu console a Roma 1' anno 58 
era già da tempo stabilito in Roma, e C. Augusto passus est 
ipsiim posterosque Torquati ferve cognome??* Sveton., lib. 2 

§ 43- 

(•2) Nei Tasti consolari e nominato, L. Nanius Aspemas Tor« 
quatus. 

(3) Marmo presso Bastiano Aragonese n. i49» 

(4) Marino presso Rossi f. 245 n. 7. 



ii 6 LIBRO TERZO 

■SBggg ti eD taquattro (i); e fors' anco il suocero della illustre 
J?°P? matrona Postuniia Paulla, alla quale Marco Giuven- 
zio Cesiano ha eretto in Brescia un marmoreo monu- 
mento (2). 

Il celeberrimo giureconsulto Publio Giuvenzio, del 
quale ha lasciato onorarissima ricordanza Dione Cassio (3), 
venne denunziato a Domiziano siccome cospiratore. Era 
già aperto il processo contro di lui; ed innanzi che 
avess'egli ad essere citato alle difese, domandò udienza 
allo stesso imperatore, adducendo a motivo di avere 
alti secreti da rivelare. Fu accolto, e siccome Giuvenzio 
conosceva quanta mai fosse la vanità di Domiziano, 
prostrossi inginocchiato dinanzi a lui, invocandolo suo 
Signore, suo Dio, e giurando che, accordatogli tempo, 
avrebb'egli saputo scoprire qualunque cospiratore. Com- 
piaciutosi Domiziano dell' atto di adorazione recatogli 
e dei sacri titoli e vieppiù lusingato dalla speranza di 
conoscere quali fossero i suoi nemici, libero lo licen- 
ziò. Passarono alcuni mesi, e Giuvenzio studiò il modo 
di prorogare le denunzie promesse di maniera che nou 
2j° rivelò mai alcuno, e Domiziano intanto cadde massa- 
crato da 5 suoi cortigiani. 

§ 21. Rincrebbe la morte di quell'imperatore alle 
soldatesche, perchè, essendo timidissimo, aveva usato 
di tenersele amiche a prezzo d' oro ; non iscompose 
punto la plebaglia, perchè ebbe ella sempre poco a 
godere e poco a soSerire per lui; ma rallegrò alta- 



(1) Fast. cons. all'anno i34- Donati invece protrae il suo 
consolato all' anno seguente. 

(1) Mann, presso Rossi f. lii. 

(5) Dione Cassio, Hb* 67; la qual cosa e ripetuta ancora da 
Muratori, Annali, U 1 f. 229, ediz. di Lucca. 



LIBRO TERZO n 7 

mente 1 grandi, contro ai quali o per sospetti di co- ^ mmmmmm 
spirazione o per confiscarne gli averi aveva fieramente ^P? 
incrudelito. Liberato per la sua morte il solio, accia- 
mossi imperatore M. Gocceio Nerva, personaggio pre- 
stantissimo, sicché per lui riconfortaronsi i magistrati, 
rinvenne la repubblica e tornarono le proviucie a re- 
spirare felicità. Taccio le virtù di quel nuovo Augusto, 
perchè non sarebbe impresa da pigliare a gabbo il 
tentarne la descrizione. Plinio ne ha conservato un tratto 
de' suoi primi editti (i), nel quale prometteva: che 
avrebbe sempre anteposta la pubblica sicurezza alla 
propria quiete; e che avrebbe procurato incessante- 
mente ai popoli ogni migliore felicità. E ne osservò 
la parola: soppresse le avanìe imposte da Domiziano, 
ordinò che fossero alimentati a spese pubbliche gli or- 
fani miserabili (2) e tentò ogni altro mezzo onde pro- 
curare il pubblico bene; ma gracile della persona sic- 
come egli era e mal temperato a salute, non era in 
grado di poter disimpegnare tutto quanto bramava; 
ed essendo ancora tenerissimo di cuore, inclinava a 
difetto per eccessiva indulgenza. La troppa pietà ed 
il troppo rigore sono due scogli contro ai quali rom- 
pono di facile i regnanti: Nerva. onde evitare il secondo 
urtava sovente contro il primo. Fattone accorto né 
fidando di se medesimo, associossi all'impero Traiano. 
Sopravvisse pochi mesi a così provvida disposizione, e 
morì onorato dalle ingenue lagrime dei popoli e be* 
nedetto per V ottimo successore che avevasi trascelto. 



(1) Plinius, Epistolar. lib. X epist. 66. 

(2) Aurelius Victor., Epitom. pag. 189, edit. Aldi: puella$ 9 
puerosque natos parentibus egeslosis sumptu publico per Italiae 
oppi da ali jussit* 



nS LIBRO TERZO 

*" 1 "*^ § 22. I primi anni dell'impero di Traiano furono 
Do ^ gli ultimi del primo secolo dell'era cristiana; cioè di 
anno quel secolo nel quale venne predicato in sulle prime 
9®- ai Bresciani il vangelo. Bulicano scrittori e fra quelli 
alcuni ancora di nome distinto , i quali raccontano es- 
sere stato l' apostolo san Barnaba il primo istitutore 
della chiesa bresciana (i). Sarebbe certamente altissima 
gloria della provincia, se si avesse a poter dire con 
certezza, che la fu istrutta delle dottrine evangeliche 
immediatamente da un apostolo; ma tale opinione non 
è appoggiata che a narrazioni troppo lontane da quella 
veneranda antichità. Non è certo ancora che san Bar- 
naba sia mai stato in Italia; Baronio lo afferma, ma 
non ne adduce le prove (2); il canonico Sassi le espone, 
ma non convincenti (3): sarebbero quelle irrefragabili, 
se si potesse dar fede ad una iscrizione lapidaria che 
leggesi incastrata sopra 1' adito di una cella contigua 
alla sacrestia del seminario di Brescia; ma quel marmo 
non porge alcun carattere di remota antichità. 



(1) Mons. canonico Paolo Gagliardi, nelle annotazioni al 
martirologio bresciano del prete Bernardino Faini, stomacato 
dell'averlo veduto adoperarsi a tutta lena onde fissare l'epoca 
precisa, nella quale san Barnaba abbia predicato il vangelo iu 
Brescia ed in altre città vicine, a car. 107 dell'esemplare mano* 
scritto che di quell'opera io tengo, esclama: O curas homi* 
numi lllud prius erat statuendum Jirinioribus argumentis , 
utrum Barnabas unquam in Italiam appuìerit, antequam tam 
operosus sermo insti lue retar de adventus chronologia ! 

(2) Barouius, AnnaL ad ann. 5i § 54 pig* 3i8, edit. Ve» 
net. 1705. 

(3) Saxius , hi Vindicìis de Adventu ad Mediol. s* Bamabae. 
Edit. Medio L 1748. 



LIBRO TERZO n 9 

Per la qual cosa si osservi che san Pietro mosse ■ 



da Antiochia a Roma Fauno quadragesimoquarto del- Dopo 
l'era cristiana (i). Quel fervoroso Apostolo predicò di 
maniera che trasse in breve spazio innumerevoli abi- 
tanti di quella augusta città a seguitare la sua dot- 
trina. Cinque anni dopo, 1' imperatore Claudio espulse 
da Roma i cristiani (2), i quali trovatisi scacciati dalla 
metropoli, necessariamente divagarono e si sparsero 
per le altre città dell'Italia, dove seguitando i principi! 
ond' erano edotti, pubblicarono eglino ancor V evauge- 
lo (3). Ma se que' banditori del cristianesimo si diffu- 
sero per le città d' Italia l'anno quadragesimonono do- 
po G. C, cioè quando furono dall'imperatore Claudio 
scacciati da Roma; qual cosa avvi mai più probabile, 
che alcuno di quelli sia penetrato ancora in Brescia ed 
abbiavi insegnato la dottrina del Redentore? L' evan- 
gelista san Luca però ne assicura che appunto in quel- 
l' anno l' apostolo san Barnaba intervenne al consiglio 
radunato in Gerusalemme, onde decidere alcune qui- 
stioni insorte fra i primitivi cristiani rapporto alle 
cerimonie legali. Dopo celebrato quel consiglio passò 
quel Santo da Gerusalemme ad Antiochia insieme con 
san Paolo: separatosi poscia da lui mosse a Cipri de- 
sideroso di percorrere nuovamente le città della Grecia, 
dell'Asia minore e della Siria, nelle quali aveva per 



(1) Eusebii, Ctonie* ad ann* 44 * edit. Inter, opera s. Hiero~ 
nymi, tom. 8 part. 1 pag. 660, ediL Feronae. 

{•2) Sveton., lib. V cap. ab: Claudius Judaeos, impulsore 

Chreslo, assidue tumultuante s , Roma expuliU 

(3) Ada Apostolorum cap* i5. 



Dopo 
G. C. 



i*o LIBRO TERZO 

-lo innanzi predicato il vangelo (i). Per le quali cose 
è chiaro che i cristiaui espulsi da Roma dall' impera- 
tore Claudio, diffusi per tutta Italia insegnavano la 
religione di Cristo, quando san Barnaba esercitava il 
suo apostolato nelle contrade della Grecia e dell'Asia; 
ed essere, quasi può dirsi, indubitato che in Brescia 
fossero de' cristiani, prima che quel Santo abbia posto 
piede iu Italia, se almeno vi giunse egli mai (2). 
Crebbe ciò non pertanto a taut' auge la pia tradizione 
dell' apostolato di san Barnaba in Brescia ed in altre 
città vicine che debbe essere rispettata, perchè am- 
messa da gran numero di cronisti (3), e venerata, per- 
chè gli stessi custodi de' sacri dittici l'hanno accolta, 
approvata ed insegnata (4). 

Qualunque però sia stato il primo ch'ebbe a dif- 
fondere il cristianesimo in Brescia, foss' egli san B$r- 



(1) Revertentes visitemus fratres ( sono parole di s. Barnaba ) 
per universa* civitates in quibus praedicavimus verbum Domini» 
S. Lucas in Actis dposlot. cap. 56. 

(2) 11 corpo di s. Barnaba è veneralo nella chiesa di s. Fran- 
cesco di Milano. Non è per questo da dirsi ch'egli sia morto 
in quella città, potendo esservi stato trasportato da strani 
paesi. 

(5) Fra que' cronisti potrebbonsi indicare Calchi, Morgia, 
Alciati , Ripamonti ed altri milanesi; Galezini, Muzio, Pere- 
grini bergamaschi; Tatti da Tomo; Malvezzi, Caprioli, Faini 
ed altri di Brescia; ma l'opera è inutile perchè l'opinione e 
volgare. 

(4) Le lezioni del breviario ambrosiano approvate l'anno i582 
dal santo arcivescovo card. Borromeo, ed il calendario bre- 
sciano pubblicato Tanno i5g5 pei tipi di Viceuzo Sabio, sono 
i documenti sacri più antichi t quali confermino l'apostolato 
di s. Barnaba in Lombardia. 



LIBRO TERZO i9.i 

naba od altro evangelico istitutore, debb' essere meri* gg?— 
tamente coronato di sacri encomi, perchè seppe egli Dopo 
penetrare intrepido una città ridondante di fanatiche 
superstizioni, affrontarle, combatterle e trarre i sedotti 
all'osservanza del culto del vero Dio. Brillava appena 
il meriggio del primo secolo ed erano in Brescia genti 
cristiane, e sant' Anatalone ateniese di patria ed allievo 
degli Apostoli (i), fervidissimo coltivatore dell'evan- 
gelio, esercitò per ben tredici anni sopra di quelli le 
cure episcopali, cioè dall'anno quadragesimo settimo 
al sessantesimo dell' era cristiana (2). 

Perchè sant' Anatalone abbia tale opera esercitata, 
non è conseguente il dire che fosse egli un vescovo 
destinato a reggere alcuna chiesa particolare, e molto 
meno eh' abbia egli governato in un tempo la chiesa 
di Milano ed in altro quella di Brescia. Troppo era 
scarso ancora a quell'epoca il numero de' cristiani, 
perchè fosse ad ogni città necessario un vescovo parti- 
colare. E vero che san Gregorio il taumaturgo è stato 
consecrato vescovo di Neocesarèa, quando quella città 
non coutava che soli diciassette cristiani (3); ma è vero 
altresì che solevansi ne' primi secoli ordinare alcuni ve- 
scovi, i quali senza essere destinati a qualsiasi dio- 
cesi particolare, scorrevano liberamente le provincie e 
le nazioni stesse, predicando, battezzando, ordinando e 
tutte esercitando le cure episcopali (4); e sant' Anatalone 

(1) Miroclis Epitaphium, apud Gradonicum, Brixia sacra, p. 1. 

{->) Calaìog. pervetust. edit. a Papebrochio in Ezegesi de 

Episcopis Mediolanensib. apud Bolland. tom. VI Mail, pag. 3. 

(3) Lectio V Breviarii diei 17 Novembr. 

(4) Eusebius, lib. 3 cap. 3^ pag. 69, edit. Basilea?, ann. i5?-8: 
Ipsi ( que' vescovi apostolici ) rursum ad alias genles, alias'que 
provincias properabant , et Evangeli star uni fungebantur officio* 



122 LIBRO TERZO 

deve essere stato sicuramente uno di que' vescovi apo- 
Dopo s tolici, per quanto abbiauo scritto altri in opposito (i); 
altrimenti il beato Ramperto non avrebbe fermamente 
enunciato che san Filastrio fu il settimo e non l'ottavo 
vescovo di Brescia (2). 

Cresciuto però dietro le cure del vescovo evange- 
lico Ànatalone il numero de' cristiani in questa città, 
venne destinato san Glateo a reggerne le parti episco- 
pali; e fu quegli, che dietro il computo del beato 
Ramperto, possa essere ricordato primo vescovo par^ 
ticolare della bresciana diocesi. E indubitato che il 
vescovo Clateo è stato aggregato dalla Chiesa alla ge- 
rarchia de' santi; ma i secoli e le circostanze de' tempi 
hanno diffuso impenetrabili tenebre sopra alle gesta 
eh* egli operò. Il nome dei prefetto, per commissione 
del quale soffeii egli il martirio, ha destato contro- 
versie fra i cronografi ecclesiastici, nel fissare gli anni 
eh 3 egli ebbe a governare la chiesa bresciana: e ciò fu 
perchè cadde egli martire di Gesù Cristo per commis- 
sione di un prefetto detto Anolino. E però conveniente 
il riflettere che se ai tempi dell'imperatore Massimiuo 



(1) Quelli che hanno significato opinione contraria in tale 
proposito, sono stati bastantemente confutati dall' ab. Teodosio 
Borgondio de' canonici Laterauensi di s. Afra (Miscellanea mss) 
e dal cau. Gagliardi nelle note ad Ughelli, Coli. 5^4, dell' ediz* 
veneta, e nelle note al Martirologio bresciano di Fa ini, 18 Juniì, 
pag. io4 del ms. oh' io tengo. 

(2) B. Bampertus, Semi, de Translat. s. Philastrii, pag, 3gi : 
Hic ( cioè s. Filastro ) seplimus episcopus Brixienstm ecclesiam 
custodivit. Veggasi ancora sopra di ciò la lettera 1 maggio 171 8, 
indiritta dal Gagliardi al dott. Niccolò Coletti di Venezia , 
pubblicata in Brescia pei tipi di Pietro Pianta l'anno 1^65, 
nella raccolta Chi aramonti. 



LIBRO TERZO i*3 

ebbe la romana repubblica in queste provinole un pre- 1 "" - ^ ^ 
l'etto per nome Andino, siccome ne ha ricordato Esche- *?°P? 
nio (i), poteva essercene stato un altro di egual nome 
quando imperava Nerone; perchè la cognizione del 
nome e della magistratura del secondo non esclude 
la possibilità del nome e della magistratura del primo. 
Era stato Clateo inviato a reggere spiritualmente i 
cristiani di Brescia, quando Caio lo fu a que' di Mi- 
lano, cioè Tanno sessantesimo primo dell'era volgare (2): 
ed è certo che li governò santamente, finché percosso 
unitamente allo stesso Gaio dagli ultimi fulmini della 
persecuzione di Nerone, sofferì in Milano il martirio. 
Ebbe in sua vece il pastorale di Brescia il santo ve- 
scovo Yiatore, il quale morì in Bergamo Tanno ottan- 
tesimo ottavo di Cristo (3), dove, ceduta in Brescia 
la cattedra a san Latino, era passato a reggere le fun- 
zioni episcopali. E si può dire indubitato che il vescovo 
san Latino era veramente bresciano di origine, perchè 
egli teneva alcuna possidenza suburbana fuori di porta 
Matolfa, lungo la via cremonese, possidenza che dice- 
vasi gli orti dì Latino, ed era dove poscia è stata 
eretta la chiesa de 5 santi Faustino e Giovita ad San- 
guinem. Mentre infieriva la persecuzione di Domiziano 
furono dal vescovo Latino conversi quegli orti in se- 
polcri de' martiri della fede (4). 



(1) Heschenius apud Bollami. t. 1 Junii pag. 377 «. 3. 
(•2) Ada Ecclesiae Mediol. parL 6 pag. 689. — Daniel Pa~ 
pebrochius , toni. 7 ss. Maii pag. li 5. 

(3) Gradonicus, Brix. sacr. pag* 11. 

(4) Gradouic. , Br. sacr. pag. i5. 






LIBRO QUARTO 



,L, 



Anno 
99' 



§ i. JLJe virtù generose di Nerva resero brillante 55555 
la fine del primo secolo; quelle più splendide di Traiano Dopo 
diedero fausto cominciamento al susseguente. Era egli 
nelle Germanie, quando intese la morte di Nerva, ed 
invitato dal Senato alla metropoli, accompagnato da 
numerose soldatesche , prese le vie per Roma. Alcune 
delle sue coorti attraversarono allora questa provincia: 
ma poiché le erauo saggiamente disciplinate, siccome 
lasciò scritto Plinio il giovane (i) che era allora vi- 
vente, non diedero agli abitanti causa alcuna di lamen- 
tela del loro passaggio. Un esercito che attraversa 
ubertosi paesi, reca vantaggi o danni, secondo è l'ani- 
mo od i bisogni del condottiero. Non aveva Traiano 
coltivato che parcamente gli studi, ma la natura gli 
era stala libéralissima delle doti della mente e di 
quelle del cuore. Plotina sua moglie era lo specchio 



(i) Plinius junior, Pancgyr* Trajani* 



iaS LIBRO QUARTO 

■ delle matrone e ieuevagli incessantemente raccomandata 

*?°P° la prosperità dei popoli (i). Dopo ch'egli fu giunto a 
Roma ed ebbe data mano alle redini dell'impero, inviò 
larghe somme alle colonie ed alle città di provincia 
pel mantenimento di quegli orfanotrofi, che erano stati 
istituiti da Nerva: vegliò indefesso la giustizia, schi- 
vandone il troppo rigore ; perlocchè è ricordato ancora 
dai codici quel suo dettato (2): nei casi dubii è minor 
male che un reo la scampi impune , anzi che sia 
condannato un innocente. Per opera del celebre ar- 
chitetto Apollodoro di Damasco fece erigere splendidi 
edifici (3); fra i quali furono celeberrimi il ponte di 

Anno P^ etra sopra il Danubio fra Belgrado e Widino (4), e 

io5. la piazza alle falde del Quirinale, costrutta con tauta 
magnificenza, che Àmmiano Marcellino in veggendola 
esclamò , che avrebbe destato a meraviglia i Numi 
stessi (5). Ebbe Traiano a combattere due volte i Daci, 
ed ambedue li vinse: assoggettò poscia alla repubblica 

Anno l'Armenia, l'Assiria, la Mesopotamia, ma non potè con- 
'* seguirne in Roma i trionfi, perchè reduce dalle vittorie, 
mancò di vita naturalmente in Isauria presso Seleu- 
cia (6). Non andò quel grand' uomo immune di debo- 
lezze: ambì egli di aver sculto in marini il proprio 
nome per ogni luogo; sicché i Romani, naturalmente 
mordaci, lo dissero erba parietaria (7): sarcasmo che 



(1) Dio Cassi; lib. 68. 

(1) Lex V. Digestor. de Po e ni s. 

(3) Procopius, lib. 4 de AEdificiis. 

(4) Celiar ius 4 Geograph. Li.— Marsilius, Danubii Descriplione. 

(5) Ammian. Marceli, lib. 16 cap. io. 

(6) E Pcrside rediens , apud Seleuciam Isauriae profluvio 
venlris extìncius est. Eutiopius, pag. '267, terg. edit. Aldi. 

(7) A miniali. Marceli, lib. 27. 



LIBRO QUARTO 127 

i Bresciani del secolo trascorso, avutane l'occasione, ri-" 
avvivarono. 

La moglie di Traiano Plotina fu aggregata alla ge- 
rarchia dei Numi, ed abbiamo dai raccoglitori delle 
iscrizioni antiche la ricordanza di due lapidi le quali 
ne commendano il nome di Clodia Procilla, la quale 
esercitò in Brescia gli uffici di sua sacerdotessa (1). 

§ 2. Perdette la repubblica un illustre imperatore per 
la morte di Traiano Augusto, non ne venne però pertur- 
bata di molto la pubblica tranquillità, perchè fu in sua 
vece elevato al solio Elio Adriano, personaggio di alto 
e culto ingegno, di animo generoso e per attività in- 
faticabile. Era slato Traiano pubblicamente onorato dei 
nome di Padre della Patria 9 ma ne fu padre eroe. 
Ottenne quel titolo ancora il suo successore, senza che 
avesse mai ad insanguinare la spada per cupidigia di 
conquiste. Era Adriano coltissimo in ogui maniera di 
studi, e per la prontezza del genio e per la fermezza 
della memoria era universalmente ammirato. Ricordasi 
ancora un' opera che egli ha pubblicata sopra 1' arte 
militare (2): la sua corte era il ricetto degli ingegni 
più illustri, ed egli non solo ambiva di primeggiare 
fra tutti } ma soleva ancora guardare di mal occhio 
chiunque lo superava (3). Solo di tutti gli Augusti per- 



(1) L'uno di que' marmi è ricordato da Aragonese, n. i8£; 
e da Donati, Suppl. Inscript. pag. g4, — e l'altro da Reine- 
sio, pag. 558, e da Rossi, Class, i n. io. 

(1) Quell'opera di Adriano è andata perduta. Muratori ne 
parla nella Dissertaz. 26 pubblicata nel t. 1 delle Anticb. Dal. 

(3) Adriano levò la sua grazia a lavorino perchè lo superava 
nell'eloquenza (Aul. Gel. Noct. Attic.) , e prima esiliò, indi 
mandò a morte Apollodoro di Damasco perchè censurava i suoi 
disegni d'archittetura (Dio Cass. Uh* 69). 



Dopo 
G. C. 



i28 LIBRO QUARTO 

^^^ corse ogni provincia dell'impero, tratto a que' viaggi 
*?°P? nou da semplice curiosità, ma dal desiderio di giovare 
a* suoi popoli: soccorreva per ogni dóve quanti afflitti 
a lui ricorrevano: per ogni dove esaminava diligeotis- 
simo i pubblici uffici, dispensando saggiamente premi 
o pene alle persone che gli occupavano: affrenava la 
licenza immoderata, richiamava alla regolar disciplina 
le soldatesche, ordinava restauro o nuova costruzione 
di luoghi forti, di acquedotti, di curie, di teatri, di 
templi, procurando per ogni dove sicurezza, giustizia, 
splendore, felicità. E fama presso gli eruditi (i) che 
Adriano abbia percorsa di quella maniera l'alta Italia, 
quando Marco Acilio Aviola bresciano e Gaio Cornelio 
Pausa occupavano il consolato; dietro la qual cosa Bre- 
scia dovrebbe essere stata felicitata dalla presenza di 

Anno 11> A M 

122. quell Augusto 1 anno 122. 

§ 3. E cosa indubitata che Brescia non ebbe mai in 
tempo alcuno un egual numero di cittadini per alti 
onori e per cospicue dignità presso alla romana re- 
pubblica distintissimi^ quanto ai tempi di Adriano. Al- 
lora i comitati degli artisti e dei possedenti, cioè i 
collegi dei fabbri e dei ceutonari, raccomandarono iu 
Brescia ai posteri per mezzo di una lapide il uome di 
Publio Clodio Sura, onorandolo dei titoli di flamine, 
pontefice, duoviro quinquennale, tribuno della seconda 
legione e curatore delle proviucie di Bergomo e di 
Como (2). Allora, nel breve spazio di dodici anni, quat- 
tro personaggi discendenti da famiglie bresciane otten- 
nero in Roma il consolato; e furono M. Acilio Aviola, 



(1) Muratori, annali, torti. 1. f. 282 e seg. 

(2) Marmo presso Rossi, class. Vii n. IX f. 254; Mus. P. 
Class. Honor. 



LIBRO QUARTO | ifi 

che fu console l'anno 122; Lucio Nonio Aspcrnate che - 

il fu l'anno 128; il celebre giureconsulto Publio Giù- '. )( T" 
venzio Celso, tanto commendato in uua lettera di Pli- °' C ' 
nio ad Urso e, per testimonianza di Sparziano, tanto 
caro all' imperatore per i suoi saggi consigli, il quale 
tenne per la seconda volta il consolato l'anno 129; e An,1 ° 
finalmente Vibio Giuvenzio Vero che fu onoralo di quella ™ 9 ' 
dignità l'anno i34 (1). Non forse altra città, trattane 
Roma, ebbe in così breve tratto egual numero di cit- 
tadini, dei quali sia ricordato il nome ne' Fasti. Per 
la qual cosa non è frenesia di tenerezza patria I'ar°-o- 
mentare quanta fosse in que' tempi la splendidezza di 
Brescia, quanto l'auge delle sue famiglie, quanto dal 
senato romano e dagli stessi imperatori venisse consi- 
derato il merito de' Bresciani. 

§ 4- Tornato Adriano a Roma continuò ad invigilare 
la giustizia ed a procurare ogni miglior bene a' suoi 
popoli. Fermo egli ai riti della gentilità perchè in 
quelli educato, ma dolce di animo, temperò, per quanto 
le sue superstizioni lo permisero, la fierezza degli editti 
pubblicati da' suoi antecessori contro i cristiani; e di 
ciò ne assicura la sua lettera indiritta a Minuzio Fon- 
dano proconsole dell'Asia che ne ha conservata'Eu- 
sebio (2). 

Fiacco però delle fatiche e mal concio a salute 
pensò di sciegliersi un successore inclinato al pubblico 
bene, e saggiamente il fece nominando Cesare Tito An- 
tonino. Le doti del cuore e dello spirito di Antonino 

(1) Si confrontino i fasti consolari coi marni! bresciani rap. 
portati da Rossi, class. V n. 5 e 7 , class. X n. 7 4, il qual ul- 
timo leggesi più correttamente nel Donati, lib. 1 /. l63. 

(2) Euseb. Cesareae. Ilist. Uh. i cap. 9 p. 7 8 cdit. Basileae. 

Voi., i. 3 



i3o LIBRO QUARTO 

'" '""" • non erano ignote ai Romani, ed in pieno si promisero 

*?°P? di lui un ottimo Augusto. Spiacque però quella ele- 
zione assaissimo a tutti coloro, che per quella si videro 
esclusi da un onore che eglino stessi ambivano; ne po- 
terono celarne appieno la dispiacenza: perlocchè diedero 
cagione ad Adriano di sospettare occulte cospirazioni. 
Indispettito egli di ciò e trovandosi a que* giorni af- 
flitto ancora della salute, il che rende ognuno più 
disposto a risentir le offese, non seppe quell'ottimo tem- 
perare gli sdegni, e macchiò gli ultimi giorni del suo 
vivere con troppo rigorose sentenze. Così alle volte le 
vicissitudini del corpo e dell'animo tramutano Y ordi- 
nario carattere delle genti. Si fece finalmente Adriano 
Aimo trasportare a Tivoli, cercando aria migliore, e poscia 
108. a g a ; a ^ dove, consultati innumerevoli medici e satollato 
di farmachi, spirò d'anni sessantadue dicendo: i molti 
medici hanno dato a morte V imperatore. 

§ 5. Pareva che la natura in quel secolo lasciasse 
infruttuoso il talamo degli imperanti, onde lasciare li- 
bero ad essi il campo di sciegliersi fra gli ottimi i 
successori. Rerva avevasi associato Traiauo al trono , 
perchè non avendo egli figli, assicurava di quella ma- 
niera le prosperità della repubblica, senza rompere 
contrasto a famigliari affetti; Traiano sull'occaso dei 
giorni suoi aveva adottato figlio Adriano, perchè sospi- 
rava un buon successore, ed era marito e non padre; 
Adriano imitandoli dichiarò Cesare Elio Antonino, poi- 
ché sapeva di sciegliere un ottimo, e la mancanza di 
eredi necessari o di congiunti, lasciavalo in libertà 
biella scelta. E vero che se avesser eglino avuto prole, 
i figli avrebbono forse ereditate le virtù de' padri; ma 
che F uom nasca di bella indole è sorte, e la sterilità 
di que' talami imperiali lasciò allo scrutinio dell' ioge- 



LIBRO QUARTO i3i 

gno quello che sarebbe stalo altrimenti affidato alla ^ ^ **" - 
tenerezza del cuore paterno. 9 C),,() 

Ottenuta Elio Antonino Cesare dopo la morte di 
Adriano la corona imperiale, prese le briglie del go- 
verno, e per le dolci sue maniere venne acclamato il 
Pio. Tutte splendevano in lui le virtù di un ottimo 
principe: amava i popoli per sentimento, e non lasciava 
mezzo alcuno intralasciato onde procurare il pubblico 
bene: usava all'uopo economia; ma quando il doman- 
dava onore o bisoguo, era libéralissimo. Dominò egli 
ventitre anni, e trattine alcuni brevi rumori in distanti 
provincie, seppe egli conservare alla repubblica per- 
petua pace. Ricorda s. Agostino una sua legge (i), per 
la quale vietava al marito di ricorrere ai tribunali 
contro la moglie adultera, quando le avess' egli altra 
volta mancato di fede. Fiorirono a' suoi tempi Apuleio, Anno 
Appiano, Pausania, Aulo Gellio, Tolomeo, e fra gli 
autori cristiani tenne allora il primo luogo il filosofo 
e martire s. Giustino, il quale oltre le altre opere che 
diede alla luce, indirizzò ad Antonino una Dissertazione 
apologetica (2), con la quale domandava pace ai cri- 
stiani, ed ebbe il bene di ottener loro la pace; poiché 
convinto quell'imperatore dalle ragioni del filosofo Cri- 
stiano pubblicò un editto di tolleranza, il quale su- 
perate le iugiurie de' tempi leggesi ancora (3). 



(1) S. Augustinus, De Adulterio conjug. Uh- 1 cap. 8. 

(fi) 11 P. Maurino che ha dato l'Analisi della 1 Apologia di 
S. Giustino ha scrilto, che sia stata quella prodotta l'anno i5o 
(pag. 42, edit. Veuet. 1747); ma poiché Antonino pubblicò 
l'editto di tolleranza dopo di aver letta quella apologia, e lo 
fece quando non dicevasi che Consul UT, avendo quell'Augusto 
occupato il quarto consolato fino dall'anno i45, come è chiaro 
dai Fasti, il dotto monaco ha preso uno sbaglio. 

(3) Apud Ensebium, lib. 4 cap. i3 pag. 80, edit. cit. 



i3a LIBRO QUARTO 

— —* "1 § 6. Due di Brescia vennero altamente distinti ai 

Do P° tempi di quell'imperatore, e furono Caio Mezio Pica- 
ziano e Quinto Nonio Prisco. Il primo dopo di avere 
occupato una pretura fu da Antonino destinato tribuno 
della prima legione, ed inviato poscia in Africa que- 
store provvisorio di quelle contrade (i); ed il secondo 
fu promosso al consolato, e vesti la pretesta in com- 

Anno P a g n * a d" 1 Sergio Cornelio Scipione l'anno centesimo 
J 49« quadragesimo nono. La famiglia di Quinto Nonio aveva 
già prima del consolato di lui manifestato una parti- 
colare osservanza ad Antonino, e solo quattro anni in- 
nanzi avevagli eretto in Brescia un monumento mar- 
moreo, sopra al quale si leggono ancora espressi tutti 
i titoli gloriosi di quell'Augusto (2). Forse quel tratto, 
non dico già di adulazione, ma di puro ossequio dei 
Nonii Arii verso V imperatore, avrà agevolato a Quinto 
Nonio il passo per ascendere il seggio curule. 

Tanto era il concetto acquistatosi per le sue belle 
doti da Antonino, che le provincie romane lo conside- 
ravano anzi padre che imperatore, e le straniere na- 
zioni ancora lo rispettavano^ e con nobile emulazione 
si procuravano la sua grazia (3). Ricordevole egli della 
tenerezza onde Adriano avevagli raccomandati i nipoti 
Marc' Aurelio e Lucio Vero, procurò a quelli tutta la 
educazione che seppe immaginar la migliore; e final- 
mente onorato delle meritate lagrime de' popoli, dopo 



(1) Marmo presso Rossi, class. V n, 6 f, 244- 

(2) Marmo rapportato da Rossi, class. 3 n. i4 £ 2 4o; il 
qual marmo fu sculto 1' anno ì^5, perchè nomina Antonino 
IMP ■ Vili il che conviene a quell'anno. 

(5) Capitolinus, In Antoninum Pium. — Eutropius, lib* 8 
pag. 258 tergo, Edit. Aldi. 



LIBRO QUARTO |M 

ventitré anni &' impero mancò di vita in Lorio sua 
villa distante dodici miglia da Roma. 

§ 7. Radunatosi per la mancanza di Antonino sol- 
lecitamente il senato acclamò imperatore Ma re' Aurei io; 
ed egli appena asceso il solio, con un tratto di magna- 
nimità inaudita dichiarò spontaneamente suo collega 
nell'impero Lucio Vero, quantunque non a lui atti- 
nente per legami di sangue, non affetto per consonanza 
di caratteri, ma solo pel titolo di adozione fratello (1). 
Era Marc'Aurelio inelinatissimo agli studi, e nudriva 
un'indole placida, sobria, grave e tutta dedita alle 
virtù; Lucio all'opposto era un giovinastro proclive ai 
vizi e che si affrettava a stento, onde non vergognare 
al cospetto del collega: ad onta di tale discrepanza di 
caratteri imperarono insieme con ammirabile concordia. 
I popoli dell'alta Bretagna, i Gatti abitatori di regioni 
settentrionali alla Germania ed i Parti nell'Oriente, 
invadendo quelle provincie romane che avevano più 
vicine, cominciarono allora a perturbar quella pace 
che da lunghi anni felicitava la repubblica. Non è ben 
noto di quale maniera Calfurnio Agricola comandante 
le armate contro i Britanni, e Vittorino capitano di 
quelle inviate contro i Gatti, abbiano sdebitate le mis- 
sioni loro; Lucio Vero d'altronde mosse in persona 
contro i Parti, e penetrato nell'Asia dov'era lunge 
dalla presenza dell'augusto collega, si diede anzi alle 
mollezze, alle gozzoviglie, alle turpitudini, che non al 
comando degli eserciti (2). Avidio Cassio conduceva le 
armi in vece di lui, e se non era quel prode, le sorti 



(1) Il sofista Aristide nell'Orazione 16 esalta quella azione 
di M. Aurelio sopra qualunque altra potesse mai egli esercitale. 

(2) Capitolini^, In Lucio Vero. 




i34 LIBRO QUARTO 

ggggg romane andavano ia quelle regioni perdute. Andò però 

Dopo a l UU or ;i contrasto, e finalmente dopo cinque anni di 
G. C 

alterne vicissitudini, quella guerra gloriosamente si ter» 

minò: ma le armate che tornarono dall'Asia erano scia- 
guratamente infette di pestilenza, ed essendosi diffuse 
per le popolose provincie d ? Italia, tutte di quell' orri- 
bile morbo contaminarono (i). Tanto quella infezione 
fu pertinace, che infieriva ancora dopo molti anni , 
tanto desolatrice che diede altissimo crollo alla frequenza 
delle popolazioni. Per quell' infortunio si surrogarono 
carri funerei ai feretri, isquallidirono mutole le città, e 
fatte vedove le campagne di agricoltori, tornarono per 
gran parte naturali boscaglie. Per giunta di mali col- 
lega ronsi allora i Marcomauni, i Narisci, gli Ermonduri, 
Anno ; Quadi, ^rli Svevi, i Sarmati, i Yittovali. i Rossolani, 
i Baslerni, i Costobochi, gli Alaui ed altre settentrio- 
nali popolazioni, e tutte insieme ruppero guerra alla 
Repubblica (2). Contemporaneamente alzarono la cresta 
alcune genti africane, e rubellate ai Romani si spinsero 
per altra parte contro di quelli. Le legioni desolate dalla 
peste erano ridotte a scarsi avanzi disadatti a ribattere 
un'oste così numerosa ed irrompente ad opposti lati (3). 
Fu necessario reclutare la gioventù che aveva scam- 
pato il contagio, perchè avesse a vestire l'usbergo di 
que' miseri che erano caduti vittime del contagio me- 
desimo. Per crescere il numero delle genti d' arme si 
aggregarono alle milizie gli schiavi, estremo al quale 



(1) Orosius, Tlistor. lìb* 8. — Ammian. Marceli. lib. ^3. 

(1) Dio Cass. Uh, 61. — Pausanias lib. io. 

(3) Euseb. Chronic. ad ann. 174 •• Tanta per totum orbem 
pesti lenita fecit, ut pene usque ad intcrnecionem Rom. exerci- 
tus delelus fueriL 



LIBRO QUARTO i35 

erano giunti un' altra sola volla i Romani a* tempi di EHBHHB 
Auuibale. Completate di quella maniera le coorti, venne *?°11? 
diviso l'esercito: Avidio Cassio ne condusse una parte 
in Africa, onde ribatterne i rubelli; e scaltro come egli 
era seppe ridurli a sommissione senza combatterli: i 
litigi scambievoli che egli artificiosamente promosse fra 
quelle insorte tribù procurarongli una vittoria inteme- 
rata di sangue (i). Ambi gli Augusti seguitati dal nerbo 
maggiore dell' armi mossero a respingere le turbe im- 
mense che dalle sponde del mar britannico a quelle 
della Propontide irrompevano collegate nelle provincie 
che sono meno lontane. Penetrato già quelle avevano 
la Grecia , le Pannonie, la Dalmazia^ la Stiria, e sic- 
come affermano alcuni scrittori, alcune provincie ancora 
dell'alta Italia (2). Udito da que' barbari lo strepito 
dell'armi romane, lasciato il paese preoccupato, si ri- 
tirarono al di là del Danubio. Lucio Vero non segui- 
tava l'esercito che da lunge, e mentre le sue truppe 
perseguitavano alle spalle i fuggenti, colto egli da apo- 
plessia morì nella Venezia fra Concordia ed Aitino (3). Anno 
Marc'Aurelio che era in compagnia del defuuto, dopo I 9' 
avergli prestate onorevoli esequie, raggiunse le milizie 
e, come fosse aiutato dalle stesse meteore celesti (4)* 
percosse le orde ostili e le costrinse a pace. 



(1) V ideati us, In Avidio Cassio. 

(2) Dio Cass. lib. 71. 

(3) Obiit in Venefici, cum e Concorrila civitate Aìtinum 

vroficisceretur, et cum fratre in vchicuhtm sederei. Subilo san» 
gitine ictus casu morbi, quem Graeci ó.Ttonr'ky^iy vocanU Eutrop. 
lib. VII pag. 259. 

(4) Ha scritto Eusebio, Chronic. ad ami. 176, che quando 
Marc'Aurelio in Quadorum regione puguabal, sili oppresso, 
il suo esercito, pluvia divinitus missa est, cum e conlrario 



Do 
G 



i36 LIBRO QUARTO 

= Ma la pace sforzata è un voto effimero: sicché quan- 

?°P° tunque la fosse quella giurata di sacra maniera, andò 
rotta fra breve tempo. Dopo la morte di Lucio Vero, 
tenue Marc' Aurelio l'impero per oltre un decennio da 
solo e non lasciò mezzo intentato onde procurare a' po- 
poli tranquillità e salute; ma era la tranquillità per- 
turbata dalle orde irrequiete del Nord, e desolata la 
salute dalla continuazione della peste. I Quadi, i Mar- 
comanni, i Sarmati ed altri barbari loro vicini tennero 
con vario successo agitate le armi romane, finché 
Marc' Aurelio ebbe vita; e la peste procedendo or con 
maggiore or con minore violenza mieteva incessante- 
mente le misere popolazioni ed alla fine rapì lo stesso 
imperatore, Principe meritevole di sorti migliori 2 ma 
non sempre gli ottimi tempi secondano i voti degli 
ottimi imperatori. Marc' Aurelio era saggio, era filan- 
tropo, ma la sua saggezza e la sua filantropìa non val- 
sero a rendere a tranquillità il Settentrione irrequieto, 
ed a purgare l'aure infette dal tifo pestilenziale; e per 
colmo de' mali M. Aurelio era padre del pessimo Com- 
modo, e quella naturai tenerezza che benda le pupille 
anche ai più saggi, lo addusse a dichiararlo Cesare 
ed a procurare di quella maniera alla repubblica uà 
pessimo imperatore. 

§ 8. Era Commodo presso l'armata in su le sponde 

Anno dell' Istro, quaudo M.Aurelio morì. Acclamato Augusto 
mercossi il favor dell'esercito a furia di prodigare, e 



Germano s et Sarmatas fulmina persequerentur. Tale cosa è 
stata scritta da Eusebio un secolo e mezzo dopo il fatto; ma 
Tertulliano che era prossimo a que'tempi 1 ha egli pur delta 
ed appoggiala agli scritti dello stesso Marc'Aurclio. Apologeti* 
con, capy V pag, 6. D t cdiL lencL 1 744- 



LIBRO QUARTO i3 7 

compra di eguale maniera vergognosa pace dai barbari, 2522225 
mosse a Roma a sciogliere sul trono le briglie all'in- JJ°P° 
dole pessima che nudriva (i). Dione che a quei tempi 
apparteneva all'ordine senatorio lasciò scritto che il 
senato couosceva pienamente i vizi di Commodo, ma 
che era spinto ad adularlo dalla paura (2). Ripugna 
all'animo il ricordare la vita di quell'infame: le mense, 
le scene, i letti, i capestri tutte occupavano le sue 
cure; perlocchè mentre venivano per ogni mauiera de- 
solate le provincie , era conversa la corte in una grande 
adunanza di parassiti, di gladiatori, di sicari, di 
ruffiani, di lupe. Fiacchi da tante insanie si raccolsero 
alcuni e cospirarono contro di lui: scoperto il secreto 
furono quelli severamente puniti; ma l'imperatore, 
incitato per quelle cospirazioui a sospetto, freneticò, 
serrossi in claustri ben guardati e, travedendo per ogni 
lato insidie, fulminava per ogni lato decreti di morte. 
Strozzato finalmente per opera degli stessi suoi corti- Anno 
giani, dopo quasi tredici anni d'impero fu da quello 
stesso senato, che per paura avevalo adulato vivente, 
dichiarato nemico della patria e fatto strascinare ca- 
davero nel Tevere (3). 

§ 9. Elio Pertinace occupava in quell'anno il con- 
solato, ed era personaggio per le virtù civili e mili- 
tari chiarissimo. I prefetti delle guardie del pretorio 
lo nominarono imperatore, ed il senato di pieno con- 
senso ne approvò la proposta. Trepidava Pertinace ad 
accettare, perchè conosceva quanto sarebbe stato dif- 



(1) Herodianus, HisL iib. 1. 

(2) Dio Cassi us, lib. 72. 

(?>) Lampridius, In Commodo* — Herodianus, lib. 1.'—* 
Eu tropi us, pag* 260, tergo, ediU Aid* 



i38 LIBRO QUARTO 

gggg ficUe il richiamare i popoli a virtù senza irritarli; il 

Dopo r ; me t(ere a disciplina le soldatesche, senza provocarne 
G. C. ... , . . , 

gli sdegni; il riparare all'indigenza dell'erario, senza 

lasciare, almeno per alcuu tempo, aggravate le pro- 
vincie delle gravezze imposte dal suo antecessore (i). 
Ma preso animo, per gli incitamenti che ne ebbe dagli 
amici, accettò l'incarico. Asceso egli appena il solio, 
diedesi a tutt' uomo a procurare il pubblico bene, ma 
non ebbe poscia che soli ottantasette giorni di vita. 
Le milizie urbane accostumate alle prodigalità di Com- 
modo ed allo scioglimento da ogni freno ben pre- 
sto di lui s'indignarono: accorse furenti alla corte 
il tolsero di vita, e con ribaldaggine non più in- 
tesa commisero all' asta pubblica la dignità impe- 
riale (2). 

Didio Giuliano ricchissimo nobile milanese, assai 
colto di giurisprudenza, inclinato daWa natura ad in- 
citare fazioni, di spiriti precipitoso e di animo anelante 
al trono (3) fu tra gli aspiranti a quell'incanto il 
Anno maggior offerente. Compra egli dalle milizie pretoriane 
x 9"' la corona (4); accompagnato da lunga schiera di ar- 
mati passò alla curia , dove i senatori impauriti dal- 
l' aste che il circondavano, fingendo allegrezza, lo ac- 
clamarono Augusto. Dione lo storico apparteneva al- 
lora all'ordine senatorio, e ricordevole di avere per 
lo innanzi arringato alcune cause contro Giuliano, tre- 



(1) Dio Cassius, Uh. fi. 

(2) Spartianus, In Juliano. 

(5) Julianus ortu Me dio lane nsl . . . . vir nobili s, jure peri' 
tissimus, factiosus , praeceps , regni aviclus. Aurelius Victor, 
pag. 193 ediU Venet. AEdib* Aldi, i5i6. 

(4) Dio Cass. et Herodianus, ubi sup. 



G. C. 



LIBRO QUARTO ,3 9 

(mlava le sue vendette. Le colonie e le provinole sen-- 
lirono acerbamente la mercatura della dignità impe- ~* 
riale e ne mostrarono ancora maggiore risentimento le 
legioni accampato alle frontiere. Settimio Severo co- 
mandava allora Y esercito acquartierato nelle Pannonie. 
Prescenuio Negro, quello dell'Asia, quello delle Gallie 
e della Brettagna Godio Albino. Tutti e tre que' co- 
mandanti erano di alto animo, avevano nel senato un 
singolare partito ed incitati dagli amici assunsero tutti 
e tre le imperiali insegue e tentarono scambievolmente 
di aprirsi con Tarmi l'adito a quel trono «he era 
stato vergognosamente a Giuliano venduto; ma per 
ascenderlo era d'uopo brandire la spada contro spade 
cittadine, spargere sangue fraterno e deprimere i rivali. 
Incitati gli animi a discordia fremevano per ogni lato 
per lo partito di un qualcheduno degli emuli. Lo scaltro 
Settimio Severo mosse velocissimo dalle Pannonie a 
Roma, dove allettò a cupidigia le guardie del preto- 
rio e le addusse ad aggredire l' imperatore Giuliano, 
a spogliarlo della dignità che aveva dalle medesime 
comperata a prezzo d'oro ed a toglierlo di vita. Simulò 
tenerezza e considerazione verso Albino, lo propose 
console, nominollo Cesare, e lusingandolo di partire 
con esso lui l'autorità imperiale, lo seppe trattenere 
immoto nelle Gallie, mentre egli spingevasi in Oriente 
contro Prescenuio. Dopo alcuni fatti d'arme di leggier 
conto giunse a Bisanzio e lo cinse di assedio; varcato 
col rimanente dell'esercito lo stretto, procedette mi- 
naccioso per le ubertose regioni dell'Asia, percosse in 
più battaglie ed alla fine sconfisse l'esercito di Prescenuio; 
diede a ruba, a ferro ed a fuoco molte città floridis- 
sime; ed abbattuto un rivale e bruttato il brande di 
patrio sangue, mosse rapidissimo dall'Asia alle Gallie, 



i4o LIBRO QUARTO 

ansioso di perdere Albino , ivi dalle sue truppe già 
J? P Q proclamato Imperatore (i). 

Ripassando allora Settimio Severo P Italia, attraversò 
fra le altre la provincia di Brescia , seguitato da nu- 
merosissime soldatesche accostumate alle violenze, alle 
stragi, ai saccheggi e superbe delle avute vittorie; 
quali ne saranno state le conseguenze, può chiunque 
facilmente pensarlo. Giunse Settimio all'Alpi, le valicò, 
ed inoltratosi nelle Gallie , scontrò nelle vicinanze di 
Lione T esercito di Albino. Ivi si ruppe a battaglia 
con iscambievole ferocia: stettero per lunghe ore in- 
decise le sorti ; rovesciate finalmente le schiere di 
Albiuo, tentarono salvarsi insieme con lui dentro Lio- 
ne (2); ma seguitate alle spalle dall'esercito vincitore, 
bruttarono di sangue le contrade di quella popolosa 
città, la quale fra il trambusto dell' armi e gli orrori 
della strage venne da quelle furenti soldatesce incen- 
diata. 

Di tale maniera le discordie civili e le rivalità dei 
potenti diedero lagrimevole compimento al secondo se- 
colo dell'era cristiana, lasciando il solio imperiale a 
Settimio Severo esperto generale in campo, ma troppo 
facile ad abusare della potestà suprema per isfogare le 
sue particolari vendette. 

§ io. Publio Giuvenzio Celso, di cui si è già fatto 
cenno, fu un bresciano celeberrimo non solo per le cospi- 
cue dignità onoratamente occupate, ma ancora per le 
scienze legali alle quali felicemente applicò. Egli fece 
raccolta di trentanove libri dei digesti, di venti di 



(1) Herodianus, lib. 3. 

(2) Dio Cass. Uh. 75. 



Anno 
200. 



LIBRO QUARTO 141 

costituzioni e di tredici di lettere, e lo fece con piena SS ' ' " 
soddisfazione del senato e del popolo romano (i). An- Dopo 
che Marco Volusio Meziano molto si distinse in Brescia 
per i medesimi studi; egli fiorì ai tempi dell'impera- 
tore Antonino, fu maestro di Lampridio, e scrisse se- 
dici libri sopra i fidecommissi, i quali vengono allegati 
ancora sotto il titolo: Questionimi de fideicommissis 
publicis, lib. XVI. L'Alloaudro ha aggiunto che M. Vo- 
lusio Meziano abbia scritte alcune osservazioni sopra la 
legge Ptodia ed altri libri sopra diverse materie (2). 
Non è certamente lieve gloria di Brescia la ricordanza 
di illustri coltivatori di studi severi , che fiorirono iu 
questa città in un secolo così guasto per le libidini e 
per gli spettacoli; e tanto per le vicissitudini delle 
guerre e delle pestilenze agitato, ed il ricordarla vi- 
vissima dopo il passaggio di diciassette secoli. 

§ 11. Dietro le cure pastorali dei santi vescovi La- 
tino ed Apollonio moltiplicarono in Brescia in quel se- 
colo i cristiani. La paura dei persecutori però gli sfor- 
zava a tenersi quanto il più lo potevano occulti, di 
che abbiamo fortissimo argomento da una patria la- 
pida (3) eretta alle ceneri di genti cristiane, nella 
quale, onde non dire al pubblico che i sepolti appar- 
tenessero alla nuova religione, affinchè non ne fosse dai 



(1) Leonardo Cozzando, Libreria Bresciana f. 142, ediz. 1694 
per G. M. Rizzardi di Brescia. — Ottavio Rossi, Elogi istorici 
de' Bresciani illustri, f . 3 e seg. dell'ediz. di Bartolomeo Fon- 
tana, ann. 1620. 

(2) Cozzando, op. cit. f. 27 — Rossi, f. 6 e seg. degli Elogi. 

(3) Iscrizione ebraica sculta in un marino rapportato da 
Bastiano Aragonese al n-, 1 18, e che bella conservasi ancora 
nel patrio museo. 



*Ì% LIBRO QUARTO 

"" "'" Gentili turbata la requie, ma per ricordarlo di una 

*?°P? maniera simbolica ai nuovi fedeli ed ai posteri, si sono 
nella fronte di quella scolpiti due pesci , i quali si 
guardano scambievolmente, ed al mirarli di primo tratto 
non sembrano che un ornamento della lapide stessa; 
ma considerandoli con attenzione, e ragionandovi sopra 
si scorge che per quei pesci si è inteso di ricordare la 
redenzione dell' uman genere operata da Gesù Cristo. 
Il pesce è detto in greco YKHS, Ices, le lettere com- 
ponenti il qual vocabolo considerate separatamente Tuna 
dall'altra, e come fossero iniziali significano T. YWous, 
Gesù, K. Kpt&Tcg (i) Cristo, H. H'ti&v di noi, 2. Xwriìp 
Salvatore (2). Dopo cominciarono i fedeli a temperare 
alcun poco il terrore, ed a trarsi dalle maniere sim- 
boliche onde significarsi cristiani, non però osando di 
propalarsi tali apertamente; dalla qual cosa ne reca 
argomento un'altra patria lapide eretta dai cristiani di 
Brescia a Celia Paterna, dove per mezzo della voce 
ÌLuvoiycùyi?> che avranno appresa facilmente dai primi 
loro vescovi che furouo greci, ne hanno sottoscritto 
l'epitafio dicendosi: la sinagoga, cioè la congregazione 
de' Bresciani (3). 



(1) Non mancano esempi in molte ediz. dall' H' Kóuvtj 
Atcefa'xtf, e de' padri greci, dove leggesi KpjWoc, scritto in- 
vece di XpiVro?. 

(a) Tale osservazione sopra la scultura di que' pesci sem- 
brerà forse più ideale che non altro; non è però stiracchiata, 
ed è nuova. 

(5) Marmo presso l'Aragonese n. 5i mus. patr. 

COELIAE ■ PATÈRFUE 

MAIRI • SINAGOGAE 

BRIXIAINORVM 



LIBRO QUARTO 1*3 

Infierirono in quel secolo le persecuzioni de'cristiani, """^ 
e per ordinario ruppero più sanguinose quando ivnpe- J-}°P° 
ra rouo principi adorni di forbita educazione, che non 
quando vestivano la porpora uomini scapestrati; perchè 
i principi ben educati erano più fedeli alla religione 
nella quale erano stati istrutti , e sentivano più degli 
altri dispetto che i cristiani sdegnassero di umiliarsi 
dinanzi ad are, che eglino riputavano sacre, e che ado- 
rassero invece un nume ad essi ignoto. Oltre di ciò 
le persecuzioni de' cristiani per le diverse città erano 
più o meno feroci, secondo era il carattere del go- 
vernatore delle medesime. Quando imperava Adriano, 
era prefetto in Brescia un certo Aureliano, uomo per 
[e idolatrie fanatico, inquisitore indefesso e gastigatore 
severissimo di quanti rubellavano agli iddii , per ub- 
bidire al vangelo. Non forse altra epoca vide il san- 
gue cristiano diffuso più largamente per le contrade 
Ji Brescia, quauio ai tempi del prefetto Aureliano. Ma 
ùccome i seguaci del Redentore moltiplicavano a pro- 
porzione che erano dalla collera pagana perseguitati (i), 
per quanto erano quelli dagli editti degli imperatori 
* dal fanatismo dei prefetti percossi, per quanto con 
Industriate maniere dì pena erano dai carnefici dila- 
niati, ripullulavano a ribocco per ogui parte. 

§ 12. Fu allora che i sauti protettori di Brescia 
Faustino e Giovita diedero a Gesù Cristo in testimonio 
iella fede il sangue. Io non ardisco ripetere quanto 



(i) S. Justinus masti pag. 25o, edit. Venet. 1747* lasciò 
scritto parlando a Diognete : e non l'accorgi, che per quanto 
ùa grande il numero di quelli dati ai tormenti, altrettanto è 
maggiore q urlio degli altri che sorgono nuovi ? ovK cpoc{ y CGM 



i44 LI^O QUARTO 

— "" sopra alle vite loro ed al loro martirio hanno lasciato 

*? P° scritto certuni, che pretesero rompere il buio della an- 
tichità con le faci della immaginazione. Le verità iste- 
riche sono sacre^ e vieppiù lo debbono essere, quando 
riguardano sacri oggetti; non dico per questo da quale 
stipite i santi Faustino e Giovita scendessero; non se 
eglino cingessero 1' usbergo e brandissero la spada, ov~ 
vero; siccome ne racconta Adone (i), sia stato Faustino 
ordinato sacerdote^ e promosso Giovita al diaconato. 
Dico solamente che i santi Faustino e Giovita sosten-* 
nero intrepidi la fede di Gesù Cristo sul palco, e che 
la mannaia del carnefice non valse ad abbattere la 
fermezza dei loro petti e la pietà ond 5 erano accesi. 
È meglio, scriveva s. Agostino (2), credere e dire il 
vero, che non fingere aneddoti per distendervi sopra 
la fede. 

Dietro Fesempio de' santi Faustino e Giovita caddero 
molti cristiani in Brescia percossi dalle scuri pagane, 
le sacre reliquie de' quali furono dai fedeli raccolte e 
depositate per la maggior parte nel cimitero suburbano 
eretto negli orti del s. vescovo Latino, lungo la via 



(1) Della autorità del martirologio di Adone e di quanto 
lasciò egli scritto sopra al martirio de' ss. Faustino e Giovita, j 
veggasi la Brixia sacra di Gradenigo, Dissertata Proemiali 
f. 37 e seg. — Anche alcune antiche monete bresciane, poste- 
riori però al medio evo, presentano le figure di que* due ss. 
MM. vestiti il primo da sacerdote, l'aliro da diacono. Venga- 
sene la tavola dietro la Zecca di Brescia di Doneda; ediz. di 
Bologna, 1786. 

(q) S. Augustinus, Ve vera Relig. cap. 55: Non sit nobìs 
religio in phantasmatibus nostris. Melius est qualecumque ve- 
runi; quam omne quidquid prò arbitrio fingi potcst. 



LIBRO QUARTO xfr 

cremonese (i), de 5 quali già si è detto; cioè dove di~ 
presente è la chiesa di s. Afra. Tace sopra le azioni q <^ 
di que' santi Martiri la veneranda antichità: sursefo non 
pertanto negli ultimi tempi alcuni sacri biògrafi , t 
quali osarouo scriverne le vite raccogliendo tradizioni 
alla cieca od inventandole a capriccio. Si salvino tra 
quelli l'abate Aseanio Martinengo (2)^ ed il canonico 
Paolo Gagliardi, i quali furono forsti i soli che seppero 
cribrare la verità. Ma gli altri, giuocaudo a chi sapeva 
meglio spingere V immaginazione od aveva più larghe 
le canne per beverè grosso, scrissero per iscrivere e 
diedero in farfalloni da compassione. Notì essi conside- 
rando che dopo la morte di Adriano passarono circa 
otto secoli innanzi che le famiglie cominciassero a di- 
stinguersi per mezzo dei cognómi onde ora son cono- 
sciute j ne riflettendo che la maggior parte delle più 
cospicue famiglie di Brescia discesero dalle Germanie nei 
medio evo, accompaguando gli imperatori; pure come 
le famiglie nobili di Brescia abitassero questa città fino 
ai tempi di Adriano, e eomeglino avessero sott' occhio 
l'albero genealogico delle medesime disteso per tutto 
quel tratto lunghissimo di secoli, con tutta franchezza 
hanno scritto e pubblicato, che nel secondo secolo della 
Chiesa caddero in Brescia vittime della persecuzione 
pagana sant' Angelino ed Orielda , unitamente ai loro 



(1) Galeardus, in notià Mss. ad Martyfolog» Brix. § 64 
pag. 64 del mio esemplare. 

(1) Gli stessi Bollandisti hanno avuta alta considerazione 
dell'afe, del monastero di Leno Aseanio Martinengo, e volta in 
latino la vita eh* egli ha scritta del vescovo di Brescia s. La- 
tino la hanno pubblicata, in aclis sanctorum Martii , tom. 3 
pag. 47^ et seg. 

VOL. I. IO 



i46 LIBRO QUARTO 

55?5?^ figli Domenico, Gentile e Paolino, i quali dicevano es- 
Dopo sere dgiia famiglia Barguani; hanno scritto che il santo 
vescovo Viatore ed i martiri Naimone, Aimerto, Vale- 
rio ed Ebuziano fossero della famiglia Maggi; che i 
santi Faustino, Giovita ed Arcangela fossero della il- 
lustre famiglia, ora estinta, de' Preguacchi; che i santi 
Yaleriano e Valentino fossero di quella de' Brusati, 
della famiglia Marini s* Marino e s. Stefano, di 
quella de' Pedrocchi i santi Girolamo e Nicolò , di 
quella de' Corti, ora detta de' San Gervasi, i santi Ger- 
vasio e Cornelio, di quella degli Ugoni s. Massimo, di 
quella de' Lavellongo , detta di presente de' Lunghi , 
s. Felice, de' Trenzani s. Peregrino, de' Chizzole s. Gio- 
safatte, de' Confalonieri s. Carlo, de' Luzzaghi s. Co- 
stanzo, degli Emigli s. Giovanni, de' Griffi s. Leo- 
nardo , degli Oldofredi s. Giacopiuo ed altri di simil 
fatta; quasiché gli stemmi terreni possano aggiugnere 
splendidezza a quella gloria celeste nella quale gene- 
roso aveva già accolti que' Santi Iddio. Contro scrittori 
di simil genere ha già aguzzata altre volte la penna 
Giovanni Mabillon (1); ed il canonico Gagliardi stoma- 
cato di tante fanfaluche: io mi sdegno a ragione* 
esclamò scrivendo, che abbiasi dato luogo nel Marti" 
rologio bresciano a così patri novelle (2). 



(i) Mabillonius, Epistola Sanctorum ignotorum, pag. 12* 
(1) Galeardus, in notis Mss. ad Martyrol. Brix. ait: merito 

putidas hujusmodi Jabulas in Martyrologium Brix. irrepsisse, 

indignamur* 



- «- WSSOSCBP — 






LIBRO QUINTO 



..S 



201. 



§ i. Uè è onore pei* una città di colonia l'aver 255555 
mito nella romana metropoli un suo concittadino, che P°£? 
levato all' altissimo scranno curule diede comincia- 
nento ai fasti consolari di un secolo intero^ se ne ai- 
egri Brescia, che Marco Nonio Ario Mudano della tanto 
celebrata famiglia bresciana de' Nonii fu console in 
Soma in compagnia di Lucio Ànnio Fabiano, il primo Anno 
inno del terzo secolo della Chiesa (i). Costumavasi a 
pie' tempi di onorare i personaggi illustri erigendo 
oro pubbliche statue e celebrandosene a spese pubbli- 
che solenni i funerali; ed in quegli anni furono in Bre- 
cia decretati tali onori al cavaliere Publio Postumio 
liscino (2). La famiglia de' Postumi era già da circa 
cento cinquanta anni celebre in questa città, siccome 



(1) Inscriptio apud M ura tori u m, Thesaur. Nov. inscript'. 
mg. 348 n. 5. 

(2) Marmo presso Rossi, f. 265. 



X 48 L1BR0 QUINTO 

— — QC h a conservata la ricordanza Catullo (i); ed i marmi 
Do P° bresciani rimembrano altri personaggi della stessa fa- 
G ' C ' miglia che occuparono in Brescia cariche illustri; uno 
de' quali fu Caio Postumio Varo Seviro Augustale ed 
ispettor dell' ornato, avvero Edile (2), ed un altro, prò- 
priamente mentre Severo Augusto reggeva l'impero, 
secondo i patrii marmi era in Brescia curatore delle 
cose pubbliche, ed era detto Publio Postumio Mariano. 
§ 2. L'imperatore Severo era zelantissimo della giu- 
stizia e del buon governo, ma procedeva a si begli 
atti con troppo rigore- Le molte guerre eh' egli ebbe 
a sostenere nell'Oriente, e dopo di quelle le altre con- 
irò i Calidoni nella Bretagna lo costrinsero a spogliare 
le proviucie della gioventù più vigorosa, onde conser- 
vare completi gli eserciti; e furono gravissimi ancora 
i tributi imposti da quell' Augusto. Ed è chiaro che 
Brescia suddita del romano impero dovette sostenere 
la sua porzione dei pesi aggravanti tutto lo Stato. Non. 
pertanto le cose sarebbono state sofferibili, se le somme^ 
immense che egli esigeva si fossero impiegate solamente I 
a supplire alle spese generali e necessarie allo Sta- j 
to; ma quando per cattivarsi l'affetto delle milizie, 
donò dieci monete d' oro ad ogni soldato (3), egli al- 
lora tratto dai suoi fini particolari profuse un tesoro 
grondante in parte il sangue succhiato dalle vene dei 
suoi sudditi ed in parte quello dei popoli debellati; 
e non 1' azione per se medesima, ma l' idea per cui la 
fece, gravollo della pubblica abbominazione; e pare che 



(1) Catullus, Carni. 66 v. 35. 

(2) Marmo presso Rossi, class. X n. 2. Mas. Vai. class. EpUaph 

(3) Dio Cass., Ub. 72. 



LIBRO QUINTO i4g 

il cielo lo abbia addotto ad espiare da se medesimo quel^CSJfi 
reato, perchè, ghiotto come egli era, divorati troppi j£°P? 
cibi ad uà tratto {t) 3 morì di reptazione, essendo già anno 
settuagenario e dopo dodici anni d' impero. 2I0 * 

Ciutasi poscia la porpora imperiale da quel sicario 
di Ca-racalla, indi da quel pazzo di Eliogabalo rovina- 
rono i destini di Roma e di tutte le soggette provincie 
di maniera, che pel dodicennio incluso fra l'anno du» 
centesimo decimo, ed il ducentesuno vigesimo secondo, 
non ebbero i popoli che a paventare le scuri dei car- 
nefici , a lagrimare per le estorsioni ogni giorno cre- 
scenti, a fremere per la oppressa giustizia e per le vi- 
tuperevoli pazzie di due brutali imperatori, i quali 
trucidati T un dopo l'altro, cedettero alla fine il solio 
all'ottimo giovinetto Alessandro, vero ristoratore delie 222# 
pubbliche cose (2), 

§ 3. Cinta appena Alessandro la corona, diedesi a 
tutt'uomo a procurare i vantaggi della nazione; e scelto 
egli un comitato di saggi e probi consiglieri, uno de'quali 
era il celebre giureconsulto Ulpiano , non deliberava 
cosa alcuna che dietro il consiglio loro. Restituì alla 
primiera autorità il senato; riordinò la militar disci* 
pliua; sorvegliò i magistrati della metropoli e di ogni 
più lontana provincia, e li costrinse all'esatto adempì* 
amento de' loro doveri j protesse gli studi e ìe arfij 



(1) Cibum gravi s , ac plurimae carni s avidius invasit; quem 
cum conficere non posset t crudilatem passus expirayit. filtro- 
pius, pagf 194, edit. cit* 

{1) Eutropio parlando di Caracalla e di Eliogabalo ha scritto : 
probris se omnibus contaminai et unL De GesU Ronu lib* 8 
pag. '262. 



i5o LIBRO QUINTO 

giovò il commercio; e, quel che è più laudabile, al- 
H° P q leggeri i tributi (1). 

Erano già nove anni ch'egli governava tranquillamente 
l' impero, quando, rotta i Persiani la pace, fu l'impera- 
tore Alessandro astretto a raccogliere per ogni dove nu- 
merosissima gioventù, la quale aggregata alle milizie 
veterane venne iusieme con quelle da lui condotta a 
guerreggiare in Oriente. Debellati nell'Asia que' nemici 
e sforzatili a nuova pace tornò iq Italia, la quale era 
minacciata da una irruzione di Germani (2). Avevano 
Anno c I ue '^ §>ìà superato il Danubio e scendevano a gran 
aoo. passi menando stragi e rapine. Gran parte dell'esercito 
romano recandosi allora alle Alpi attraversò la pror 
vincia di Brescia; ma perchè quell'Augusto era solito di 
provvedere a tempo i magazzeni necessari e di sogguar- 
dare la militar disciplina, non ebbero i Bresciani a I4? 
mentarsi del passaggio di quelle truppe. Ad alcune com- 
pagnie di veterani, che non avevano saputo dimenticare 
per anco i tempi licenziosi di Eliogabalo e di Caracalla, 
A n P arve troppo severa la disciplina dell'imperatore Ales- 
a55. Sandro: perlocchè indignate, mentre era ancora nelle 
Germanie, lo uccisero (3): morte fatale alla repubblica! 
§ 4* Cominciarono allora gli eserciti a pretendere 
un diritto assoluto di eleggere gli imperatori ed a co- 
ronarli indipeudentemente dal suffragio del senato (4). 
Geloso quell'augusto consesso della suprema autorità, 
ne eleggeva degli altri, assoldava frettolosamente nu- 



(1) Herodianus, Uh. 6. 

(2) Lampridius , in Alexandre. 

(3) Eutropius, infine Uh. 8 pag. 161. 

(4) Eusebius, in Chronic. inter opera s. ÌJìeronymi 3 etiti. Ve* 
ronat «769. tom. FUI pari. 1 pag. 744* 



LIBRO QUINTO i5i 

melmosissima gioventù e la armava perchè avesse a so-^^^ 5 ^ 

stenere al confronto degli emuli i suoi eletti. Cosi J;°P? 
° . C*. Ci» 

mandavasi sconsigliatamente a pericolo la vita di per- 
sonaggi illustri, così traevansi alle armi quelle braccia 
che erano necessarie alla coltivazione de* campi , così 
incitavasi il cozzo scambievole degli usberghi fraterni, 
così stoglievansi le armi dalle frontiere dove urgevane 
il bisogno, e così le civili discordie disponevano alla 
decadenza lo Stato. 

In tanto tracollo di cose la vita di quello che im- 
perava alla repubblica era incessantemente insidiata 
dai sicari dell'altro che anelava alla porpora ; ed era 
ben raro che avesse alcuno a cingere la corona inte»» 
merata del sangue del suo antecessore. Le soldatesche 
insaziabili d' oro vendevano la protezione al maggior 
offerente] prezzolate poscia da un altro davano a morte 
il primo, ed acclamavano Augusto il secondo. Profon* 
devansi in quelle vituperevoli mercature somme enor» 
mi, e ne servano a calcolo le venti monete d' oro , di 
che venne regalato ogni soldato perchè avesse a ribel- 
lare a Gallieno e ad approvare la promozione di Clau- 
dio (i). Erano que'dapari estorti dalle provincie, e per 
quelle estorsioni ridotti i popoli ad indignazione e pò* 
verta; si aggiunse a que' mali ancora la peste, che per- Anno 
venuta dall'Africa si diffuse per tutta l'Italia, e conti** 2 ^ J * 
nuò lunghi anni a mietere senza interruzione le genti (2). 

§ 5. I barbari del Nord, presa occasione da tanto 
sfiatamento delle forze dell'impero, abbandonate le 
fredde loro boscaglie e superate le correnti del Danu- 

(t) Trebellius Pollio, in Triginta ty^annis, cap. Gallienus. 
(2) S. Cyprianus, lib. de Mortalitate, pag. 5£i et seg/ edit. 
Venet. 1758. — Eusebii, Chronic. ad ann. 255. 



i5a LIBRO QUINTO 

!!! WM *' bio e del Reuo, irrompevano intanto per le regioni 

*?°P? romane menaudo incessantemente saccheggi e devasta- 
zioni; e respinti più volte o col ferro o coll'oro, cupidi 
ognora di nuove prede ripetevano per altre parti le 
irruzioni. Gli Sciti, invase le Pannonie, la Mezia. l' II* 
lirico , calarono poscia nella Grecia ed indi nell' Asia. 
I Franchi scorrevano saccheggiando le Gallie, ed alcune 
colonne di quelli penetrarono tanto innanzi che, sape* 
rate le giogaie de' Pirenei , scesero nelle provincie di 

Anno Spagna, dove saccheggiarono Taragona. (i). Racconta 
Zouara che trecento mila barbari (2), i quali secondo 
Jjozimo eranp Sciti, presentatisi alle prossime Alpi e su* 
peratine i valichi, discesero saccheggiando e devastando, 
ed arrivarono fino presso a Milano, dove furono sbara- 
gliati e sconfitti da poche legioni romane condotte da 
Gallieno in persona. Non molti anni dopo, ducento altri 
mila, detti Alemanni da Aurelio "Vittore, e da Eutropio e 
dagli scrittori posteriori indicati col nome generale di 
Goti (3), valicate le montagne del Tirolo, discesero de- 
vastaudo la provinpia di Brescia , npn però discostan- 
dosi molto dalla costiera del Benaco ; e giunti a me- 

Anno riggio di quello , continuando a costeggiarlo ed a 
sterminare quelle miserabili contrade, sulle pendici di 
Lugana diedero di cozzo nell' esercito romano com.an* 
dato in persona da Claudio imperatore, dal quale fu* 
rpno percossi di così fatta maniera , che cento miìa 
caddero estinti sul campo, ed altrettanti fuggendo sal- 
varono a stento la vita (4)» 

(1) Eu tropi us, Uh. 9 cap. 9 pag. q64« 

(9.) Zonaras, in Annalibus. — Zozimus, lib. I cap. 87. 

(3) Zona ras, in Annalibus, ad ann, 261. 

(4) Eutrop,, lib. 9 cap. io pag. 264, tergo: Claudius ..... 
adversus duccnta milìia Ale inanno rum, hauti procul a lacu Be' 



*68. 



LIBRO QUINTO i53 

§ 6. Lo spirito della emigrazione aveva a que' tempi ^^— — B 
penetrato così vivamente l'animo della più parte degli P°P° 
abitatori del Nord, che le stragi che facevansi di quelli 
«elle regioni che avevano osato d' invadere, non ba- 
stavano a persuadere ad altri di non imitarli; che anzi, 
percossi i primi, uscivano altri a torme immense dalle 
foreste della Scandinavia, della Sarmazia, della Scizia, 
deliba Tarlarla e scendevano in cerca di clima più soave 
e di più ubertoso paese. Orde innumerevoli di Vandali, 
tragittato il Danubio, avevano invasa la Panponia in* 
feriore, ed Aureliano che era succeduto a Claudio neh- 
F iniperp conduceva contro di quelli le armate e ten? 
tava respingerli all' altra sponda. Mentre Y esercito 
romano e lo stesso imperatore erano per tale motivo 
jn quelle regioni impegnati, altre barbariche falangi 
addirizzandosi per altra via si presentarono alle pros? 
sime Alpi. Che quelli fossero Giutunghi, secoudo il Jar 
sciò scritto Descippo (i), o Marcomanni , come ne lo 
ricorda Vopisco (2), non troppo interessa il saperlo, 
anzi ambedue avranno detto forse il vero; perchè ed i 
Marcomanni ed i Giutunghi potevansi essere confederati 
per invadere l'Italia. Certo è che que' barbari supera- 
rono le rupi alpine e ne discesero come fossero un 
torrente; ed incalzati dalle ciurme che li seguitavano 
pieni di bisogni, di cupidigie, di ferocia per tutta la 
provincia di Brescia si diffusero e per molte altre 



naca, in sylva quae Lugana dicitur, dimicans, lantani multi'" 
tadinem Judit, ut aegre pars dimidia superfuerit. Quel fatto è 
raccontato ancora da Aurelio Vittore, in Excerplis, etc cap. 55 
pag. 197, terg. dell'ediz. Aldina i5i6. 

(1) Dexippus, De Legationibus, tom. 1 Hist. Bisantinhei 

(2) Vopiscus, in Aureliano* 



Anno 
271. 



i54 LIBRO QUINTO 

i n ■■■'■-^ vicine. Lo spavento precedeva quelle orde terribili, la 
*?°P° desolazione le seguitava. Avvisatone Aureliano Augusto 
fermò sollecita, ma onorata pace coi Vandali; e lasciate 
in Pannoqia alcune milizie di guarnigione, accompa- 
gnato dal nerbo maggiore dell' esercito, prese rapida- 
mente le vie per l'Italia; ma per la lunghezza e disa- 
giatezza loro non potè giugnere che dopo alcuni mesi; 
ed i barbari intanto, cresciuti sempre di nuove caterve, 
spandevansi ogni giorno a più largo paese, e per ogni 
peggior maniera di scelleraggini menavano desolazione. 
Giunse alla fine V imperatore con le sue soldatesche , 
piombò sopra di quelli coli 5 impeto del folgore, li bat- 
tagliò tre volte, tre volte gli sbaragliò (1). Successe il 
primo attacco uelle vicinanze di Piacenza, il secondo 
lungo le sponde del Metauro nelle vicinanze di Fano, 
il terzo ne* sobborghi di Pavia. Cadde tanta moltitu«> 
dine di Marcomanpi o di Giutunghi, quali eglino 
fossero, in quelle tre pugne, che Aurelio Vittore ed 
Eutropio, dopo di aver detto che dalle armi di Aure- 
liano furono percossi e depressi , non parlano di pri* 
gioni, di fuggiaschi di superstiti, quasiché non abbia, 
avuto la sorte di scamparne alcuno. Di quella maniera 
predavano i barbari le dovizie dell'Italia, e le terre 
dell' Italia abbeveravansi del loro sangue ed impingua* 
vansi di barbariche macerie. 

(j 7. Debellati i barbari, diedesi Aureliano a rimet- 
tere ad ordine le cose civili , nelle quali operazioni 
spiegossi di avere un/ anima troppo severa (2). Allora 

(1) Eutropius, lib* 9 cap. 12 pàg. ^65: Iste (cioè Aurelia- 
no ) tribus praelìis Victor fuit, apud Placentiam, juxta flumen 
Metaurum ac Fanum FovUmae, poslrcmnm Ticinensibus in 
campìs. Lo stesso è ricordato da Aurelio Vittore, pag. 198. 

(2) Zozimus, lib. 1 cap* 49* 



LIBRO QUINTO i55 

Te tri co governatore delle Gallie diede a ribellione, 
cinse la porpora imperiale e prese a reggere quelle Dopo 
provincie con autorità assoluta; e Zenobia regina dei 
Palmireui, assoggettatosi ogui paese romano di là del 
Bosforo, riscuoteva i tributi dall'Asia e fin dall'Egitto, 
e si rideva della potenza romana. Non tardò l'Augusto 
Aureliano a fiaccare le ambizioni di tutti due; e ere* 
sciuto l'esercito di nuove reclute tratte per la più parte 
dalle provincie d'Italia, si spinse da prima in Asia 
contro Zenobia, poi come l'Oronte ed il Rodano scor- 
ressero per luoghi vicini, slanciossi nelle Gallie contro 
di Tetrico e trionfò d' ambidue. E reca stupore come 
in soli quattro anni e nove mesi eh' egli tenne il solio 
imperiale abbia potuto conseguire quelle vittorie, ed in, 
regioni così lontane Y una dall' altra. Insospettiti alcuni 
suoi cortigiani ch'egli andasse meditando la perdita 
della vita loro, congiurarono contro la sua, e lungo la 
strada che mette da Bisanzio ad Eraclea lo uccisero. 
Per la morte di Aureliano perdette la repubblica un Anno 
Imperatore valorosissimo, infaticabile; ma più adatto a 2 7^* 
dirigere le armate, che non a governar la nazione. 
Non sempre il cielo versa tutti i suoi doni sopra di 
un solo. Aveva egli, è vero, pubblicati alcuni editti che 
spiravano giustizia, ma pel troppo rigore grondavano; 
di sangue (1), Quando quell'imperatore fu dato a morte 
occupava egli per la quarta volta il consolato ed aveva 
in quella dignità suo collega Tito Nonio Marcellino di 
Brescia (2). 



(1) Trebellius Pollio, Triginta Tyrann. cap. q3. 

(2) VeggaDsi i fasti consolari, e da una iscrizione puhb. da 
Muratori, Thesaur. Nov.pag. 267 apparisce che quel bresciaLu 
fu console la seconda volta Tanno 275. 



i56 LIBRO QUIETO 

— - § 8. Tolto di vita Aureliano, per unanime consenti- 
7?°P? meato del Senato e delle soldatesche venne acclamato 
imperatore il senator Tacito , personaggio di provetta 
età, ma per le doti dello spirito e del cuore e la 
onoranza delle gloriosamente sdebitate magistrature 
mentissimo del solio. Non ebbe egli campo di poter 
molto operare in vantaggio delle popolazioni , perchè 
mancò naturalmente di vita pochi mesi dopo cinta la 
porpora. Aveva egli un fratello per nome Floriano, il 
quale, quasiché la dignità imperiale fosse tra i con- 
giunti ereditaria, dalle guardie del pretorio delle quali 
era capitapo, si fece acclamare Augusto; ma le armate 
che erano a campo nell'Asia comandate da Probo gri- 
darono imperatore il loro generale. I due promossi 
contemporaneamente al trono anelarono tantosto alla 
perdita scambievole; e sarebbesi rotto allora ad una 
nuova guerra civile, se le soldatesche che favorivano 
Floriano, fatto miglior consiglio, non gli avessero volte 
le spalle ed aggiunte non si fossero all'avverso partito. 
Datosi Floriano per quel tratto a disperazione tagliossi 
di propria mano le vene (i); e così Probo sciolto dal 
rivale inviò al senato uno scritto, pel quale sottoponeva 
alla approvazione di quell'augusto consesso (2) il voto 
Anno favorevole eh 5 egli aveva avuto dalle legioni. Lieti i 
2 7^ senatori dell' atto ufficioso di Probo e persuasi ancora 
degli alti suoi meriti lo onorarono del nome di padre 
della patria, della dignità di pontefice massimo, e lo 
confermarono Augusto. 

5 9. Le molte sconfitte date da non lunghi anni da- 
gli imperatori Claudio ed Aureliano alle orde vaga- 

(i) Aureli us Victor, pag. 198 terg. 
(2) Vopiscus, pag. 257. 



LIBRO QUINTO i5 7 

fronde e predatrici del Settentrione, non le avevano ^— ■— ' 
stolte dallo spirito della emigrazione. II desiderio di *?°P" 
plaghe migliori e la cupidigia di appropriarsi le altrui 
sostanze, traevanle ad irrompere per ogni parte ed a 
menare desolazione nelle provincie romane. 11 nuovo 
Augusto, lasciata al Senato la facoltà di condurre gli 
affari civili e giudiziari, alla testa di un numeroso e ben 
disciplinato esercito, mosse contro ej negli invasori, e lo 
fece con tanto di lena, di arte e di vigore che fattone 
macello (i), perseguitò i fuggiaschi e seguitola fin den- 
tro le stesse loro foreste; dove dietro onorevoli condi- 
zioni concedette loro la pace. Tornando egli da quei 
paesi in Kalia visitò, come ne racconta Vopisco (2), i 
passaggi delle prossime Alpi, dove è tradizione, ch'egli 
abbia commessa la costruzione di alcune castella e fra 
le altre la Rocca d'Anfo. 

Per le costituzioni di que' tempi non era permessa 
ad ogni paese la coltivazione delle viti. Le leggi ema- 
nate dall' imperator Domiziano vigoreggiarono aucora: 
Probo non solo le disciolse, ma a proprie spese pro- 
curò vigneti nelle Pa-nnonie, nel Sirmio e nella Mezia, 
i quali poscia donò agii abitatóri di que' paesi (3), 
Finalmente dopo di avere restituita ì& tranquillità alla 282. 
repubblica, fu da alcuni fazionari tolto di vita. 

Morto Probo Augusto, le armate acclamarono impe- 
ratore Caro prefetto delle guàrdie del pretorio. Ebbe 
il senato altissima drspiacenza di quella elezione, ma 
per non irritare le soldatesche, la approvò. Il nuovo 
imperatore aveva due figli, Carino e Numeriano; il se- 

(1) Eutropius, pag. 166. ' 

(2) Yopiscus, in Probo. 

(3) Aurelius Victor, pag. 198, lerg. edlt. AUL 



i58 LIBRO QUINTO 

condo era uu giovine di buona pasta, ma scellerato i! 
*?°P? primo. Il senato aveva già preveduto che il nuovo Au- 
gusto, tratto o da ambizione o da tenerezza paterna 
gli avrebbe nominati Cesari ambidue, ed era per tale 
motivo agitatissimo; ma ad onta del ribrezzo del se- 
nato, Caro li proclamò Cesari entrambi. 

Intanto i Sarmati, udita la morte di Probo di cui 
avevano trepidato, uè curando il braccio del nuovo im- 
peratore, uscirono dai silvestri loro recessi ed invasero 
T Illirico. Caro fattosi accompagnare dal secondo ge- 
nito, cioè dal buono de' suoi figli, condusse contro ai 
Sarmati l'esercito, lasciando raccomandato al perfido 
Carino il governò dell'alta Italia e delle Gallie. E così 
mentre l' imperatore guerreggiava i Sarmati ed a viva 
forza costriugevali a rinselvarsi, e dovette poscia con- 
dursi in Asia onde ribattere i Persiani; il suo secondo 
genito e Cesare Carino perfidiava in queste nostre con- 
trade di ogni più scellerata maniera; mandava a mortef 
personaggi innocenti onde confiscarne gli averi, bruttava 
V onoratezza de' talami i più illustri (i), e pareva che 
si studiasse di commettere ad ira i popoli e d' in- 
citarli a ribellione. Uu certo Gioviniano, uomo audace 
e potente raccolse allora alcuni faziouari in Verona ^ 
ed inalberò bandiera d'insurrezione, e dalle milizie del 
presidio e da una ciurma di complici si fece acclamare 
imperatore. Era Carino Cesare in Brescia od in alcuna 
città vicina, quando ebbe di quel fatto l'annuncio, e 
seguitato da lunghe coorti si spinse contro di lui, lo 
scontrò presso le rive dell'Adige, lo battagliò, lo scon- 



(i) ffic Carinus omnibus sé sceleribus inquinagli , plurimos 
innoxios, futis criminìbus occidit, matrimonia nobilium corru* 
pit. Aurei. Vici, pdg. 2 99» 



LIBRO QUINTO i5 9 

fisse; ma dopo pochi giorni cadde egli ancora massa- H BSBB 
orato da un tribuno, del quale aveva disonorata la *?°£? 
sposa. 

Caro Augusto suo padre era in queir occasione in 
Asia, dove ripeteva le vittorie sopra i Persiani, e nei 
bello de' suoi trionfi cadde colpito fatalmente da un 
fulmine. Un prefetto delle guardie il quale ambiva gli 
onori imperiali , per mezzo di trame occulte mandò 
allora a morte INumeriauo Cesare; ed estinta di tale Anno 
maniera quella famiglia d'imperanti, le milizie ele- 
varono concordemente al trono Diocleziano. 

§ io. Era quegli nato di bassa famiglia in Dalma- 
zia, entrato da giovine nella milizia seppe guadagnarsi 
tale considerazione, che entro pochi anni venne eletto 
capitano della cavalleria delle Guardie (i) ; occupava 
egli ancora quel posto, quando acclamato imperatore 
cinse la porpora. Accortosi in sulle prime quanto fosse 
grave il reggere da solo tutto l'orbe romano, al quale 
le arene della Mauritania ed il Danubio, le Colonne 
d'Ercole ed il Tigri segnavano appena i confini, cui le 
sedizioni interne quasi /incessàntemente agitavano, e eui 
gli stranieri ora dall'una parte, ora dall'altra guerreg- 
giavano, credette opportuno di sciegliersi un collega; e 
data spontaneamente una porpora a Massimiano Ercu- 
leo, a lui affidò il governo dell' Italia e delle altre re- 
gioni romaue di Occidente; a se riserbando la direzione 
di quelle d'Oriente e la primazia generale dell'impero. 

Massimiano Erculeo, secondo hanno scritto i patrii 
cronisti (2), tenne per lunghi anni le stanze in Brescia, 



(1) Eutropius, //&. IX cap. ultimo pag. 267. 
(1) Caprioli, Nazari ed altri. 



i6o LIBRO QUINTO 

ed abitò le case che sono dette ancor di presente Torre 

Gk%L Erculea. Elia Caprioli racconta, che quell'imperatore 
abbia fatto costrurre un acquedotto che fino da Val- 
trompia couduceva sorgenti saluberrime in città (i). 
Soggiornò quell'Augusto lungo tempo in Milano, dove 
fece fabbricare magnifiche terme ed erigere uti tempio 
ad Ercole, cui credesi converso di presente nella basi- 
lica di s. Lorenzo (2)* Era Massimiano rozzo di aspetto* 
aspro di maniere e d'animo, e mentre profondeva te- 
sori in fabbriche y angariava le provincie imponendo 
nuovi tributi (3), e così gravi che molti possedenti > 
conoscendo di non poter soddisfarli^ riuunziarono dispe* 
ratamente gli averi. 

§ 11. Mentre continuava Diocleziano a reggere le 
provincie romane d'Oriente, e Massimiano quelle d'Oc^ 
cidente, Carauzio rubellava nella Bretagna, Achillea 
nell'Egitto, NarZeo re di Persia devastava la Mesópo- 
tamia, i Goti, i Sarmati , gli Alemanni è molte altre 
Anno settentrionali popolazioni minacciavano irruzioni. In tali 
" * frangenti i due imperatori si unirono, e tennero congresso 
in Milauo (4), dove dietro grave consiglio elessero Cesari 
Costanzo e Galerio, e commisero a Costanzo di condurre 
un' armata contro i ribelli della Bretagna, ed d Gale- 
rio di guidarne un* altra contro i Persiani. Sciolto il 
congresso, passò Diocleziano in Egitto, donde, debellato 
il rivoltoso Achillea, tornò agli ameni suoi orti, dei 
quali tanto compiacevasi in Dalmazia; ed il truculento 



(1) Caprioli, Uh. 3. 

(2) Galvaneus de Fiamma, apud Murdtorium, tom. XL Ècr. 
tlalicarum. 

(3) Pensionibus indicta lex nova, Victor, in vita Maximiani. 

(4) Marmeutinus, iti Gcntiliaco Maximiani* 



LIBRO QUINTO 161 

Massimiano 3 dopo alcune imprese contro i Germani , 
continuò a soggiornare d'ordinario ora nell' una , ora p'I? 
nell'altra città dell'alta Italia (1); e poiché aveva case 
in Brescia, non avrà omesso di fermarsi aucora in que- 
sta città. Galerio prima percosso, poi vincitore ributtò 
i Persiani, gli spinse di là dal Tigri , ed obbligolli a 
segnare un trattato di pace (2), il quale per quaranta 
e più anni fu con sacra fedeltà osservato; e Costanzo 
dopo varie vicende affrenò alla fine la baldanza di 
Garauzio nella Bretagna. 

Procedendo gli anni, Diocleziano e Massimiano Ercu- 
leo scoraggiati per la mala salute e più assai per le 
imponenti istanze dell'ambizioso Galerio, dichiarati Au- 
gusti lo stesso Galerio e Costanzo, deposero spontanea- Anno 
mente ambidue le imperiali insegue, Diocleziano in 
Nicomedia e Massimiano in Milano ; e così dopo circa 
venti anni d'impero, alla tranquillità della vita pri- 
vata ritornarono. 

§ 12. La rinunzia di Massimiano all'impero allegrò 
!e proviucie d' Italia e quelle insieme di tutto Occi- 
dente, perchè essendo quelle governate da lui* ebbero 
di quella maniera a liberarsi de' suoi ferrei tratti, delle 
sue estorsioni, delle sue violenze; e diviso lo stato ro- 
mano fra i due novelli Augusti, ebbe l'aspro Galerio 
in parte le regioni dell Oriente, e l'ottimo Costanzo le 
occidentali. E fu alta ventura della provincia di Bre- 
scia, di tutta Italia e degli altri paesi romani d'Occi- 
dente di avere ottenuto per supremo reggitore Costanzo. 



(1) Eutropius, pag. 218. 

(2) Sextus Rufus, pag. /pi> ^diL Parisiorum, i564» 

VOL. t I I 



i6a LIBRO QUINTO 

Quegli, scriveva Eutropio (i), ridondava di compitezze 
*?°P° e di virtù, non cosa alcuna lasciava intentata la quale 
potesse ridondare in vantaggio delle provincie e delle 
popolazioni ; ed era solito ripetere : essere cosa assai 
migliore che i privati godano le pubbliche ricchezze, 
anzi che non abbiano quelle a giacere serrate nei 
pubblici scrigni. Ma un così bel sereno ben presto in- 
torbidò. I due Augusti seguitando il sistema dei loro 
antecessori crearono Cesari Severo e Daia Massimino. 
Per quella promozione si trasse il buon Costanzo a go- 
vernare le regioni occidentali all'Alpi Cozie, rinun- 
ziando le provincie italiane al novello Cesare Severo , 
il quale era uno scapestrato, dedito solamente a tra- 
passare le notti fra le danze ed a cioncare generose 
botteglie (2). Desolava egli l'Italia, angariando le pro- 
vincie, affastellando innocenti nelle carceri e procedendo 
contro i personaggi più distinti con tratti di crudeltà 
inaudita. Quando, sorgendo per ogni parte nuovi im- 
peratori, venne tutto Torbe romano perturbato, scon- 
volto e diviso. 

§ i3. Costantino, giovane valoroso, figlio dell'ottimo 
Costanzo Augusto conduceva allora i giorni nella corte 
di Nicomedia , concesso dal padre in ostaggio all'im- 
peratore Galerio; e bramosissimo di tornare agli ani- 
Anno plessi dell'augusto genitore, ne potendo averne da Ga- 
006. lerio il consenso, accompagnato da un breve drappello 



(1) Constantinus 3 v'ir egregiae et prae stanti ssimae rivintati*;: 
divitiis provinciaìium ac privatorum studens , fisci commoda 
non admodum affectans , dicensque: melius publìcas opes ci 
prìvatis haberi , quarti intra unum claustrum reservari» Eu tro- 
pi us, Uh- X cap. 1 pag. i6q. 

(1) Laclamius, De Morte Persecutoritm, cap. 17. 



LIBRO QUINTO i63 

di prodi e fidati, fuggì una notte da Nicomedia, e tra- ^""""^ ^ 
versate rapidamente la Bitinia, la Tracia, la Dacia, la ^°'!° 
Panuouia , l' Italia e valicate le Alpi, recossi fra le 
braccia dell'ansiosissimo padre, il quale del serto im- 
periale il coronò. Galerio per tali cose indispettito, creò 
Cesare Licinio, e lo fece dalle sue legioni acclamare 
Augusto. Daia Massimino Cesare reggitore delle proviu- 
cie orientali cinse egli ancora tantosto le imperiali in- 
segne. Massenzio figlio di Massimiano Erculeo rubellò 
in Roma, e cinta la porpora e seguitato da frotte ri- 
voltose sconfisse Severo Cesare, e si fece padrone di 
tutta T Italia e di alcune provincie ancora dell'Africa. 
Il vecchio Massimiano, udite le sorti del figlio, sentissi 
ridestare nell'animo l'ambizione, e rivestì quelle augu- 
ste insegne che aveva già da non guari spontanea- 
mente deposte; e per tal foggia l' impero romano rap- 
presentava l'idra delle sette teste, ed aveva per giunta 
che ciascheduna di quelle anelava allo sterminio del- 
l'altra (i). 

§ i4- Non erano le sole ambizioni di Stato le cause 
di contesa fra quegli imperanti: la Religione aggiu- 
gnevane altri motivi e di molto più dìlicati. La ado- 
razione degli iddii del paganesimo era una idea sacra 
all'animo delle genti, perchè ereditata dagli avi, per- 
chè riavvivata incessantemente per mezzo del pubblico 
esempio , della continua osservanza dei sacri uffici e 
della voce minacciosa dei sacerdoti. Per la qual cosa 
il più degli uomini credeva che sarebbono state infe- 
conde le messi, se si avessero ad ommettere i soliti sa- 



(i) Aurelius Victor. — Eutropius. — Eusebius. — Lactan- 
tius ed altri. 



,64 LIBRO QUINTO 

1 ! orifici a Cerere; che Vertunno e Bacco avrebbono rat- 

Do P° tenuto i loro doni, se si avesse mancato di celebrare 
' ad essi le feste prescritte dal rito; che Nettuno avrebbe 
sovverse le acque, Plutone la terra, Giove l'universo, / 
se le nazioni avessero cessato di essere loro divote. 

Altre idee di religione e pienamente differenti aveva 
da pochi secoli insegnato Gesù Cristo, e quelle idee 
piacevano per 1' altezza dei principii e per la santità 
della morate; vincevano lo spirito di ehi sapeva con- 
frontare i prossimi avvenimenti con gli oracoli de' pro- 
feti; e rapivano l'animo di chiunque vedeva co'propri 
occhi i portenti operati dagli eletti. Così differenti prin- 
cipii di culto dividevano allora lo spirito de' popoli. 
E gli stessi sette imperatori che dominavano contem- 
poraneamente l'orbe romano, nudrivano sentimenti di- 
versi di religione. Costanzo Augusto usava indulgenza 
ai cristiani, Costantino suo figlio gli proteggeva, Licinio 
volubile cambiava ad ogni tratto pensiero, e Massimino 
e Massenzio e Galeno e Massimiano per ogni maniera 
di sevizie ne tentavano lo sterminio. 

§ i5. Frattanto le soldatesche, cui aveva raccolte Mas- 
senzio da tutta l'Italia dalla Sicilia e da largo tratto 
dell' Africa, erano a campo nella provincia di Brescia 
ed iu alcune altre vicine, onde essere approntate a ri-. 
Anno battere qualunque nemico fosse mai per discendere 
3l °* o dall'uno o dall'altro valico dell'Alpi; e quelle 
milizie non erano affienate da alcuna disciplina, e 
commettevano impunemente ogni violenza, rapivano le 
sostanze, violavano le spose, defioravano le vergini e 
massacravano chiunque tornava loro a capriccio (i). 



(i) Eusebins, Histor. Ecclesiast. ìib. 9 cap. ì6 pag. \$,ediL 
Basìleac, i5i6. 



LIBRO QUINTO i65 

L'Augusto Costanzo era passato nella Bretagna a f mmm ^ t 
combattere i Calidoni, e dopo averli superati, inferma- *?°P? 
tosi a Yorch, morì onorato delle meritate lagrime dei 
popoli. Costantino suo figlio per carattere alle volte 
impetuoso, ma costumato, accorto e prode, dopo di es* 
sersi collegato cou un certo Croco signore degli Ale- 
manni (1), onde avere per suo mezzo difese le fron- 
tiere della Gallia; e sbrigatosi del profugo imperatore 
Massimiano, che violata V ospitale accoglienza accorda- 
tagli, aveva in Arias destata ribellione (a), alla testa 
di uou molto numeroso, ma ben agguerrito esercito, 
valicò tacitamente le Alpi Cozie, discese pei sentieri 
del monte Cenisio, prese Susa di assalto, inuanzi che 
pur si fosse accorto Massenzio de' suoi movimenti. Da 
Susa calò in breve nelle pianure di Turino, dove i 
Massenziani si erano approntati per respingerlo; a forza 
di scaltre evoluzioni gli pose in rotta, e seguitando la 
vittoria occupò in breve tutto il paese al di 6opra del 
Po che si distende fra l'Alpi ed il Mella. Rurico Pom» Anno 
peiano prefetto del Pretorio, che in nome di Massenzio 
comandava le truppe accampate nella Venezia, la 
più parte delle quali erano raccolte in Verona, intesi 
gli avanzamenti di Costantino, staccò un grosso corpo 
di cavalleria, ed invidio contro di lui. Scoutraronsi 
quelle schiere ostili ne' sobborghi di Brescia (3), e do* 



(i) Aurei. Victor, pag. api. 

(2) Eumenes, Panegyr. vet. VII. i4« 

(3) Incerine, in Panegyrico Constantini, cap. 8. 1 — Eumenes, 
ubi sup. Zozimo ed Eusebio, dopo descritto il passaggio delle 
Alpi fatto da Costantino, passano a raccontare, come egli /en- 
trò in Roma, omettendo la più parte dei fatti intermedi rap* 
portati dai due sopraccitati panegiristi. Per questo sopra di 



312. 



166 LIBRO QUESTO 

pò breve battaglia rovesciate Costantino le colonne ne- 
?°P? miche, le scompigliò e seguitonne i fuggiaschi fino al- 



C 



r Adi°:e. 



o 



Liberati di quella maniera i Bresciani dalla tiran- 
nide di Massenzio, festeggiarono i trionfi del Vincitore; 
ed è celebre ancora fra le patrie lapidi una iscrizione 
nella quale Costantino è onorato dei titoli di massimo, 
pio/ felice, invitto, augusto (i). Strinse egli poscia Ve- 
rona di assedio , e dopo alcun tempo data nelle vici- 
nanze di quella città una sanguinosa battaglia alle 
coorti nemiche, le sconfisse, lasciando fra gli estinti sul 
campo lo stesso capitano generale di quelle Rurico 
Pompeiano (2). Non è chiaro se Costantino abbia avuto 
Verona per assalto per volontaria sommissione di 
quella città; è però certo che vi entrò indignato, per- 
chè uno scrittore sincrono, dopo di avere accagionato 
Pompeiano della caduta di quella piazza, ha compianto 
amaramente le calamità che in queir occasione sofferi- 
rono i Veronesi (3). 

§ 16. Conquistata Verona ed assicuratosi Costantino 
il possesso di tutta l'alta Italia , conduceva Y esercito 
vittorioso alla volta di Roma, quando lungo il viag- 
gio, mentre un giorno cominciava a declinare dopo il 
meriggio il sole , vide verso Oriente folgoreggiare in 
cielo una croce luminosissima, intorno alla quale a ca- 
ratteri di luce era in lingua e lettere greche scritto il 

ciò si osservi quanto hanno scritto Muratori all' ann. 3i2 de- 
gli Annali. Fleury, Stor. Eccl. lib. 9. — Gibbon, capti. 9. 

(1) Quel marmo è rapportato da Rossi, f. 237 n. 4 ed al 
n. 3 del f. stesso ne ha recato un altro pure di Costantino, 
ma non intero. V. un altro nel P, Museo, Colonne Miliar. 

(1) Nazari us, in Panegyric Constantini cap* 26. 

(3) lncertus, in Paneg. ejttsckm cap % 11. 



LIBRO QUINTO 1G7 

molto iv tqvtu vi'x.01 (in questo vincerai), udì ripe-^ 5 ^ 5 
tersi eguali parole da uua voce gridata dall' alto; e lo !?°P? 
stesso portento e videro ed udirono quanti aveva egli 
vicini (1). Scosso a tanto prodigio ripudiò i falsi iddii, 
ed inalberato il labaro che era uno stendardo sopra 
il quale era di maniera preziosa dipinta una croce, in- 
vocò il vero Dio. ed avviossi velocemente alla volta di 
Roma. Giunto a nove miglia da quella città, scovrì l'ar- 
mata nemica, comandata da Massenzio in persona, che 
preparata a battaglia lo aspettava 3 le diede addosso 
di tutto impeto, e dopo faticoso contrasto la ruppe, 
la sconfisse e spinse lo stesso Massenzio ad affogarsi 
ne' gorghi del Tevere. Entrato poscia in Roma f dopo 
aver fatto massacrare ogni congiunto di Massenzio ed 
i principali suoi aderenti, pubblicò un decreto di ge- 
nerale perdono: si presentò al senato promettendo a 
quell'ordine augusto la dignità antica: sciolse il corpo 
pericoloso delle guardie pretoriane: continuò ad esigere 
dalle provincie e singolarmente dagli ottimati i gra- 
vosi tributi del suo antecessore (2), i quali poi dimi- 
nuì di un quarto 1' anno vigesimo quinto del suo im- 
pero (3). Pubblicò alcune leggi le quali si leggono 
ancora nella collezione Teodosiaua; per mezzo di quelle 
ha raccomandati i principii generali della giustizia e 
del buon ordine, indi si è spinto contro le soperchierie 
dei potenti; ha ordinato semplicità e sollecitudine nelle 



(1) Eusebius, Histor. Ecclesiast. lib. g cap. 9. Sozomenus, 
lib. 1 cap. 4 pag> 269, edit. Basileae. 

(a) Nazari us, Panegyr. vet. 9, 35. — Zoziinus, lib* 1 p- i5. 
— Corfex Theodos. Ut. a. ««r Memorie della Accademia delle 
iscrizioni, tom. 1$ f. 726. 

(3) Eusebius, in vita Constantini, lib. 4 cap. 2 * 



168 LIBRO QUINTO 

-azioni del foro, ha soccorsi i pupilli e le vedove (i), 
J?°5? ed ha raccomandata la pubblica costumanza, forse au- 
cora con troppo rigore (2). 

Le leggi però, per le quali maggiormente Costantino 

^ nno si distinse, sono le pubblicate a favor de' cristiaui. Il 

cui. , # f 

primo editto da lui emanato in tale rapporto lo pub- 
blicò in Milano Tanno trecento dodici , e per quello 
non faceva che ordinarne tolleranza (3), libera conce^ 
dendo a chiunque ¥ osservanza di ogni culto. Signifi- 
cossi poscia per mezzo di altre costituzioni manifesto 

Anno protettore dei cristiani (4), e decretò finalmente la di- 

** 2 "' struzione dei simulacri del paganesimo. 

§ 1-7. Mentre Costantino emanava quegli editti una 
schifosa malattia tolse di vita Galerio. E Licinio guer- 
reggiando Massimino lo ributtò con valore, lo percosse 
in più battaglie e così fortemente lo soperchiò, che lo 
addusse a disperazione ed a tranguggiar il veleno (5). 
Morti di tale maniera que'duo imperanti, Costantino e 
Licinio rimasero soli superstiti di tanti contemporanei 
p Augusti. Quelli, già più per idee politiche che non 
per ischiettezza d'animo, conservarono per alcuni anni 
scambievole amicizia, occuparono unitamente il conso- 



(1) Cod. Thepdos. , TV/, de Alimentis , lib. 2. — et de Jtfq- 
terni s bonis, lib* 1. 

(1) Possono sembrare troppo rigorose le leggi di Costantino, 
Cod. Theod. Lex unica de mulicre quae seivit. — Cod. Justi* 
nian. Lex de Concubm. 

(5) Editto conservato da Lattanzio e da Eusebio, e fra gli 
altri rapportato per intero da Fleury, Slor. EccL lib. 9 § 46. 

(4) Cod. Theod., lib. 1 de Fcriis. -*- Eusebms, in vita Con* 
stantini cap. 35. — Socrates, lib. 1 cap. 18. *-* Sozomenus, 
lib- 1 cap. 5. 

(5) Socrates, In HisLovia Tripartita, pag* oZo, edit. Basii. ib'iS. 



LIBRO QUINTO 169 

Iato, convennero insieme in Milano, dove pubblicarono m^^^ 
alcune leggi in reciproco nome; anzi sposata Licinio ^°P? 

Il 1* SI • 1 

una sorella di Costantino, speravasi dovesse essere in- 
alterabile fra que' due Augusti cognati la ferma pace. 

Ma guerrieri ambedue, diversi di carattere e caldi 
scambievolmente dall' ambizione d'imperar soli, trova- 
rono, fra non molti anni, plausibili cause di sguainare 
con apparente giustizia la spada. La guerra tra loro 
due fu e per terra e per mare feroce: Licinio andò 
percosso in più battaglie , ed alla fine sconfitto pie- 
namente cadde prigioniero dell'Augusto cognato, il 
quale lo accolse figurando clemenza, lo relegò in Tes- 
salonica, ed ivi dalle stesse sue guardie lo fece poscia 
crudelmente uccidere (1). 

Sopravvisse Costantino circa i4 anni alla caduta di 
Licinio, nel decorso dei quali non turbato da rivale 
alcuno tenne da solo l'impero, e lo governò da ottimo 
principe per alcun anno, ma declinò procedendo: ed 
il sangue che egli sparse di Crispo valoroso e saggio 
suo figlio , di Fausta sua moglie e di moltissimi dei 
più distinti suoi cortegiaui (2), bruttò d'assai la sua * 
gloria, ed ha dato a dubitare della sua pietà. Fiacco 
di Roma trasportò la sede dell' impero da quella me- 
tropoli a Treveri, da Treveri a Milauo, indi ad Aquir 
leia, a Sirmio, a Naisso , a Tessalouica e finalmente a 
Costantinopoli, città magnifica che egli fece erigere 
sulla estremità orientale del Bosforo Tracio, compren- 
dendo fra i nuovi bastioni le mura dell'antico Bisanzio, 



(1) Aurelius Victor, pag. 271. 

(2) Eutropius, pag. 271 ha scritto di Costantino che uccise 
Crispo il figlio, egregium vivwn, max uxorem, post numera? 
sos amico 5. 



170 * LIBRO QUINTO 

•dove con fretta intempestiva fece egli costruire 



°P° lazzi magnifici e templi e teatri e terme e quanto 
si può immaginar di più splendido; angariando per 
quelle spese enormi lo Stato, e spogliando singolar- 
mente r Italia, non solo dei vantaggi e dell' onor della 
corte , ma di quanto aucora aveva di più pregiato. 
Presso all'occaso del suo vivere creò Cesari i superstiti 
Anno suoi figliuoli Costantino il giovine, Costanzo e Costante, 
J0D# ai quali divise l'impero; ed anzi di spirare la vita, 
fattosi battezzare, primo di tutti gì' imperatori morì 
Cristiano. 

§ 18. Quantunque ai tempi di quell'imperatore vi- 
vessero illustri ingegni, fra i quali basta ricordare 
Eusebio da Cesarea; pure tanto erano allora e le in- 
dustrie e le arti in decadenza, che i Romani avendo 
voluto erigere un arco trionfale a Costantino, non sep- 
pero trovare chi valesse a scolpirne con qualche grazia 
gli esterni lavori: perlocchè spogliato l'arco di Traiano, 
confondendo scioccamente ed i tempi e le figure e le 
azioni, ne trasportarono le statue sopra quello di Co- 
stantino , riempiendone i vacui con le più goffe scul- 
ture (i). Il poema in versi acrostici scritto in lode di 
Costantino da Publio Ottaziano Porfirio, e nel passato 
secolo restituito a nuova luce per opera di Velsere, 
per le tante laboriose bagatelle di che ridonda, di- 
mostra quanta fosse a que' tempi la decadenza dei 
buoni studi. 

§ 19. La religione cristiana insegnata in sulle pri- 
me in questa provincia dal vescovo evangelico s. Ana- 



(1) Montfaucon, Anùquìlt Expìiqudc , toni. £ f. 271. - 
Gibbon, Storia della Decadenza ecc. cap. i£ toni. 5 f. i33. 



MHKO QUINTO t 7 i 

talone, propagata poscia per opera dei quattro santi 55 ^^ 
vescovi di Brescia Clateo, Viatore, Latino ed Apollo- f?°5$ 
nio; religione raccomandata alle genti e per la santità 
della dottrina e per le virtù morali di quelli che la 
professavano; coronata finalmente dalle palme di mol- 
tissimi martiri andava ogni giorno vie più diffonden- 
dosi. Pure finche era Costantino e da Licinio non pub- 
blicossi in Milano l'editto di tolleranza, era al con- 
fronto della pagana assai povera di proseliti. La gelosia 
de' sacerdoti idolatri e la mannaia de' persecutori non 
permettevano ai nuovi fedeli di manifestarsi pubbli- 
camente; quindi sempre sospettando sciagure, racco- 
glievansi secretamente in qualche tacito recesso della 
foresta, o in qualche stanza appartata e recondita di 
alcun cristiano (1), ed ivi recitavano le sacre salmodie, 
e sopra altari per ordinario portatili celebravano i 
santi misteri. Pubblicato 1' editto di tolleranza, crebbe 
a meraviglia il numero de' cristiani, perchè i sacri mi- 
nistri potevano insegnare la santa dottrina liberamente, 
e perchè non più alcuna paura ratteneva le genti dal 
professare il cristianesimo. 

Dopo la morte di s. Apollonio, essendo ancora assai 
tenue in Brescia il numero de' fedeli, non credette op- 
portuno la chiesa pel decorso di circa due secoli, di 
più raccomandare questa città ad alcun vescovo suo 
particolare, ma per quel frattempo affidò i cristiani di 
Brescia alle cure dei vescovi di Milano (2), che furono 
i santi Calimerio, Mona, Mirocle, Protasio e Materno. 

(1) Veggasi sopra tale materia la bella opera del padre Yi- 
cenzo Domenico Fassini , dell'ordine de' Predicatori , pubbli- 
cata anonima in Venezia Y ann. 1770, dal tipografo Dprigoni, 
col titolo: De Priscorum Chri stiano rum Synaxibus* 

(2) G radon icus, Brixia Sacra, pag. ?.5. 



172 LIBRO QUINTO 

Alcuni autori ecclesiastici assai male appoggiati han- 
J?°5f uo lasciato scritto (i), che i santi Antigio ed Evasio 
fossero vescovi, e che l'uno dopo l'altro abbiano ia 
quel!' intervallo occupata in Brescia la cattedra episco- 
pale. E inutile di quella fanfaluca ogni confutazione, 
perchè con saggia critica già ribattuta pienamente dal 
Gagliardi e dal Gradenigo (2). ^ 

§ 20. Nel tratto dell'epoca percorsa in questo libro 
veuue relegato in Brescia un prelato di Africa , che 
era Ceciliano vescovo di Cartagine, famosissimo per i 
contrasti eh' egli ebbe con gli eretici donatisti (3). Fu 
denunziato artificiosamente da quelli ad un consiglio rac- 
colto in Roma l' anno trecentesimo decimoquarto, pre- 
sieduto dal santo Pontefice Melziade, nel quale venne 
ampiamente giustificato di ogni colpa imputatagli. Pure 
quantunque quel sacro consesso lo avesse riconosciuto 
innocente , non credette essere prudenza il rimetterlo 
tantosto alla punica sua sede, e ciò forse onde evitare 
nuovi clamori. Relegollo per tale motivo in Brescia; 
ma come lasciò scritto Ottato Millevitano (4), non 
fermossi un anno intero in questa città, perchè uditi 
nuovi tumulti promossi in Africa da Donato delle Case 
nere, zelantissimo del candore della evangelica dottri- 
na, fuggissi di Brescia ed alla sua cattedra in Carta- 
gine ritornò. 

(1) Ughellius, Italia Sacra, tom. 4 P a g- 728. — - Faioius , 
Coelurn Brixianum, pag. 19. 

(1) Galeardus, in Notis M$s* ad MartyroL Brix. — Gra- 
donic. Brix» Sac. pag. 23. 

(3) Orzi, Stor. Eccl. Jib. %l. — Fleury, Stor. Eccl. lib. IX e X. 

(4) Oplatus Millevitanus, lib. 1. — r Fleury, Jib. X § X. — 
Muratori, Annali, tom. 4 f« 34, ediz. di Siena. 



LIBRO SESTO 



T ' 

i. JLj Au 



§ i. JLi Augusto Costantino morendo aveva lasciati 



successori all' impero i tre superstiti suoi figli Costan- Dopo 
tino il giovane j detto ancora Annibaliano, Costanzo e anno* 
Costante; il primo de' quali ebbe iu parte tutto il paese 336. 
soggetto ai Romani ad Occidente dell'Alpi; Costanzo 
quello d'Oriente; e l'Italia, e l'Illirico e grandi tratti 
dell'Africa erano stati assegnati a Costante- Avrebbe 
quest'ultimo potuto riparare di qualche maniera a quei 
gravissimi danni, che le capricciose novità di Costan- 
tino avevano recato a queste provincie; ma debole di 
mente, come egli era (i), di animo crudo, mal tempe- 
rato a salute e circondato da perfidi (2), sospingeva e 
non ratteneva la decadenza delle cose. Esposta da lui 



(1) Aurei. Victor, pag. 202, tergo, lo dice: prope ad stul- 
tìtiam simplicissimus. 

(2) Euiropius, pag. 271 terg. , così lasciò scritto di Costanzo: 
valetudine impropria, amicis pravioribus, et sine gravi crude* 
litate terribilis* 



i 7 4 LIBRO SESTO 

a mercato l' amministrazione delle provincie, ne aveva 

^°V° affidato il governo a quello che lo aveva compro a 
maggior prezzo, il quale conseguentemente anelava non 
solo di rifarsi della somma sborsata, ma di trarne lar- 
ghi utili angariando i popoli. 

Per alcun tempo que' tre nuovi imperatori si atten- 
nero in iscambievole pace; anzi onde significare al 
pubblico la reciproca loro concordia, solevano tutti e 
tre sottoscrivere unitamente gli editti che andavano 
pubblicando; del che ne assicurano le leggi da quegli 
emanate contro i diffamatori e le spie clandestine (i). 
Ma per cupidigia d' ingrandimento venne rotta ben 
presto quella, quantunque gravosa, tranquillità. Mentre 
Costanzo era perturbato nell'Asia dalle armi persiane > 
e nelle foreste più vicine a Roma andava Costante tra- 
passando i giorni a caccia; Annibaliano, cioè Costantino 
il giovane, seguitato da numerose falangi valicò le Alpi 
occidentali, e discese inaspettato nelle regioni del fra- 
tello Costante. Non iscontrando alcuno che gli si op- 
ponesse, traversò anzi percorrendo che occupando il 
Piemonte ed il Milanese, permettendo al bramoso eser- 
cito ogni licenza; cosicché le sue soldatesche parevano 
piuttosto orde di ladri, di stupratori, di sicari, che 
non regolate falangi. Desolata poscia Brescia ed il 
Bresciano, passò a Verona, indi a Vicenza, a Trivigi, 
e giunto in Friuli si soffermò abbandonandosi alle #oz- 
zoviglie ed ai saccheggi e non curando di tenersi 
guardato. 

I generali dell'imbecille suo fratello Costante, rac- 
colte le truppe che più poterono in tanta urgenza, per 

{\) Cod. Theodos. Iib> 4 de Petition. et Legc 5 de fama sì fi 
libèlli $. 



LIBRO SESTO i 7 5 

le vie dell' Emilia e della Venezia mossero contro ò\ mmmmmam 
lui, gli giunsero addosso quando meno se lo aspettava, °V° 
e sbaragliate le sue milizie lo uccisero (i). Morto quel- anno 
l'usurpatore, Y imperatore Costante ottenne gli omaggi * J * 
da tutto Occidente, e per circa un decennio che l'ebbe 
a governare, non fu perturbato da altre armi che da 
quelle dei Franchi, i quali invasero molte provincie 
delle Gallie, doude furono dai capitani delle schiere 
imperiali respinti (2). 

§ 2. In forza degli enunziati editti riguardanti la 
religione andava ogni giorno sperdendosi il culto de- 
gli idoli, cedendo campo alla propagazione del cristia- 
nesimo: perlocchè cresciuto in Brescia il numero dei 
cristiani, furono nuovamente destinati vescovi partico- 
lari a questa città; e dopo il lungo tratto di circa due 
secoli, ijel decorso de' quali i cristiani di Brescia erano 
stati affidati alle cure dei vescovi di Milano, s. Ursicino 
fu il primo destinato a reggere particolarmente questa 
diocesi. Ma in quegli anni appunto, ne'quali la grazia 
del cielo aveva addotto i potenti a proteggere la re- 
ligione cristiaua, 1' ambizione ed il fanatismo sospinge- 
vano i teologi a guerreggiarla. 

Ario, paroco di una chiesa d'Alessandria, uomo di 
alto ingegno, di profoude dottrine, di regolati costumi, 
ambiva la cattedra sacra di quella città, resa vacante 
per la morte del patriarca Achillèa, e tanto si offese 
al vedersi posposto in quella promozione ad un altro, 
che di quello incominciò ad impugnar le dottrine, a 
tacciare di eretico chiunque lo sosteneva ed a pubbli- 



(1) S. Girolamo nella continuazione della Cronaca d'Ense- 
bio, /'. 792 edit. Feronae. — Sozomenus, lib- 4 cap. 4» 
(•2) Idacius, la Fastis* 



176 LIBRO SESTO 

" M "* MM? care egli invece sentenze eterodosse eontro ai misteri 
pl-ì? della Trinità e della Incarnazione, Insegnò Ario le 
nuove sue dottrine con tanto artificio, con tanto spi- 
rito e con tanta eloquenza , che giunse a sedurre gli 
uomini i più versati, i più venerandi (i), ed a diffon- 
dere per loro mezzo 1' errore per quasi tutta la cri- 
stianità. Onde riparare un tanto disordine si tennero 
più consigli; quelli radunati dai cattolici condannavano 
gli Ariani ^ quelli raceolti dagli Ariani condannavano 
i cattolici (2). Ad uno di que' consigli congregata ia 
Sardica, metropoli della nuova Dacia, intervenne an- 
cora il vescovo di Brescia s. Ursicino, il quale segnonne 
Anno g]j att j ? scr ;vendo: Ursatius ab Italia de Brixìa Epì* 
scopits (3). Presero parte sopra di tali materie gli 
stessi Augusti. Costanzo in Oriente proteggeva gli Aria- 
ni, e Costante nelle nostre regioni sosteneva la fede 
ortodossa. 

§ 3. Mentre tali turbolenze agitavano l'animo dei 
popoli e rendevano dissenzienti fra loro medesimi gli 
imperatori, Magno Magneuzio capitano delle guardie 
rubellò essendo nelle Gallie, e procurata la morte del- 
l' imperator Costante, cinse la porpora (4). Comperatosi 
queir usurpatore il braccio delle soldatesche a prezzo 
d oro ed aggregate alle milizie veterane lunghe schiere 

di Franchi, di Sassoni e di altre genti germaniche* 
Anno # . 00 s - 

35 1. superate le Alpi calò in Italia (5). Arraffiava egli da 

(1) Theodoretus, Hist. lib. 1 cap. \i, apud Tripartii. ^7. ^83. 
— Epiphanius, Jlaeres. 69» — lrenaeus, PhiJaslrius, et alii. 

(1) Sozomeno al e. 5o del lib. 5, ha scritto: che gli Ariani 
si radunarono in decem et amplius Concilila. 

(3) Labbeus, torri. 1 Concilior. pag. 692. 

(4) Aurei. Victor, pag. 101* 

(5) Zonaras, in Annullò* 



LIBRO SESTO i 77 

queste provincie quanto più danaro poteva, e larga- S? ?— —* 
mente alle sue soldatesche lo donava, alle quali avvi- V 0|)0 
vava ancora continuamente lo spirito, concedendo li- 
cenze e saccheggi (1). Sono incalcolabili i danni che 
ebbero a sofferire Brescia e le altre città e provincie 
vicine pel passaggio di Magneiizio e delle indisciplinate 
sue schiere: le quali penetrate poscia nella Venezia, poi 
nel Friuli, e valicate le Alpi Giulie discesero nelT Illiri- 
co, indi nelle Panuonie, dove lungo le sponde del Orava 
Scontrarono l'armata degli Orientali condotta dall'ini-, 
peratore Costauzo. Erano nelle vicinanze di Essek nella 
contea di Walpon, presso al luogo dove il Drava si 
scarica nel Danubio, quando alcune coorti di veterani 
sdegnose di più seguitare Maguenzio Io abbandonarono 
e volontarie si aggiunsero all'esercito di Costanzo; il 
quale colta Y occasione del subitaneo disordine delle 
linee ostili, commise a' suoi capitani di rompere imme- 
diatamente a battaglia. I due eserciti si azzuffarono 
cou iscambievole franchezza e pertinace valore : stettero 
lunghe ore incerte le sorti , ed intanto le schiere del* 
T impero romano cadevano trafitte da ferro fraterno. 

Rotte finalmente e soperchiate le file di Magneuzio ce* à 

. .... Anno 

dettero il campo, sopra il quale oltre i feriti giaceva- 354. 

no cinquanta quattro mila estinti (2). E di tale ma- 
niera le forze del mezzogiorno andavano dilaniandosi 
a vicenda, mentre le orde settentrionali ne sospiravano 
bramosissime la conquista. 



(1) Julianus, OraU 1. 

(1) Sulpicius Severus, Uh* 1 pag* £o5. — . Aurei. Victor, 
pag. loi, così dice dell' esito di quella battaglia: Constantius 
cum Magnenlio apud Mursictm dimicans vìcit. In quo bello , 
pene riunquam amplius, Romanae consumptae snnt vires* 
Vol. I. 12 



i 7 8 LIBRO SESTO 

' Atterrito Magnenzio da tanta sconfitta diedesi rapi- 

li? ^ dissimo alla fuga, e traversato l'Illirico e ripassate le 
Alpi tornò in Italia, nelle alle provincie della quale 
fermossi a raccogliere gli sbandali avanzi del percosso 
esercito, e continuò circa setle mesi ad angariare questi 
miserabili paesi di ogni più aspra maniera, ed a sforzare 
all'armi quanti potevano brandirle; quando paventato 
dal rumore del pubblico scontento, dall'incessante di- 
serzione delle soldatesche ed assai più dall' avvicina- 
mento delle vittoriose milizie di Costanzo , ripassò il 
Cenisio, e disceso nelle Gallie inseguito e percosso nuo- 
vamente dalle schiere ostili, perduta ogni speranza, si 
uccise di propria mano in Lione (i). 

§ 4- La caduta di Magneuzio tornò sulle tempie di 
un uomo solo, cioè dell'Augusto Costanzo, la corona di 
tutto il romano impero; ma minacciato quello ad Oriente 
dai Persiani^ ad Occidente dell'Alpi dagli Alemanni e 
dai Franchi; ed invasi da altre genti larghi tratti della 
Germania e delle Pannanie, credette l'imperatore essere 
necessario nominar Cesare un qualcheduno, onde essere 
per lui soccorso in difendere la nazione perturbata iu 
così discoste regioni; e lo fece elevando a quel grado 
Gallo suo cugino: ma corrispose quegli di sì mala ma- 
niera alle speranze dell'Augusto, che di suo ordine gli 
fu fatta mozzare non molto dopo la testa iu Istria, 
nel castello di Fianone prossimo a Pola (2). Sospinto 
Costanzo dalla necessità di un coadiutore, ed incitato 
dai consigli dell'ottima sua moglie Eusebia, nominò 
Cesare l'altro suo cugino Flavio Giuliano (3). 

(1) Ammianus Marceliiaus, lib- i3 cap. 6. 
(0) Philostrogius, HisU lib, 4 cap. 1. 

(3) Socrates, apud Hislor, Tripartii, pag. 44^» — Hieronjm. 
in Chronic. pag* 801. 



LIBRO SESTO 176 



Quantunque nou avesse Giuliano che tocco appena — 
1' anno vigesimo quinto; e quantunque non foss' egli ^\ ( > 
seguitato che da breve esercito, passalo ciò uon per- 
tanto nelle Gallie onde respingere gl'invasori, tutte io 
breve tempo le liberò^ scacciandone e gli Alemanni ed 
i Franchi, e perseguitandoue le orde fino agli abban- 
donati covigli (1). 

L'Augusto Costanzo soggiornava allora d' ordinario 
in Milano dove teneva splendida corte, la qual cosa 
doveva, senza dubbio, recare non leggiero vantaggio 
ancora ai Bresciani per non essere molto discosti da 
quella metropoli; auzi verso la fine dell'anno trigesimo . 
quinquagesimo settimo onorò Brescia della sua preseu- 557. 
za, quando partitosi da Milano prese le vie per Sir- 
mio, onde ribattere i Quadi, i Sarmati ed altre genti 
barbariche, sopra le quali ebbe esito avventurato. 

§ 5. Intanto il re di Persia Sapore ruppe guerra 
ai Romani, e varcato il Tigri invase la Mesopotamia, 
donde dopo le stragi, le divastazioni, i saccheggi tra- 
dusse in servaggio le misere popolazioni (2). L' impe- 
ratore Costanzo dopo di avere addirizzato contro i 
Persiani alcuni suoi capitani, che ebbero infauste sorti, 
mosse egli stesso con altre schiere nell'Asia, supremo 
comandante le armate romaue in quelle regioni. Arri- 
vato a Cesarea di Cappadocia, ebbe avviso che Giu- 
liano Cesare suo cugino, dopo avere respinti gli inva- 
sori delle Gallie fin oltre il Reno e la Schelda, era 
stato dalle vittoriose sue milizie acclamato Augusto, e A nn0 
sentinne tanto dispetto, che stette in bilico, se avesse 3óo. 

(1) Amrnianus Marc, lìb. 16 cap. n et il — e lo stésso 
Giuliano, Episl. ad Alhenìense<s* 

(1) Ammiaous Marceli. Uh 18 cap. 5. 



1S0 LIBRO SESTO 

a continuare le vie onde ribattere le falangi Persiane 

D°P° o tornare addietro, e tentare di fiaccare le corna al-* 
Y Augusto cugina (i). Consigliato da saggi ministri 
procedette innanzi, e varcato l'Eufrate, al solo incal- 
zare l'esercito contro alle schiere nemiche, le diede a 
tanta paura, che le falangi persiane si scompigliarono 
inorridite e si sbandarono. Liberate Costanzo di quella 
maniera le regioni d' Oriente, ed ivi lasciate gaarni- 
gioui sufficienti per difendere il paese, affrettava il ri- 
torno in Europa, desideroso di sperdere il nuovo Au- 
gusto Giuliano; ma lungo il viaggio cadde infermo, 
e fra la Cilicia e la Cappadocia morì (2). 

§ 6, Intesa Giuliano la morte dell'Augusto rivale, volò 
rapidissimo a Costantinopoli, dove venne accolto Impera- 
tore per unanime cousentimeuto di tutto lo Stato. Tro- 
vatosi allora in piena libertà di operare a piacimento > 
sciolse il freno alle sue idee, e ripudiato il cristiane- 
simo, si diede alla adorazione degli idoli. Queir azione 
percosse l'animo de' cristiani ed allegrò i gentili; per- 
locchè gli uni dipinsero Giuliano a negri colori, a vi- 
vacissimi i secondi (3). Morto egli in battaglia, mentre 

56S° g uerre gs' ava l Persiani, l'esercito proclamò imperatore 
Gioviano uomo di leggiadro aspetto, vivace d'ingegno, 
coltivator delle lettere e cattolico di sentimenti (4), ma 

(1) Ammian., Ub. 20. 

{2) Hieronymus, in Chronic. ad ann. 36 1. 

(3) Gregor. Nazianzeno, Orat. 3 et £. -*- Teodoreto, Sozo- 
meno, Hist. Tripartita, Ub. 6 cap. 29 et 3o pag. 460, che erano 
cristiani, hanno dipinto Giuliano orrendamente. Ammiano 
Marcellino, Ub» 22. Libanio, Orat. 12, perchè idolatri, lo hanno 
descritto virtuosissimo. 

(4) Jovianus . . . . juit insigni* corpore , laetus ingenio, //- 
terarum studiosi**. Eutropius, Uh* X pag. 273, tergo. 



LIBRO SESTO iffi 

jion tenne quegli l'impero otto mesi interi, che tor- ^—^ g 
naudo dall'Asia colto da apoplessia lungo il viaggio *?°P? 
morì. Valentiniano fu dalle milizie promosso alla por- 
pora in sua vece; nato era egli di basso lignaggio, 
ma per gli onorevolmente sdebitati impegni, moltissima 
al pubblico raccomandato. Persuaso di nou poter reg- 
gere da solo un impero, al quale le piagge dell' au- 
rora e quelle dell' occaso segnavano appena i confini, 
dichiarò suo collega il fratello Valente, a lui cedendo 
il governo de'paesi orientali, e quello degli occidentali 
a se riserbando. Pervenuto dall' Asia in Europa sog- 
giornò di sovente nelle città dell'alta Italia, siccome ne 
lo assicura la data delle leggi da lui emanate da Àqui- 
leia, da Verona, da Milano, da Luzzara (i). Gli scrii* 
tori di que* - tempi descrivono quell'imperatore quasi 
lo fosse più di nome che d'opere, e le provincie si que- 
relarono di lui per le eccessive imposte e per le dure 
maniere onde le faceva esigere (2). Mancò Valentiniauo Anno 
di vita dopo dodici anni d' impero , mentre Valente ^p. 
dominava le regioni romane d' Oriente, e Graziano A u» 
gusto reggeva quelle ad occaso dell'Alpi. Valentiniauo 
secondo figlio del morto, quantunque ancor pargoletto, 
fu acclamato egli ancora Augusto, e raccomandato àU 
Y assistenza di Graziano. 

§ 7. Gli Unni allora usciti dalle costiere settentrio» 
nali del Caspio (3), varcati il Tanai ed il Volga, scac- 
ciarono gli Alani dalle sponde di que' fiumi , indi si 



(l) Gottofredus, Chronologia Codici.* Theodos. 

(1) Ammian. Marceli., lib- q6 cap. 5. — Zozimus, lib. $ 
cap. 5. 

(3) Jordanus, De Rebus Geticis, cap. 07. — Ammian» Mar- 
celi., lib. 3i cap. 7. 



Anno 
3 77 . 



18* LIBRO SESTO 

- ' ■ ' ' diedero a guerreggiare i Goti, e gli costrinsero ad ab* 
9°P° baudouare la patria ed a cercare stanza altrove. Molte 
migliaia di que' sbandati furono dagli imperatori ar- 
ruolati negli eserciti , ad altri molti furono accordate 
campagne da coltivarsi nella Mesia e nella Tracia e 
molte altre migliaia furono accolte in Italia, e commiste 
agli antichi coloni nelle provincie di Parma, di Modena 
e di Reggio (1). E così lo scarso accorgimento, la de* 
bolezza, o forse ancora la necessaria politica la pietà 
dei potenti, diffondevano a larga mano la barbarie per 
le concusse provincie della miseranda Italia. 

Le tribù gotiche rimaste al di là del Danubio, 
avuto avviso dell' ospitale accoglimento dato dai Ro- 
mani ai loro consorti , inviarono una Deputazione a 
Valente Augusto, supplicando egual favore; ma indi- 
gnate per la negativa avutane, si collegarono coi Mar- 
comanni , coi Quadi , cogli Alani , coi Sarmati e eoa 
altre nomade popolazioni vicine; e, rotti i confini, di- 
scesero armate nelle regioni soggette all'impero menan- 
do per ogni dove stragi, devastazioni > saccheggi. San 
Girolamo scrittore coltissimo e contemporaneo ne ha 
lasciata una viva descrizione di quegli orrori (2), ch'io 
lascio ommessa onde non destar raccapriccio. Non istet- 
tero frattanto gli Augusti con le mani a cintola; bat- 
tagliarono più volte quelle orde formidabili in vari e 
disparati punti, più volte gli percossero; ma più volte 
ancora soverchiati dal numero cedettero le palme. 

Brescia in quegli anni venne per qualche tratto ono- 
rata del soggiorno dell'Augusto Graziano, il quale bra- 
moso di essere prossimo alle difese dell'Alpi minacciate 

(1) Muratori, Aunal. tom. 1 f. ^\i e 4*3. 

(2) Hieronymus, in Bpitaph* Nepotiani, ad Hcliodotum* 



LIBRO SESTO i83 

dai barbari, tenne per alcun tempo le stanze in que- : t - ff? 

6ta città, trascorrendo però in frattanto od a Verona P u 5? 
od a Padova od a Milano, come ne accertano le d„te armo 
di alcune leggi che egli ha emanato (i). L'anno se- 2 * 
guente fu costretto a ritornar nelle Gallie, onde respi- 
gnere un ribelle detto Massimo, il quale aveva ivi 
sommosse molte provincie e cinta la corona. L'infelice 
Graziano percosso prima da Massimo in battaglia, fa 
poscia dato a morte dai sicari di quel fellone. 

§ 8. Usurpato Massimo di quella mauiera il domi- 
nio delle Gallie, ansioso di più ampio stato, forte delle 
prime sue schiere e di quelle falangi che avevano ac- 
compagnato il morto Graziano, valicò le Alpi e ruppe 
in Italia. Spaurito da quel tratto il giovinetto Yaleu- 
tiniano II, stretto il grembiale della mamma l'impe- 
ratrice Giustina, fuggì a Costantinopoli a supplicare 
da Teodosio soccorso, e non lo fece invano. Ma 
intanto che Teodosio stavasi raccogliendo Tarmata, 
onde condurla in Italia contro di Massimo, questi di 
quasi tutta l'Italia s' impadronì; e per lo irrompimento 
di quel fellone andò certamente soggetta la provincia di 
Brescia e le altre sue vicine a danni gravissimi: avendo 
scritto un autore di q uè' tempi (2), che Massimo lasciò 
impresse in questi paesi alta vulnera, profonde piaghe. 

Quando Teodosio pervenne in soccorso di Valenti- 
niauo li contro di Massimo, questo usurpatore era già 
penetrato nelle Pannonie; ivi egli attaccollo da prima 
sulle sponde del Savo, dove gagliardamente lo batta- 
gliò; poco dopo lo assalì nuovamente lunghesso il Drava 



(1) Gotlofredus, Chronolog. Cod. Theodos. 

(2) Pacatus, in Pancgyr. Theodosii, cap. i^. 



1-84 LII] R0 SESTO 

___j. ^ u' ebbe una seconda vittoria; lo percosse una terza 

P°JJ? volta in Istria; e finalmente sulle rive del Natizone , 

poco discosto da dividale del Friuli pienamente lo 

sbaragliò, ed avutolo prigioniero consegnollo ad uu 

consiglio militare, che sentenziatolo, lo fece appendere 
Anno J i u • / \ 

588. P er man " e ' - 0,a V 1 )* 

Ricuperalo di tale maniera l'impero d'Occidente, 

concesso Teodosio un generale perdono a chiunque 
avesse prestato consiglio o mano a Massimo, restituì 
al giovanetto Valentiniano ogni primiero suo paese, 
non cercando pure un sesterzio in compenso delle spese 
e delle fatiche militari, che aveva per lui sostenu-. 
te (2). Teodosio è detto il Grande; ma pel valore, per 
la generosità, per la clemenza, onde si è distinto in 
quel!' occasione, giustamente un tale titolo si meritò. 

§ 9. Ritornato Teodosio a Costantinopoli, l' imberbe 
imperatore Valentiniano II condotto a piacimento dal? 
1' ambiziosa sua madre Giustina, la quale aveva l'ani- 
mo guasto dall'eresia degli Ariani, mentre soggiornava 
in Milano venne da lei persuaso a pubblicare un editto 
favorevole a quegli eretici. Giustina fece chiamare il 
segretario di stato, perchè avesse ad estendere quel? 
l'empio decreto. Quel segretario aveva nome Benevolo, 
era nativo di Brescia, nella quale città era stato edu- 
cato da san Pilastro ed era condiscepolo ed amico di 
san Gaudenzio. Appena Benevolo udissi ordinato di 
scrivere 1' enunciato decreto, che adduceudo a motivo 
i sentimenti ortodossi ch'egli nudriva, si rifiutò d'ob- 
bedire. Tentò Giustina di vincerlo promettendogli pre* 

(1) Philostrogius , lib. 20 cap. 8. — Socrates, apud liistor. 
Trip art. pag. 565. 

(2) Muratori, Annal. f. 457 e seg. tom. 2. 



LIBIIO SESTO i85 

fn\ ò protezioni, avanzamenti, frammischiando scaltra— ' ' 
alle lusinghe ancora qualche minaccia; ma nulla valse ^°P° 
a vincere quel bresciano veramente cattolico. Scintasi anno 
Benevolo la fascia, che era il distintivo del suo grado 38o,, 
( X^P^X^VP ) l a rese a l' a imperatrice , e piuttosto che 
declinare dal retto, rinunziò l'alto impiego e tornò in 
Brescia a vivere tranquilla la vita (i). 

Non fu il ritorno di Benevolo in Brescia muto al- 
l' onor della patria ed al bene di tutta la Chiesa; per- 
chè il vescovo s. Gaudenzio, il quale governava allora 
quest'ampia diocesi, prelato quanto per genio e per 
meriti distintissimo, altrettanto sdegnoso di onoranze 
terrene, e schifo di esporre alla pubblica luce i suoi 
scritti, venne pei saggi e ripetuti eccitamenti dell'ami- 
co Benevolo, dopo molte ripulse, alla fine sospinto a 
raccogliere, rivedere e pubblicare i suoi sacri Sermor 
ni ('i). Cosa che non avrebbe egli operato ^ se noq 
avesse avuto queir amico al fianco. 

§ io. Morta l'imperatrice Giustina, ed alla fine li- 
berato il giovine Valentiniano dai mali consigli di lei, 
diede saggi non pochi della bellezza dei suo animo, 
sicché meritossi gli encomi dello stesso s. Ambrogio (3), 
ma pon ebbe che brevissima vita, perchè Abrogaste 
suo generale insospettito che Valentiniano andasse me- 
ditando la sua perdita, lo fece una notte strangolare 

da' suoi sicari. Poco dopo mancò di vita ancora Teo- A 

\ Anno, 

dosio il grande, dopo di avere a' suoi figli Arcadio ed 092* 



(1) Rufinus, Hlst. EccL lib* 1 cap. 16, apud Bist. TriparL 
pag. a5i. — 8. Gaudentius, in Praefal. ad Benivolum. — 
Fleury, Stor. EccL Uà. 18 § 43. 

(9.) Gradonicus, Brix. Sacr. pag. 5t et seq. 

(3) S. Ambrosius, In Grationt De Obiiu Val aiti ni ani, 



i86 LIBRO SESTO 

fi ~~ Onorio diviso l'impero; ma poiché non aveva né l'uno, 
*?°P? uè l'altro di que' duo ereditato il genio paterno, tra- 
collarono ben presto le pubbliche sorti. 

Areadio imperava in Oriente, ed un malo ministro 
dietro all'altro traevalo ad opere indegne, e sopra tutti 
la pessima sua moglie Eudossia, che il dominava a 
piacimento. Suo fratello Onorio governava l'Occidente, 
La data di alcune leggi della raccolta Teodosiana as- 
sicura (i), che queir imperatore negli anni 3g5, 3gg 
e 4 00 tenne per alcun tempo le stanze in Brescia, 
perchè pubblicolle essendo in questa città. 

Le tribù Gotiche occidentali promossero allora al 
trono il formidabile Alarico, e guidate da lui e bra- 
mose di plaghe migliori, dopo di avere invaso tutto 
l'Illirico, superate le Alpi Gamiche e Giulie, calarono 
armate in Italia. S. Paolino vescovo di Nola, scrittore 
coetaneo, ha descritto lo sbigottimento, oude furono 
allora comprese queste misere provincie (2); ma non 
giunse allora in Brescia che la paura dei Goti, per- 
chè in quella prima irruzione non varcarono il fiume 
Piave, e si trattennero a devastar il Friuli. 

L' imperatore Onorio aveva allora fortunatamente ai 
fianchi SUI icone, saggio e valoroso ministro procurato- 
Anno gli dal defunto Augusto suo padre. Era Stilicene un 
tale, che Alarico, quantunque barbaro, rispettavane i 
talenti, e paventa vane il valore, sicché ad onta del^ 
l'ansia che traevalo ad invadere l'Italia, penetratone 
poco oltre i primi aditi, non osò più innanzi proce- 
dere, ne affrontare Stilicone, senza il braccio d' uà 
alleato. 

(1) Gottofredus, Chronolog. Codici* Thcod, 
(•2) Paulinus, tfolanus, Episc. Natal. 8. 



Lir>!U) SFSTO ,R 7 

<5 li. Collegossi egli pertanto eon Radagasso re de- 555 ^ 5 ^ 
gli Unni, ovvero di que' Goti che abitavano la Scizia, ^°P° 
nomo intraprendente , fiero e bramosissimo di spoglie. 
Come hanno scritto Paolo Orosio, ed il conte Marcel* 
lino, Rad agasso conduceva ducento e più mila arma- 
ti (1); raddoppialamente li computa lo storico Zozi- 
ino (2); ed è facile che sì gli uni che l'altro abbiano 
scritto il vero, considerando l'usanza degli Sciti, i quali 
invadendo traevansi dietro le intere famiglie. Orosio e / 5 
Marcellino per questo ne avranno forse trasmesso il 
numero dei soli adatti all' armi, e Zozimo del corpo 
intero. • 

Radagasso, lasciatosi addietro il prode e cauto re 
Alarico, ruppe jn Italia seguitato da quelle orde im- 
mense avidissime di sangue e di rapine. Lo scompiglio, 
lo spavento , la fuga delle popolazioni precedevano 
quelle ciurme formidatissime; la strage, il saccheggio, 
1' incendio, la desolazione le accompagnavano. Né la 
miseranda provincia di Brescia andò allora illesa da 
quel turbine immenso che andava desolando le altre 
sue vicine (3). Il trepidante imperatore Onorio fuggito 
da Milano erasi ritirato a Ravenna, dove il mare por- 
gevagli spazioso il campo onde proseguire la fuga. 
Radagasso, varcato con le sue genti il Po e superate 
le giogaie dell'Appennino, discorreva le pendici della 
Toscana ; ed il capitano Stilicone conducendo le ar- 



(1) Orosius, Uh. 7 cap. 57. — Marcellinus ComeSj in Chron. 

(2) Zjozimus, lib. V cap. 25. 

(5) Nec a tanto fatorum turbine Brixianorum tellu* evasit. 
Malvetius, Histor. Brix., DistincU 4 cap. 5 pag. i34 dell'an- 
tico esemplare Mss. eh' io tengo. 



188 LIBRO SESTO, 

; mate imperiali, seguitavalo cautamente ai fianchi, 
*?°P? aspettando la favorevole circostanza per attaccarlo, 
anno Quando nelle vicinanze di Fiesole lo circondò, chiuse 
^ • i passaggi di quelle montagne, fermò i trasporti dei 
viveri, costrinse le sue genti a brancolare di debolezza 
e di fame; poi spintegli addosso le legioni, lo sbara* 
gliò, lo conquise (i), ed avuto lui stesso fra le mani,, 
gli fece mozzare la testa. Liberate di tale maniera le 
provincie d'Italia da quelle orde tremende, dopo rese 
all'Altissimo le debite grazie, sciolsero festevoli cantici 
di gioia (2). Roma dedicò un arco di trionfo ad Ono- 
rio ed Arcadio, ed al pargoletto suo figlio Teodosio li, 
come fossero eglino stati i prodi nella giornata di 
Fiesole (3); e dietro miglior consiglio il prefetto Fla- 
vio Pissidio Romolo fece erigere una statua a Stilicone. 
Ma troppo di sovente si manifesta 

k » ..... . . . l'alterna 

» Onnipotenza delle umane sorti (4). 

Stilicone , lo scelto da Teodosio il grande ad essere 
primo ministro e capitano delle armate del giovine 
suo figlio Onorio; Stilicone, il debellatore di Radagasso 
e delle formidabili sue falangi; quegli che dal prefetto 
di Roma era stato onorato di unq. pubblica statua ; 
Stilicone, il liberator dell'Italia; invidiato 'dagli emuli 

(1) Prosperi Aquitanici, Chromcon ad ann- io%; edit. inter 
opera s. Hieronymi tom. Vili pari* 1 pag. 582 edit* fallar sii. 

(a) Paulinus a Nola, Poemat. XIII ediL a Murator. iom. 1 
Anecdot. Latin* 

(5) Inscriptiones apud Gruterum, pag* 287 «. 1 et pag. 4i% 
ti. 4. 

(4) Foscolo, Carme de Sepolcri, 



LIBRO SESTO 189 

e singolarmente dal senatore Olimpio, venne rappre- ^ mmmmmm ^ 
Senta to all' imperatore Onorio qual secreto confidente *?°P° 
del re de' Goti Alarico , e qual cospirante la morte 
del pargoletto Teodosio II, onde collocare sul trono 
d' Oriente un suo figlio. Perlocchè vinto Onorio da 
sospetto, senza permettere a quel prode alcuna difesa, 
decretò la sua morte, la confisca de' suoi averi e la 
demolizione di ogui suo monumento d'onore (1). 

§ 12. Di così mala opera non l'attenne a lungo le 
sue vendette il cielo! Sapeva benissimo Alarico di che 
vii tempera fossero Onorio ed i suoi ministri; quel goto 
vantavasi creditore di una grossa somma verso l'impero 
romano, e finché Stilicone ebbe vita, non ne domandò 
il pagamento che usando dolci maniere, perchè paven- 
tava il braccio di quel valoroso; ma udita appena la 
sua morte, cambiò favella. Era Alarico allora nelle 
prossime regioni del INorico, della Carnia e della Sti- 
ria; di là scrisse in Pannonia ad Ataulfo suo cognato, 
a lui commettendo di raccogliere iu fretta quanti Unni 
e Goti potesse abili alTarmi, indi ripetuta ad Onorio 
in tuono minaccevole la domanda del preteso credito, 
non aspettando gli ausiliari commessi ad Ataulfo va- 
licò le Alpi, e 

« Terror d'Ausonia e del Tarpeo discese (n). 

penetrato in Italia non passò Alarico città paese 
senza darlo a sacco. Attraversato il Friuli, il Trivi- 
giano, i distretti di Padova, di Vicenza, di Verona, di 
Brescia, passò il Po a Cremona, indi per le vie di 



(1) Orosius, Hb. 7 cap. 38. — Zozimus, Uh. 5 cap. 5$1 
(i) Frugoni. 



igo LIBRO SESTO 

'"'""""" Bologna giunse a Rimini e finalmente ne' sobborghi di 
Dopo R oma . strinse quella immensa metropoli d'assedio met- 
tendo un giuro di non ritirarsi egli mai, anzi di averne 
tutto l'oro, l'argento, le suppellettili, e quauto avessero 
di prezioso i Romani. 

Dietro consiglio del senato gli si avviarono alcuni 
messaggeri, per mezzo dei quali si convenne, che Alarico 
avrebbe sciolto l'assedio (i), purché gli fossero date cin- 
que mila libbre d'oro, trentamila d'argento, quattromila 
giubbe di seta, tremila pelli tinte in grana e tremila 
libbre di pepe, oltre un buon numero de'figli della più 
distinta nobiltà in ostaggio, finché Onorio non avesse 
sottoscritta la convenzione e promesso di pagargli un 
annuo tributo. Dati gli ostaggi e supplito ai patti od al 
compenso dei medesimi, ove non era possibile con oggetti 
reali, sciolse Alarico l'assedio e ritirossi, senza però 
uscire d'Italia; perchè Onorio andava protraendo la 
soscrizione, sdegnando di promettere tributo ai Goti* 

§ i3. Intanto Ataulfo il cognato di Alarico, segui- 
tato da lunghissime file di Unni e di Goti, discese egli 
ancora in Italia, seguitando le vie precorse da Alarico 
e ripetendo le medesime desolazioni \ e perciò la pro- 
vincia bresciana pochi mesi dopo la desolazione avuta 
dalle masnade di Alarico, ne ebbe una secouda da 
quelle di Ataulfo, il quale, passato il Po, andò a con- 
giungere le sue armi a quelle del cognato. Fatto bal- 
danzoso Alarico pei ricevuti rinforzi, e stomacato dalle 
lunghe irresolutezze di Onorio, nuovamente tornò a 
Anno Roma e nuovamente la strinse di assedio. Resistettero 
4°9- francamente per lunghi mesi i Romani, superati alla 



(i) Zozimus, Uh. 5 trip, 4u 



LIBRO SESTO - «41 

fine più dalla fame, che uon dalle industrie e dalle 551555 ^ 
forze nemiche, furono costretti a cedere. 3>°^? 

Era la notte seguente al dì vigesimo quarto d ago- anno 
sto dell'anno quattrocentesimo nono, quando Alarico, *°9* 
primo d' ogni altro conquistatore, entrò vittorioso iu 
Roma, iutatta fino a quel punto da piede nemico. Co- 
nobbero allora ed Onorio ed i vili suoi cortigiani 
quanto danneggi uno stato la perdila di un prode; 
ma Stilicoue non era più. Alarico entrò in Roma fu- 
rente, ne permise alle sue genti per tre giorni interi 
il sacco; la strage di que ? miseri abitanti fu orrenda; 
le violenze usate al bel sesso, vergognosissime; le tor- 
ture date ai doviziosi ed ai nobili, perchè dovessero 
scoprire i tesori, se ne avevano di nascosti, potreb- 
bono quasi paragonarsi a quelle date poscia dalla sa- 
cra Inquisizione in {spagna. Furono ciò non pertanto 
rispettati i luoghi sacri e singolarmente la basilica dei 
santi Apostoli, perchè Alarico, quantunque settatore 
dell'ariauismo, era cristiano, e ne aveva gravemente 
prescritto riverenza. 

Tenne Alarico pel tratto di sei giorni le sue falangi 
in Roma (1): uscitone poscia, percorse le provincie della 
Campania, della Lucania, de ? Bruzii, e giunto alla fine 
a Reggio di Calabria, colto da apoplessia morì (2). Le 
falangi Gotiche allora elessero loro condottiero, ovvero 

re, il cognato del morto Alarico , Ataulfo. Tornolle Anno 
... 4 10, 

quello a Roma a dare il piglio a quanto avessero la- 
sciato addietro pochi mesi innanzi (3), Le ricondusse 
indi nell'alta Italia, dove fra le altre provincie, attra- 



(1) Marcellinus, Comes, in Chronic. apttd Sismundunu, 
(1) ì si dori» s, in HisLor. Golìi, apuà Lahheum* 
(3) Jordan us, Ve Rebus Gelici*, cap. 5x. 



iga LIBRO SESTtf 

~ L versò devastando quella ancora di Brescia; indi mossa 

^°P? all'Alpi, pei sentieri del Geuisio passò nelle Gallie. Per 
la discesa di Ataulfo i Bresciani sofferirono quattro 
volte nel breve spazio di soli quattro anni l'infausto 
passaggio di genti barbare; la prima quando Rada- 
gasso invase la provincia; la seconda quando la desolò 
traversandola con 1' esercito Alarico; la terza quando 
Ataulfo conduceudo soccorsi al re suo cognato la per- 
corse seguitato dalle orde degli Unni e dei Goti, che 
aveva raccolte in Pannouia; la quarta finalmente per 
quest'ultima mossa di Ataulfo. Ma stucco di non ripe- 
tere che tristissime ricordanze , volgo il racconto alla 
parte ecclesiastica di quei tempi ^ che alla patria: 
debb' essere di allegra memoria. 

§ 1 4- Al santo vescovo di Brescia Ursicino, ch'ebbe 
l'onore di essere uno de' padri del consiglio Sardicense, 
agli atti del quale fra Severo di Ravenna e Protasio di 
Milano sottoscrisse di proprio pugno (i), succedette il 
vescovo san Faustino. Alcuni hanno scritto che quél 
santo vescovo fosse un discendente della famiglia dei 
santi martiri Faustino e Giovita (2), ma tale genealo- 
gia è tratta puramente dalla immaginazione. Si è ag- 
giunto ancora che quel santo vescovo abbia scritto le 
vite de' sopraddetti santi martiri e quella di s. Apollo- 
nio, asserzione derisa da scrittori di alto criterio (3). 
San Faustino governò la diocesi di Brescia sin verso 
Vanno 3yy; e dopo di lui venne destinato a dirigerla 



(1) Labbeus, toni. 1 Conciliorum, pag, 692. 

($.) Malvetius, Chronic. Dist. 4 cap. 1. — Fainius, Marly» 
Tòlog. Brix. pag. 19. 

(5) Gagliardi, nelle note all' Italia Sacra, — Gradenigo, 
Brix. Sacr pag. 32. 



LIBRO SESTO i 9 3 

il s. padre Filastro. Cavi nella sua storia letteraria ha """"^ 
Scritto, che s. Filastro fosse nato in Italia; Fiorenti- P°R? 
ni ed Ughelli lo dicouo spaguuolo; altri, studiatone 
il nome e trovatone l'etimologia in Grecia (p/\' dévpif) 
amico degli astri ) il pretendono greco. Egli ebbe cer- 
tamente patria forestiera (i); il luogo però dove egli 
nacque non può togliere od aggiugnere un frullo alle 
virtù della sua mente od a quelle del suo cuore. 

Filastro ebbe dalla natura robustezza di corpo, d'in- 
gegno e d'animo e felicità di favella. Desideroso di 
purgare le nazioni da ógni infezione di paganesimo o 
di eresia, dopo di aver data grave opera agli studi, 
percorse molte nazioni predicando il vangelo e com- 
battendo gli eretici. Fosse egli semplice sacerdote o, 
come altri ha scritto (2), vescovo apostolico, i santi 
vescovi Gaudenzio e Ramperto che hanno pubblicato i 
suoi encomii, non lo accennano. Gli eretici Ariani, che 
di tutti gli altri settari erano in quel secolo i poten- 
tissimi, indispettiti dello zelo di Filastro, avutolo nelle 
mani, gravemente lo percossero. Tutto egli superò im- 
perterrito. Essendo in Milano quando l'imperatrice Giu- 
stina maneggiava a pien talento il pupillo Augusto 
Yalentiniano II, ed all'eretico Aussenzio era riuscito di 
far espellere da quella sede l'ortodosso prelato Dionigi, 
per la difesa e per la propagazione del cristianesimo 
adoperò d'assai. Morto Àusseuzio, e promosso s. Am- 
brogio alla cattedra di quella metropoli, veduta Fila- 
stro la religione di quella città raccomaudata alle 
cure di un tanto uomo, volse altrove le sue fatiche; 



(i) S. Gawdeutius > Semi, de Vita et Obilu s. Philastrii, 
pag. 371. 

(2) Biernmi Stor. Bresc. toni* 1 f* 209. 

Yol. L i3 



ig4 LIBR0 SESTO 

e giunto a Roma, dove erano ancora molti idolatri, vi 
D°P° si trattenne a lungo, esercitando gli uffici di apostolo 
del cristianesimo, e secondo è fama, per commissio- 
ne di papa Damaso, ivi tenne pubblica scuola (i). 
Venne poscia destinato alla cattedra vescovile di Bre- 
scia; ed in questa provincia giovò egli tanto alla pro- 
pagazione del cristianesimo, che s. Gaudenzio con enfasi 
panegirica lo nominò fondatore della chiesa brescia- 
na (2). L'anno 83 1 intervenne al consiglio raccolto iu 
Aquileia, agli atti del quale fu l'ottavo ad apporre la 
sua sottoscrizione. Alcuni cronisti bresciani hanno scrit- 
to, che Filastro sia pure stato uno de' padri del con- 
siglio Niceno (3); ma non lo avrebbero scritto, se aves- 
sero osservato, che Filastro non poteva avere ancora 
la prima lanuggine sul mento, quando il Niceno si ce- 
lebrò (4). Procedeva all'occaso l'anno 385, quando gli 
Ariani del Milanese protetti dalla imperatrice Giustina 
drizzarono le corna, e diedero altissime agitazioni a 
s. Ambrogio. Udite Filastro quelle soperchierie passò 
a Milano, dove prestò la possibile assistenza e conforto 
all' agitato amico. Fu in quell' occasione che s. Ago- 
stino l'ebbe a conoscere, ed a trattare con esso lui, 
di che quel s. Padre ha manifestato la sua compia- 
cenza in una lettera indiritta ad un amico (5). 



(1) Malvetius, Disti net. 4 cap. 3. — Ferrari us, in Catalogo 

Sanctorum Italiae, die 18 Julii, ha scritto: Philaslrius, 

Romae a Damaso papa liberaliter tractatus, publice docuit. 

(p) Gaudentius, Semi, in die suae Otdinat p. 344* 

(3) Malvetius, Dist. 4 cap. 2. — ed altri. 

(4) Veggasi sopra di ciò Gagliardi nelle note Mss. al Mar- 
tirologio bresciano, alla nota 148. 

(5) S. Auguslinus, E pisi, ad Quidvulldcum. 



LIBRO SESTO i 9 5 

Rappattumate di qualche maniera le cose de' cristiani r""""^ ? 
di Milauo, tornò Pilastro a Brescia , ma non ebbe pò- !. I'V 
scia che breve vita; e dietro la comune opinioue, morì 
il giorno 18 luglio dell'anno 38y. Onorato delle pub- 
bliche lagrime venne sepolto nella chiesa di s. Andrea, 
presso le falde del colle Degno; e di quella maniera 
che nella tomba di un prode, insieme cou le sue spo- 
glie se ne occludono le armi, nell'urna del vescovo 
Filastro si chiuse ancora il suo pastorale, e nel coper- 
chio di quella si sculse l'epigrafe: Filastro di beatis- 
sima memoria qui riposa in pace (1). Le reliquie di 
quel santo il dì 9 aprile dell'anno 838 furono dal 
beato Ramperto trasportate da quella chiesa nella ba- 
silica della rotonda, ed ora riposauo in Duomo nuovo, 
nell'Altare della SS. Triuità , ai fianco di quelle di 
s. Apollonio. 

Natale Alessandri, Papebrocchio e Gian Alberto Fa- 
bricio hanno opinato che s. Filastro abbia pubblicata 
una parafrasi dell' epistola di s. Barnaba (2); ed altri 
hanno a lui attribuito aucora il simbolo Atanasiano (3). 
Ma quelle sono semplici supposizioni. La sua opera 
delle Eresie v quantunque non troppo applaudita da 
Cavi, da Labbeo, da Bellarmino e dall' anonimo scrit- 
tore del Dizionario storico degli autori ecclesiastici (4), 



(1) Philastrius beatissimae memo ri ae hi e requiescit in pace* 
Marmo rapportato da Gradenigo, Brix. Sacr. pag. £6. 

(2) Vedasi la Brix. Saar, a f. 49» 

(5) Lo assicura Gagliardi, PraefaL ad Op. s. Gaudentìi 

«. mi; 

(4) Caveus, pag. 176. — Bellarminus, De Scriptoribus Ec» 
desiasi, pag. fiS. — Labbeus, De Script. EccU pag. ai3. — 
e l'Anonimo a c« i45 del toin. 2. 



ig6 LIBRO SESTO 

mammmm ? fa sommamente encomiata dal s. pontefice Gregorio 
P P? Magno (i); e s. Agostino francamente ne assicura, che 
Filastro in quell'opera ha riparato ancora alle lagune 
lasciate dall'ultimo allora scrittore di tali cose s. Epi- 
fanio (2). Di quell' opera erano uscite più edizioni 
dalle tipografie d'Italia ed oltramontane; ma quasi tutte 
e scorrette ed incomplete; e ad onore di questa città 
e dello stesso s. Pilastro, la prima veramente intera , 
nitida, ben corredata di note e per ogni maniera di 
ornamento magnifica, l'anuo 17 3-8 è stata pubblicata in 
Brescia dietro le cure del canonico Gagliardi» 

Passato appena Filastro agli eterni riposi, non venne 
solo dalla università de' fedeli acclamato santo; ma dai 
Bresciani in compagnia de' santi Faustino, Giovita ed 
Apollonio, onorato del titolo di protettore della pro- 
vincia. Dai principii del quinto secolo sino oltre il me- ' 
riggio del nono la chiesa bresciana ha celebrato il 
giorno dell' annua ricordanza di lui con solennità di 
precetto (3); e non manca chi abbia scritto di essere 
slato Filastro onorato dai Bresciani con tale distinzione 
liturgica sino verso la metà del secolo decimo quar- 
to (4). Costumavano a que' tempi gli oratori ecclesia- 
stici e gli stessi vescovi di recitare panegiriche ora- 
zioni ad anore di s. Filastro il giorno annualmente de- 
stinato a festeggiare la memoria di lui; di presente non 
più quasi se ne ode alcuna in tutta la diocesi. L'onore 



(1) Gregorius M. Epist. ad Gregoriutn presbyU et Thcodo- 
rum dine, torri. 1 prcg. 86a. 

(2) Nunc ergo addo quas Philastcr posuit, nec posuit Epi~ 
pjianius- S. Augustinus, De Tlaeresib. cap. 58 tom. 8 pag. 20. 

(3) B. Rampertus, Serm. de TranslaL s. P/iilaslrii, p. 4°9« 

(4) Biemmi, Star* Bresc* tom. 1 /. 217. 



LIBRO SESTO 197 

di aver combattuto vivamente 1' idolatria e le eresie — 

La ceduto il luogo alle virtù claustrali. G C 

§ i5. S. Gaudenzio discepolo ed amico di s. Filaslro 
fu il destinato a succedergli. Era egli bresciano di na- 
scita, e scorreva in quell'occasione pellegrinando l'Orien- 
te onde visitare i luoghi santi. Indirizzarono i Bresciani 
a Gaudeuzio una deputazione munita dei documenti 
della sua elezione, ai quali avevano sottoscritto ancora 
i vescovi circonvicini ed il metropolitano s. Ambro- 
gio (i); e siccome sapevano quanto era egli schifo de- 
gli onori e prevedevano che si sarebbe rifiutato di 
accettare il pastorale offerto, diedero secretamele ai 
messi un decreto minacciante a Gaudenzio alcune ec* 
clesiasticjie censure, con ordine d'intimarglielo, qualora 
il trovassero fermo in rifiutare. Fu necessaria quella 
minaccia per obbligare Gaudenzio ad accettare l'invito^ 
ed allora trepidante gli impegni che veniva ad assu- 
mere, prese le vie per l'Italia. Giunto a Brescia cele- 
brossi la sua consacrazione, alla quale assistette in per- 
sona il metropolitano s. Ambrogio. Ascese la cattedra 
onorato della pubblica compiacenza; e per la santità 
de' suoi costumi, per la purezza della sua dottrina, 
per lo ardore insieme e per la prudenza del suo zelo, 
corrispose ampiamente alle coneette pubbliche speranze. 
L'ariana imperatrice Eudosia perseguitava allora 
s, Giovanni Grisostomo ed espulso lo aveva dalla sede 
patriarcale di Costantinopoli. Le vicende di quel santo 
prelato punsero vivamente all'animo il pontefice Inno- 
cenzo I: perlocchè convocati a Roma i vescovi d'Italia, 
onde avere consiglio, seco loro deliberò d' inviare una 



(i) Gradonicus, Brix, Sacr. pag. bi nota 5. 



198 LIBRO SESTO 

^ m ~ mmm * deputazione all'imperatore Arcadio, perchè in nome 
Dopo della chiesa producesse le difese del sommosso patriar- 
ca. Per quella ambasceria vennero delegati tre vescovi, 
uno de'quali era Gaudenzio di Brescia. Questi era già 
da tempo legato in amicizia col Grisostomo (i) e lieto 
di prestare, se il poteva, soccorso all'agitato amico, 
edotto delle istruzioni opportune, in compagnia dei 
suoi consorti, veleggiò per l'Oriente. Giunta la nave 
che gli trasportava presso Eubea, venne arrestata da 
un tribuno militare, il quale fece tradurre tutti e tre 
que' vescovi in una prigione di Atira, castello di Tra- 
cia. Dopo lunghe e strane vicende que' tre sacri dele- 
gati furono tratti di carcere e rimandati in Italia , 
senza aver potuto presentarsi ad Arcadio. 

Di tale maniera riuscita inutile quella missione (2) 
tornò Gaudenzio a Brescia ad invigilare il suo gregge. 
Qui fece egli erigere una chiesa raccomandata al pa- 
trocinio di san Giovanni Evangelista, la quale per es- 
sere allora ne' sobborghi della città era nominata San 
Giovanni de foris (3); sopra le rovine della quale 
l'anno 1 55 1 si è fabbricata la presente basilica di 
san Giovanni. 

Credo superfluo l'enumerare le molte sacre reliquie 
che da estere regioni furono da quel santo trasportate 
in Brescia; mentre può ognuno facilmente saperlo, leg- 
gendo la vita di quel santo pubblicata, da Gradenigo. 
Dietro gli eccitamenti del suo condiscepolo ed amico 
il soprallodato Benevolo, diede Gaudenzio al pubblico 



(1) Clirysostomus, epist. ad Gaudentium, torri. 3 pag. 703. 
•(3) Palladius, in s. Jo. Chrysost. Vita, cap. 4 pag» i3. Inter 
Opera s. Chrysost. tom. io. 

(?ì) Gradouicus , Bnx\ Sacfr pag, 62 et seq. 



LIBRO SESTO i 9g 

i suol sacri sermoni; di quelli uè rimangono ancora fi ! 
diciassette, de' quali il canonico Gagliardi ha prò- ^ (, [>o 
curata una bellissima edizione., Tillemont che, siccome 
forastiere, non può essere sospetto di alcuna patria te- 
nerezza, ha lasciato scritto che i sermoni di s. Gau- 
denzio abbondano di dottrine, e quantunque dettati con 

semplicità, sono doviziosi di grazie e di eleganze (i). à 
l o o \ / Anno 

Mancò quegli di vita verso l'anno 4 I0 > ed il suo cor- 410. 
pò fu sepolto nella chiesa che ne' sobborghi di Brescia 
aveva egli fatto erigere, cioè in quella di san Giovanni 
Evangelista. 

m 1 1 ■ ■ 1 1 1 ■ ' 1 .. ■ 1 1 ni , „ 

(1) Tillemont, Histoire EccL tom. X/. 586. 



i 1 4 ' H f ^Ogg flH®DH i« Mi" ' 






LIBRO SETTIMO 



§ l. JLxopo essere calato Ataulfo con le falangi — — 
gotiche nella Gallia, andò lentamente calmandosi lo sbi- Dopo 
gottimento delle provincie italiane, e fra non molto si u * ** 
riebbero possibilmente dai passati danneggiamenti. Fu Anno, 
allora buona ventura per l' Italia, che quel principe t 1 ^ 
siasi tratta dietro prigioniera Placidia sorella di Ono» 
rio Augusto, la quale pochi anni dopo diede ad Ataulfo 
la mano di sposa: poiché sospirando ella il bene del 
fratello e degli italiani, tenevali caldamente al marito 
raccomandati. Fu altra ventura per lo stato la scelta 
fatta da Onorio di un prode e fedele capitano degli 
eserciti, che era un certo Costanzo, nato a Naisso, città 
delP Illirico , personaggio per Y alto animo e per le 
molte virtù distintissimo (i). E fu altra ventura ancora 
d^lle provincie italiane un decreto imperiale, pel quale 
Onorio, avuto riguardo alle sciagure ultimamente dft 



(i) Olympiodorus, apud Photium, pag. i83 et igò. 

I 



202 LIBRO SETTIMO 

*-*" "quelle sofferte, tutte per un quadriennio le esentava 
Dono , . . . . . / x 

G. C. " a varie imposizioni (i). 

§ 2. Eragià mancato di vita in Oriente l'imperatore 

Àrcadio, ed in quel solio a lui succeduto Teodosio II; 

e pochi anni dopo finì ancora di vivere in Ravenna 
Anno * . . . 

4^5. ' imperatore Unorio; il quale dopo circa un biennio 

d' impero vacante, ebbe per successore Yalentiuiano III, 
giovinetto di appena sette anni raccomandato alla tu- 
tela di Galla Placidia sua madre. Le provincie italiane 
allora per circa quarant' anni non furono perturbate 
da gravi agitazioni guerriere. Non il medesimo si può 
dire però dello Stato. I Goti, i Borgognoni, i Franchi 
occuparono a que' tempi larghissimi tratti delle Gallie; 
i Pitti e gli Scoti fecero irruzioni nelle Isole Britan- 
niche, I Visigoti, gli Svevi, i Vandali s'impadronirono 
di ampie regioni spagnuole. L' invidia del generale 
Àezio per gli esaltamenti del conte Bonifazio e la cre- 
dulità dell' imperatrice Galla Placidia ai suggerimenti 
(dell' invi do, spogliarono l'impero d'Occidente di quasi 
tutte le soggette provincie africane. E come fosse scritta 
in cielo la dilapidazione degli stati dell'impero d'Oc- 
cidente, quando Yalentiuiano III sposò Licinia Eudosia 
figlia di Teodosio II, invece di ricevere dote dal suo- 
cero, cedette a lui spontaneamente il possesso di tutto 
l'Illirico, come fosse pagamento della accordata figliuo- 
Anno l a ( 2 )- ^ j0Sl P er ' e viltà dell'imperante, per la credu- 
4^7» lità di Placidia, per le gelosie de' capitani si smem- 
brarono dall' impero d' Occidente intere nazioni, e per 
conseguenza si tolsero allo stato altissime forze. In quel 



(i) Muratori, Armali, toni. 5 f. 44* 
(?) Cassiodorus, lìb. i epist. i. 



L1BU0 SETTIMO *o3 

mezzo mancò di vita ancora 1' imperatore cT 0rientéS*5BE 

Teodosio IL cui fu acclamato successore Marciano. ^ () r° 

ce 

(j 3. La nazione degli Unni era numerosissima, rozza 
e feroce. Aveva da prima abitato larghissimi tratti del- 
l' Asia settentrionale pascendo erbe, radici, carni mezzo 
crude, abitando al più. dentro informi baracche, sic- 
come costumano ancor di presente le tribù nomadi 
della Tartaria; fiacca alla fine del cielo inospite ed 
incitata dalla fame, coudotta da Rogila suo re, lasciate 
ai meno intraprendenti fra i suoi consorti le nebbie, 
le nevi e le foreste della Scizia, vestita di pelli ed 
armata il braccio, penetrò in Europa. Fugato chiunque 
dalle costiere del Tanai, del Volga e del INieper, in- 
vase per gran parte la Polonia, tutta la Moldavia, la 
Yalachia, entrò alla fine nella Pannonia da dove met- 
teva spavento agli imperatori d'Oriente e d'Occidente. 
Morto ivi Rogila, i suoi figli Bleda ed Attila gli suc- 
cedettero (i); per alcuni anni que ? due fratelli signo- 
reggiarono unitamente la nazione. Anzi Attila lasciato 
il fratello in Pannonia, essendo egli ansiosissimo di con- 
quiste, ruppe nell' Illirico, nella Tessaglia, nella Tracia, 
desolando ogni cosa dovunque passava (2). Era egli 
arrivato nelle vicinanze di Adrianopoli, quando 1' im- 
peratore d'Oriente inorridito inviogli ambasciatori di pa- 
ce, cui Attila accordò dietro però l'enorme sborso di 
sei mila libbre d'oro e la promessa stipulata di aversi 
a pagare annualmente dall' impero greco a lui altre 
due mila e cento libbre d'oro a titolo di tributo (3). 



(1) Theodoretus, apud Hislor. Tripartii, pag. 607. 
(a) Hisiorìa Miscela, Uh. 14. 

(5) Priscus, Inter Excerpta Lcgationum toni, i Tlistor. />/- 
sanlinae. 



ao4 LIBRO SETTIMO 

gg^g Fatto Attila gonfio per tant' auge e cupido di regnar 
P p P? solo, tornò In Ungheria , dove nelle vicinanze di Bel- 
grado, dato a morte il fratello Bleda, si fece acela* 
mare Monarca di tutta la nazione degli Unni. 

§ 4- L'iinperator d'Occidente Valentiniano III bramoso 
di tenersi amico un principe così formidabile, gli in- 
viò una ambascieria munita di preziosi regali, uno dei 
deputati della quale era lo storico Prisco, che fra le 
altre cose ne ha lasciata una descrizione delle forme e 
del carattere di Attila, che volentieri riporto: Era At- 
tila di testa voluminosa, semi-canuto il crine, raro la 
barba, d'occhi piccioli, irrequieti, imperiosi, schiacciato 
il naso, bruno il volto, largo il petto, basso di statu- 
ra, di portamento altero; la natura lo aveva dato fa- 
cile all'ira, ma facilmente rattemperavasi, quando era 
supplicato a pietà. Abitava le tende alla foresta, faceva 
imbandire laute mense, dormiva brevi sonni, cioncava 
generose bottiglie, e sebbene sulle vesti de' romorosi 
suoi ministri brillassero le gemme e l'oro, egli muto 
al sorriso, parco di parole vestiva bassamente. Grata 
Onoria sorella dell'imperatore Yalentiniano III, per aU 
cune sue amorose sporcizie era stata dal fratello rac- 
comandata a severa custodia; irritata di quella severi* 
tà, addirizzò ad Attila una lettera, nella quale da se 
stessa gli si esibiva in isposa, e lusingavamo di una 
porzione degli stati imperiali , de' quali ella dice vasi 
legittima erede. Piacque ad Attila quella proposta, la 
fece significare a Valentiniano, aggiugnendo che egli la 
accettava, ma quello vi si oppose altamente. Quella ri- 
pulsa irritò Attila sì fattamente, che intimp a quel- 
l'imperatore issofatto la guerra (i). 

(i) Jonlanus, De Regnorum success. 



LIBRO SETTIMO so5 

Oltre le orde immense de' suoi Unni, i quali avevano ! — 
piccoli ma vigorosi cavalli, trattisi dietro e Marcomanni 9°P? 
e Svevi e Quadi e Tureilingi ed Eruli e Gepidi ed 
Ostrogoti, uscì dalla Pannonia, traversò le Germanie, 
dove fra molte altre città, devaslò Augusta (i); poi 
sopra leggiere barchette varcato il Reno, desolò Tre- 
veri, Metz, Troyes, scontrato finalmente nella vasta pia- 
nura di Chalòns sur Marne da Aezio supremo capi- 
tano dell'esercito imperiale , che era seguitato ancora 
da lunghe file di Visigoti, di Franchi, di Sarmati -, 
d'Armoricani, di Borgognoni, di Sassoni, di Luteziani, 
di Ripari, di Ibrioni ed altri (2), ruppe a battaglia. 
Non si è forse mai dato in Europa altro conflitto più 
sanguinoso. Idacio e s. Isidoro assicurano, ehe in quella Anno 



tremenda giornata rimasero trecento mila estinti sul 
campo (3). Inorridito Attila a tanta strage, chiamò a 
raccolta i suoi, lentamente si ritirò dalle Gallie, e tra- 
versata nuovamente la Germania , tornò in Pannonia. 
La battaglia di Chalòns aveva abbattuto quell'animo 
feroce, ma non tolto all' idea di guerreggiare ancora; 
perlocchè riparate in pochi mesi le forze perdute , la 
primavera dell'anno seguente con un esercito di circa 
settecento mila armati pei valichi dell'Alpi Gamiche e 
Giulie scese in Italia (4). 

§ 5. Calate egli le balze de ? monti, devastato Civi- 
dale del Friuli , seguitando le sponde del Natizone 
giunse ad Aquileia. Quella forte e popolosa città ser- 
rogli in faccia le porte e si armò a difesa. Inviperito 



(1) Velserus, Rerum Augustarum, lìb. 8. 

(•2) Jordan Lis, De Re Bus Gè ti ci s, e cip. 3(>. '■ 

(3) ldacìus et s. Isidorus, in Ckronìc* 

(4) Ristorici Miscelici, libi i5 apud Muraior. U 1 Rei: Italie. 



45i. 



2o6 LIBRO SETTIMO 

r Unno di quell'atto la cinse di assedio, la assalse, la 

i; P? eouquistò, la distrusse. Desolò poscia Aitino, Concordia, 

anno Padova, Vicenza, Verona: i superstiti e profughi abi- 

* tanti delle quali città si rifuggiarouo in grosso numero 

nelle isolette di Rialto ^ ove diedero cominciamento a 

Venezia (i). 

Superati Attila l'Adige e '1 Mincio entrò in questa 
provincia. Inorriditi i Bresciani da un' oste così tre- 
menda, altri abbandonarono e focolari e patria, e se- 
guitati dalle spose palpitanti, traendosi dietro i tremuli 
vecchi ed i figli* su per le balze delle prossime mon- 
tagne s'inselvarono, o per le allora frequenti boscaglie 
della pianura si nascosero; altri d'animo più franco e 
di nervi più vigorosi si raccolsero nella città e chiuse 
le porte si prepararono armati a contrastarne il con- 
quisto (2). Ma che vale il cagnoletto contro il Leone! 
11 combattere per difesa contro forze uguali, è virtù; 
contro soperchianti, audacia. Attila, a detta dello sto- 
rico Prisco, quanto era facile ad usare clemenza a chi 
prostrato lo supplicava, era altrettanto contro ai ri- 
pulsauti crudele. Spinto per questo ad ira dalla re- 
sistenza di quegli animosi, schierò intorno a Brescia le 
innumerevoli sue falangi, ne assaltò le mura, le superò; 
ed entrato furibondo diede a strage i cittadini, a sacco 
le dovizie, rovesciò e case e palagi e templi ed ogni 
edificio più illustre, e non temperato aucora dall' ira 
diede mano al fuoco, e perchè le fiamme potessero cor- 
rompere i marmi stessi, ne fece coprire di resine e di 
catrami i meglio lavorati, e quanto gli fu possibile gli 



(1) Dantlolus, in Chronico tom. 1. Rer. Italie* 
(tt) Malve ti us, DisùncL 4 cap. 6. 



LIBRO SETTIMO qo 7 

incendiò; di che ne serbano ricordanza le magnificile 

colonne del teatro Vespasiano , alcune delle quali si f? ?? 
ammirano ancora dov'è l'odierno patrio museo; le quali 
per tutto il tratto, onde non erano state coperte dalla 
terra e dai rottami ammucchiati a quelle intorno, si 
veggono ancor di presente corrose la superficie da uà 
fuoco artificiale. Il dottor medico fisico ed antico pa- 
trio cronista Giacopo Malvezzi, dopo enarrato un tauto 
sterminio, vinto dalla pietà ha emesso una esclama- 
zione dolorosissima (i). 

Mentre erano minacciati i Bresciani da una così tre- 
menda sciagura si saranno sicuramente affrettati di 
sotterrare e di nascondere quanto avevano di più pre- 
zioso; e non è per questo inconveniente il pensare, che 
l'argento e V oro stato scoperto in Brescia in sui prin- 
cipii del secolo duodecimo da Ardicelo degli Aimoni, 
mentre nella sua casa faceva scavare un pozzo, e che 
la elegantissima statua, il magnifico pettorale di bronzo 
e le altre preziose anticaglie discoperte negli scavi 
procurati dagli indagatori dei patrii monumenti in 
questi ultimi giorni, sieno tesori nascosti dai nostri 
avi, onde in quell'occasione serbarli dalla avidità de- 
gli aggressori; e che morti poscia i miseri nell'eccidio, 
»on abbiano potuto tramandarne ai posteri la ricor- 
danza. 

§ 6. Partito Attila da Brescia desolò Bergamo, poi 
mosse a Milano, indi a Pavia, alle quali città ancora 
diede il sacco; ma forse perchè non irritato da resi- 
stenze, non trapassò ivi a stragi o ad incendi. Mentre 



(r) Proh dolor! Proh miserabile Fatimi Proli side rum 'or* 
do! Unde tanto rum scelerum opificem mundo tradere libuit? 
Malvet. ibidem* 



^^ 208 LIBRO SETTIMO 

era quegli io Milano , vide a caso' una pittura , nella 

Dopo q lia | e er ano rappresentati i romani imperatori sedenti 
sopra aurei troni ^ e dinanzi a quelli giacevano pro- 
strate umilmente alcune figure vestite all' usanza sci- 
tica. Sogghignò quel tartaro, e fatta cancellare ogni 
cosa, fece ivi da un pittore dipingere se medesimo as* 
siso in trono, e gli imperatori romani con sacchi d'oro 
in su le spalle in atto di versarli a' piedi suoi (1). 

Da Pavia condusse Attila l'esercito nell'Emilia, dove 
invase varie città, e fra le altre mandò a sacco Pia- 
cenza, Parma, Reggio e Modena; ma perchè gl'Italiani 
avevauo finalmente scoperto il suo carattere, quelle 
popolazioni non gli opposero resistenze, ma dinanzi a 
lui profondamente si umiliarono, ond' egli contento di 
quegli atti di sommissione e delle spoglie predate dai 
suoi, non passò contro d' essi a tratti di peggiore fie- 
rezza. Di là volse Attila a Governolo, dove il Mincio 
mette in Po; ed ivi erette le tende e costrutti gli ae- 
caimfpamenti, raccolse i più distinti suoi ufficiali a con- 
siglio. Alcuni di quelli lo affrettavano a spingersi di- 
rettamente contro di Roma; altri procuravano stoglierlo 
da tale impresa, a lui ricordando Alarico, morto po- 
che settimane dopo il conquisto di quella augusta cit- 
tà, come se toccando Roma, si fosse tratta addosso 
V ira del cielo (2). In quel mezzo un morbo pestilen- 
ziale mieteva largamente te vite de' suoi soldati, la- 
sciando non solo scoraggiati, ma trepidanti i super- 
stiti (3). Aezio, quel capitano di Valenti niano IH che 
!" anuo innanzi aveva dato le busse ad Attila Della 



(1) Suidas, in Lexicon alla voce Mediolanwn. 

('2) Jordan us, De Rebus Gelici s, e cip. 42. 

(5) Sigonius, De Imperio Occidentali, lib. i3. 



LIBRO SETTIMO ao<) 

battaglia di Chalòns sur filarne, calato con potente SSfiHHH 
esercito dalle Gallie in Italia, procedeva innanzi ogni ^°P? 
giorno e minacciava chiudergli la ritirata (1). Fu in anuo 
que' frangenti che gii si presentò l'ambasciata a lui ^ lm 
indiritta dall'imperatore Valentiuiauo, rappresentata da 
tre distintissimi personaggi; Avieno, il quale due anni 
prima aveva occupato il consolato in compagnia di Va- 
lerio Corvino, Trigezio che era già stato prefetto del 
pretorio, e l'eloquentissimo pontefice s. Leone. Quel santo 
padre pregò pace da Attila con vigorosa facondia, 
Avieno e Trigezio in nome dell'imperatore fecero lo 
stesso; ed egli che era già percosso dai sopraddetti 
motivi, e che naturalmente inclinava a concedere in- 
dulgenza, quando erane supplicato: salva la promessa 
di Grata Onoria in isposa, senza bisogno di alcun mi- 
racolo, accordò a Valentiniano la pace da' suoi amba- 
sciatori intercessa, e tornò con le sue genti nelle Pan- 
nonie (2): dove fra non molto per una emorogia ca- 
gionata da un eccesso di crapula spirò la vita (3). 

§ 7. Liberata l'Italia da Attila, que* Bresciani che 
fuggendo si erano tolti all' eccidio, tornarono in cerca 
delle proprie case, ma non ebbero a trovarne che i 
miserandi dispersi rottami. Brescia che innanzi tanta 
sciagura aveva spesse le contrade ed affoltate le abi- 
tazioni su per la ripidezza del Cidneo ed oltre le falde 
del colle non distendevasi lunghi tratti; quantunque 
circoscritta da più brevi confini, pure, perchè angusta ,^ 

(1) S. Isidorus et Idacius, in Chronic. 

(1) Atlilam, exercitumque ejus, fame , peste, morbo, caedi» 
busque insuper ab Aeùo attritum, referti fecit. Sigonius, 'De 
Imp> Occ. lib. i3. 

(3) Jordan us, De Rebus Gei. cap. 49» 

Vol. I. 14 



2io LIBRO SETTIMO 

_ a _ ri |^ con t ra de, parca di piazze e di giardini, e non in- 
C*C g orQ krata da una smoderata moltitudine di amplissimi 
monasteri, abbondava di abitatori più assai che nou 
di presente; perlocchè i superstiti alla strage bastarono 
a renderla una popolosa città, riunendosi e rinnovan- 
done i fabbricati. 

Giovatisi allora i Bresciani di alcuni anni di calma 
che succedettero a tanta desolazione, la rifabbricarono; 
ed abbandonato il colle, sopra 1' erto del quale ven- 
nero poscia eretti il castello ed il monastero di san 
Martino , che dopo avere susseguentemente alloggiato 
altre società regolari (1), ora è converso ad uso di ve- 
scovile seminario , eressero gli edifici alle falde della 
pendice, e nel prossimo piano distesero a maggiore 
ampiezza della città i confini. 

Le nuove mura che allora si costrussero cominciavano 
all'angolo della Posteria, e procedendo verso occidente, 
seguitando l'inaccessibile schiena del colle verso tramon- 
tana, trapassato il Portello detto del Soccorso, davano 
adito alla porta che metteva alle vie per le Valli, detta 
dell" Albera; poi occlusa in città l'antica chiesa subur- 
bana di S. Maria in silva, ora di S. Faustino mag- 
giore, piegavano verso mezzo giorno giù per la con- 
trada delle Battaglie indi luugo quella della Maiolica; 
e trapassata la Pallata procedevano sino presso san 
Francesco; per tutto il quale tratto si scovrono chia- 
ramente ancora di quelle mura gli avanzi. Dall'angolo 
di s. Francesco volgevano verso oriente, e trapassata la 
porta Paganora, seguitando la contrada detta ancora 
delle Vecchie Mura* erano alla Fontana di Santa Pace 



(i) Mal veti us, Visi» £ cap. 6. 



LIBRO SETTIMO svi 

intereette da Porta Muto] fa, che apriva i passi verso SfiSfiHS 
meriggio; e per questo la chiesa di s. Giovanni Evan- *?°R? 
gelista fatta erigere da san Gaudenzio che per essere 
suburbana era detta De Foris , venne compresa nella 
città. Da porta Matolfa procedendo quelle mura ad 
oriente mettevano a porta Rebuffone, la quale era 
prossima alla presente di Torre lunga,' indi, lasciando 
fuori del circuito la vecchia suburbana basilica di 
s. Andrea, volgendo a monte andavauo ad unirsi al 
primo angolo della Posteria (i). E tali erano i confini 
degli allora rinnovati recinti di Brescia. 

IN è alcuno, a somiglianza di Biemmi (2) fidato al 
verso di Catullo 

* Flavus quam molli percurrit fiumi ne Melo (3) 

deve rifiutarsi dal crederlo, perchè sebbene quegli ab- 
bia scritto che il Melone, cioè il Garza (4) a' suoi tempi, 
che visse circa quattrocent'anni addietro, scorreva per 
Brescia, ciò nulla adduce a diffidare che il sopra enun- 
ciato non sia il uuovo circuito dato allora alla città. 
Perchè, primo è certo che innanzi di qjnell' epoca gli 
aditi occidentali di Brescia erano Porta Bruciata e Porta 
Paganora, perlocchè il Garza scorreva fuori de' recinti; 
secondo è certo aucora che ne' sobborghi a ponente del 
Garza eranvi non solo case di fabbri e di negozianti, 
ma ancora alcuni spleudidi edifici, fra i quali il tem- 



(1) Mal ve ti us, Dislìnct. 4 cap. 7. 

(2) Biemmi, Stor. di Br. tom, 1 f. 008. • 

(3) Catullus, Eleg. 66 vers. 33. 

(4) U Fiume che al di sopra di Brescia e detto Garza, po- 
che miglia a meriggio della città è detto Melone Molone* 



aia LIBRO SETTIMO 

- L1 ~ -pio di Giove e l'arco di Germanico Cesare (i); quindi 
J?°j?? non è alcuna meraviglia, se Catullo non affrenato dalle 
precisioni matematiche, ma tratto da quella libertà, che 

*» PIctoribus, atque Poetis (2) 

» Quidlibet audendi semper fuk aequa .... 

con enfasi sua propria, alludendo anzi al genio del 
Garza, che non alle acque del fiume stesso, abbia 
scritto che il Melone scorreva per Brescia, mentre non 
ne attraversava che i sobborghi. 

§ 8. Mentre i Bresciani intendevano indefessi a ri- 
costruirsi le case, a rimettere la città e per mezzo di 
nuove mura a procurarne difesa; quantuncjne per molti 
anni la scampassero senza perturbamenti di guerre 
guerreggiate in paese; non furono però immuni frat- 
tanto di alte inquietudini e di tremende paure. Petro- 
nio Massimo, illustre senatore e personaggio che aveva 
due volte occupato il consolato, offeso di Yalentiniano 
Augusto, perchè avevagli macchiato il talamo, occultati 
scaltramente i naturali sentimenti, studiò di tanta in- 
giuria la vendetta. E procurata prima per mezzo di 
false accuse la morte del prode capitano Aezio, del 
braccio del quale paventava, indi per trame occulte 
mandato a morte lo stesso imperatóre (3), si fece pro- 
clamare Augusto. Elevato al trono e rimasto vedovo 
della prima consorte, seppe iudurre Eudosia, già mo- 
glie dell'estinto Yalentiniano, a porgergli la mano di 



(ì) Veggasi la tavola topografica di Brescia antica presso 
Bossi, Mem. Br. f. 12. 

(a) IJoratius, De Art Poetìc. 

(3) Victor Turoneusis, apud Canisiurn. 



LI lUlO SETTIMO 21 3 

sposa. Aveva Eudosia amato ardentemeute il defunto ^ mmmmmm 
manto, e non avendo pur ombra dei tradimenti recati J?°P? 
a quello dal secondo, tenevalo in cara sostituzione dei 
primo. Massimo una notte fra i teneri abbracciamenti 
ed il dolce favellìo, scioccamente rivelò ad Eudosia di 
essere egli stato il promotore della sciagura di Valen- 
tiniano. Arse di sdegno Eudosia a quel racconto , ma 
seppe coprirlo, soffocarlo, onde avere di tanta gcelle- 
raggine vendetta. 

«Triste parat facinus, tacitàque exaestuat ira (i). 

Inviò seeretamente un suo messaggero in Àfrica con 
lettere indiritte a Genserico re de' Vandali, per le quali 
lo invitava ad invadere l' Italia e promettevagli tutti 
i possibili soccorsi (2). Accettò Genserico la proferta e ."r 
varcato con potente esercito il mediterraneo, approdò 
alle spiagge meridionali dell'Italia, da dove dopo di 
avere desolate molte città e provincie giunse a Roma, 
cui prese e diede a sacco. Massimo Augusto fu in quei 
frangenti massacrato da un popolare tumulto incitato 
seeretamente, siccome dicevasi, dalla stessa Eudosia; la 
quale poscia strinse nuovo matrimonio con Uunerico 
figlio del re de' Vandali, ed indi con essi loro e con 
le navi cariche di spoglie opime volse in Africa. E ve* 
XQ che per quella irruzione vandalica non venne toc- 
cata la provincia; la percosse solamente la paura che 



(1) Secondo Ovidio (Metamorphoseon t lib. VI Fnb. 7 v. 623. ) 
Progne regina della Tracia celò egualmente gl'impeti dell'ira^ 
mentre studiava le vendette dello sleale marito Tereo. 

(«2) Theophilus, in Chronographia. < — Procopius, De Bello 
Vandalico, lib. 1 cap. 4» 



2i 4 LIBRO SETTIMO 

~ 1 T ■ i Vandali l'avessero a penetrare. Ma pochi anni dopo 

Oopo j a J norridirouo altre paure e molto più assai, perchè 
cagionate da un turbine più vicino. 

§ g. Beorgore re degli Alani, che aveva già a quei 

/le/ tempi invasi larghi tratti della Gallia, ansioso di nuove 
conquiste e di nuove prede, seguitato da frotte nume- 
rosissime di genti barbare, passò le Alpi, e senza che 
schiera alcuna imperiale si presentasse a respignerlo , 
devastò liberamente le provincie del Piemonte e del 
Milanese; e giunto alla fiue a menare desolazioni in 
quella prossima di Bergamo, fu nelle vicinanze di quella 
città sorpreso dall'armata romana, condotta dal capi- 
tano Ricimere, combattuto valorosamente, sbaragliato 
e dato a morte (i). Dopo quella sconfitta non ha più 
alcuno scrittore lasciata memoria degli Alani in Italia; 
dal che ne resta ad immaginare, quanto fu per quelli 
rovinosa quella giornata, e quanto orrenda ancora sarà 
stata la paura de' Bresciani all' avere un esercito di 
barbari tanto ansioso di saccheggi e tanto vicini. Fran- 
chi ciò non pertanto continuarono l'assunta impresa^ e 
superando e le fatiche e le spese e le paure, non si 
stolsero dalla nuova costruzione della città. 

In que' frattempi V impero romano d' occidente an- 
dava rovinando all' ultimo tracollo. Uno invidiava la 
porpora dell' altro, la insidiava, la rapiva. (Sdegno di 
proferirne i nomi, perchè dovrebbero essere dannati ad 
oblivione eterna); un altro protetto dalle sorti, quan- 
tunque imberbe e baggèo, senza usare alcun'arte, era 
elevato al solio , e di tale maniera il serto formidato 

475. de' Cesari andò alla fine a posarsi sopra le tempie del 



(i) Jordanus, De Rebus Geticis, cap. i5. 



LIBRO SETTIMO ai5 

giovinetto Momillo Augustolo (i) vilipeso e schernito SHS5S 
dai sudditi stessi. D°P° 

Un altro fortissimo disordine si aggiunse a cagionare 
la perdita dell' impero. Brano lunghi anni, dacché gli 
Augusti solevano assoldare genti forestiere negli eserciti, 
nulla curando donde quelle venissero, od a qual punto 
addirizzassero le idee. Bastava a quegli inconsiderati 
di avere tra le falangi petti validi a cingere l'usber- 
go, braccia vigorose e pronte a maneggiare il ferro, 
e non guardavano all'animo de' medesimi; e molti di 
quelli bulicavano di scaltrezze, di cupidigie, di am- 
bizioni. 

§ io. Odoacre fu il distintissimo di tutti i barbari 
assoldati dagli imperatori romani. Era egli tartaro di 
nascita, aveva militato nelle falangi di Attila (2), ag- 
gregato poscia alle milizie romane, era stato promosso 
ad un grado distinto nel corpo delle guardie (3). Aveva 
egli costumato di esaminare le cose con avveduta in- 
dagine, e fatto accorto della debolezza dell' impero e 
delle successive vicissitudini degli anelanti la corona, 
rinunziò artificiosamente al grado che occupava e di 
maniera luminosa andò in Pannonia, che era allora si- 
gnoreggiata dai Goti, Raccontato ivi quanto era facile 
il conquisto della male diretta Italia, e vantate le am- 
pie cognizioni che egli ne aveva, venne di comune 
consentimento di que' Goti proclamato loro capitano 



(1) I romani, facili alla satira, nominarono Romolo Augusto, 
D • N • FL • MOMVLL • AVGVSTVLVS • P • F • AVG ■ 
fino nelle medaglie, Glotius, in Nummi smaU 

(p) Priscus, tom. r» Histor. Bysant. pag. 07 et seq. -** Du 
Cange, FamiL Biz* pag. 81. 

(5) Procopius, lib. 1* cap. 1, de Bello Goth. 



2i 6 LIBRO SETTIMO 

5=55=5 generale; ond* egli chiamatosi a seguito ancora frotte 

G °P? innumerevoli di Eruli , di Turcilingi, di Rugi e di 
Sciti, tutti gli condusse alle Alpi Gamiche, ed insieme 
con quelli le valicò. 

Senza scontrare alcuno che a lui si opponesse , quell'in- 
vasore percorse depredando dalle sponde del Natizone a 
quelle dell' Adda , sicché la provincia di Brescia andò 
in quell' occasione soggetta alla comune sciagura di 
molt' altre vicine. Oreste (i) che dopo avere servito 
Attila qual segretario era stato dal senato di Roma ele- 
vato ad alti incarichi , ed era padre di Momillo Augu* 
stolo (2), aveva schierate le forze imperiali nelle vicinanze 
. di Lodi, onde ribattere le falangi condotte da Odoacre; 
ma spaurito da quelle , diede addietro senza combatte* 
re, ed andò a rifuggirsi in Pavia. Odoacre lo seguitò, 
cinse di assedio quella città allora fortissima, le diede 
assalto , la espugnò , ne fece prigioniera la guarnigione 
e lo stesso Oreste, poi la diede a sacco, indi alle fiam- 
me (3). Da Pavia mosse a Piacenza , di là prese le vie 

Anno per Ravenna, indi per Roma, che spaurita gli apri ben 
' ' presto le porte. Quel conquistatore, quantunque barbaro, 
senti pietà del giovinetto Augustolo, e Iunge da toglierlo 
di vita o dal tenerlo assicurato in carcere , fissogli un 
annuo assegno di sei mila soldi d'oro, e gli ordinò di 
ritirarsi assieme co' suoi congiunti in Lucullano, castella 
della Campania. 

§ 11. Così ebbe fine l'impero romano; ed Odoacre 
ottenute, parte per volontaria sommissione, parte com- 
battendo, tutte le altre città dell' Italia, e rifiutata la 



(1) Priscus apud Tlist. BisanL tom> 1. pag. 07. 
(•2) Chronologus Vtdcsii, post Ammianuvu 
(3) En nodi us , in Vita s. Epiphanii*\ 



Anno 



LIBRO SETTIMO ai 7 

porpora imperiale, appagossi del titolo di re d" Italia, ' ' 

e di signoreggiar solamente il bel paese , che il mar Dopo 
circonda e l'Alpe, senza ambire più spaziosa sovra- 
nità. Istituì il seggio reale in Ravenna, e sebbene abbia 
egli obbligato gli Italiani a cedere una porzione de' loro 
fondi a* suoi Goti , perchè quegliuo ancora potessero 
procurarsi frugalmente il vitto, adoperando per la agri- 
coltura le braccia; pel corso di quasi diciassette anni 
che tenne il regno, e per la clemenza e per la equità e 
pei tratti liberali si dimostrò auzi padre che sovrano 
della nazione. Mentre regnava Odoacre, continuarono per 
alcuni anni i Bresciani Y impresa ricostruzione della cit- 
tà; ma nuove vicende guerresche ne li tolsero fra non 
molto. Teodorico condottiero di que' Goti che avevano 
invasa la Mesia e l'Illirico, dietro alcune scaltre in 
citazioni del greco imperatore Zenone (1), animò le sue 48S 
genti a procurarsi piagge migliori, e rappresentate a 
quelle le floridezze dell'Italia, e descritte le sorti avven- 
turate di quanti avevano seguitato Odoacre, le persuase 
di tentare egual ventura. E dopo di averle accese di uà 
generale entusiasmo, fatto caricare sopra un numero 
immenso di carri d' ogni sorta e fanciulli e vecchi e 
donne e quelle suppellettili che più potevansi , prece? 
dendo egli il gran convoglio alla testa di un formida* 
bile esercito, pervenne all'Alpi Gamiche (2). 

Odoacre condotte le sue schiere alle rive delLisonzo, 
tentò vietargli il passo; ma dopo sanguinoso conflitto, 
soperchiato e respinto, fu costretto a ritirarsi all'Adi- 
ge. Trinceratosi lungo le sponde di quel fiume nello 



(1) Evagrius , Uh. 5 cap. 27. 

(p) Ennodius, Pancgyric, Thcodorich 



4^9 



2i8 LIBRO SETTIMO 

yietnafate di Verona,. -fu tra pochi giorni attaccato da 

A 0, p Teodorico nuovamente, e dietro sanguinosissima strage 
superato la seconda volta e percosso (i). Odoacre allora 
abbattuto, ma non vinto, seguitato dalle superstiti sue 
schiere, ritirossi sino a Roma, sperando potersi mettere 
a difesa dentro le mura di quella augusta città ; ma 
que' di Roma, paurosi di trarre sopra le teste loro la 
collera del vincitore, gli chiusero in faccia le porte. 
Irritato di tale affronto Odoacre, diede a sacco ed a 

Anno fiamme i luoghi suburbani, poi fatto miglior consiglio 
volse addietro e rifuggissi col maggior nerbo de' suoi 
dentro Ravenna , avviandone a Faenza il rimanente. 
La necessità assottiglia T ingegno : e però dietro concer- 
tato disegno fatto da Odoacre con Tufa suo capitano , 
finse quegli di rubellarsegli con tutte le fde che il se- 
guitavano ; e presentatosi a Teodorico, venne da quello 
accolto ed aggiunto al suo seguito. Poco di poi nelle 
vicinanze di Imola succedette un nuovo attacco. Tufa 
allora, trattasi la maschera, combattè a favore di 
Odoacre (2). 

Scompigliato Teodorico , anzi dal tradimento che 
dall' armi, si diede a rapida fuga, e continuolla sino a 
Pavia; dove mentre preparavasi alle difese, gli giunse 
in soccorso un grosso corpo di que' Visigoti , che si 
erano impadroniti di alcune provincie della Gallia; rin- 
francato allora dal braccio di quegli ausiliari , mosse 
contro Odoacre, ed il dì tredici agosto dell'anno 49° 
lo scontrò lungo l'Adda nelle vicinanze di Lodi (3). Ivi si 
attaccò la battaglia : le due armate si azzuffarono sospin- 

(1) Historia Miscelici,, apud Murai, torri. 1. Rer. Italie. 
(').) Ànotiitnus, apud Valesium. 
(5) Gì ss ioti or us, in Chronico. 



LIBRO SETTIMO 119 

te da uno scambievole ardore di vittoria; e dopo ampia — 
strage, rotte e rovesciate le schiere d' Odoacre furono j? ?? 
con esso lui costrette a ruinosa fuga, lasciando Teodo- 
rico padrone del campo. Studiossi poscia Odoacre di 
raccogliere gli sparpagliati avanzi dello sconfitto eser- 
cito, e condottili a Ravenna, fortificossi dentro le mura 
<li quella città. Non tardò Teodorico a sopraggiugnerlo, e 
dentro ai ben guardati bastioni e dalla parte di terra 
e da quella della marina lo strinse, e dopo circa tre Anno 
anni di assedio lo ebbe a patti insieme colla città (i). " 

§ 12. Caduto Odoacre, ed insignoritosi Teodorico di 
tutta l'Italia ne fu acclamato re; e per quanto erasi 
per lo innanzi distinto per le militari imprese , seppe 
altrettanto di poi meritarsi la benevolenza dei popoli, 
ai quali per tutto il lungo tratto del suo regno, che 
fu di circa trentacinque anni, continuò indefessamente a 
procurare ogni miglior bene. Era quel principe illette- 
rato , ma aveva sortito dalla natura accortezza d' in- 
gegno, elevatezza di sentimenti e generosità di cuore- 
Mentre 1' assedio di Ravenna avevalo trattenuto co^li 
eserciti in que' paesi, calati i Borgognoni dall'Alpi Cozie, 
avevano fatta una irruzione nel Piemonte, nella Liguria 
ed erano giunti fino a Milano e ad altre città vicine, 
da dove, tornando ai loro paesi, oltre una immensità di 
spoglie, avevano tratto seco ancora lunghe file di genti 
in servitù. S. Epifanio vescovo di Pavia supplicò poscia 
Teodorico a vantaggio di que* miseri schiavi; ed egli 
sentitane compassione, profondendo tesori, li riscattò, 
liberi tornolli alle famiglie (2) ; ed onde ristorare pos- 

(1) Andreas Agnelli, in Vita 5. Joannis Episc Ravennati s, 
pag. 277, edit. Mutinae. 

(a) En nodi us, in Vita s. Epipkanii, Episc. Ticinensis. 



220 LIBRO SETTIMO 

graggggg sibil mente le patrie loro dai sofferti danneggiamenti, 

*?°f^ le sollevò di due terzi dei consueti tributi. 

Percossi gli Alemanni da Clodoveo re de' Franchi, 
soggiogati da quello, e trattati duramente pregarono 
Teodorico di accoglierli; ed egli commiserandoli gli 
accettò, e diede ad essi da coltivarsi que' terreni , che 

* per mancanza di braccia giacevano incolti (i). A somi- 

497. glianza di tutti i Goti , era Teodorico di setta Ariana, 
uon diede però mai turbamento ai cattolici; e quan- 
tunque barbaro di nascita , pubblicò editti degni del 
più ingentilito monarca ; e fra i suoi atti è celeber- 
rima la lettera da lui fatta scrivere agli abitanti le 
Pannonie , nella quale tentava di stoglierli dal rimet- 
Anno tere le decisioni delle contese al duello (2). 

5°?» § i3. Aveva conosciuto quel re, che per essere Brescia 

e Verona città di frontiera, era necessario di renderle 
forti, onde avessero a potersi schermire dagli ostili in- 
sulti ; e quanto era bene il procurarsi con tratti di 
beneficenza l'attaccamento e la fede delle genti che le 
abitavano. Quiudi circondò egli Verona di nuove mura, 
si fece erigere in quella città un palazzo magnifico , 
fece costrurre un lungo e spazioso portico, che dall'una 

delle porte di quella città metteva sino a quel palaz- 

Anno 1 • ì * • • r e 1 - 

5i5. zo , che ne era quasi net centro: ivi lece fabbricare 

pubbliche terme, e ristorare l'antico acquedotto, stato 

per la devastazione di Attila dissipato (3). 

(1) Àlamanìae Generaìitas , intra Italìae termi no s , sine de* 
t rimento Romanae possessionis inclusa est. Eunodius, in Pane* 
gyvic. Theodorici. 

(«2) Cassiodorus , lib* 5, epìst. *i5. 

(3) Auctor Anonimus Vilae s. Hi lari i , in Actis Sanctorum 
ad diem 5 Maii. — Scipio Maflfeius Verona illustrata^ part. 1, 
Uh. 9, pag. 448. 



LIBRO SETTIMO sii 

E poiché i Bresciani intendevano allora alla rifab- 

brica della città e delle nuove mura della medesima, *?°P? 
Teodorico prestò loro per quella grand* opera soccorsi 
così generosi , che quasi quel re Goto avesse per tale 
oggetto supplito ad ogni cosa, Teofane poco dopo scri- 
vendo di Brescia, la disse: munitissima città de Goti(i). 
L'antico acquedotto di questa città stato cominciato da 
Cesare Augusto e terminato da Tiberio, del quale non 
luuge da Brescia si veggono ancora alcune grandiose 
reliquie, nominate il canale del Diavolo, era stato 

per l'unnica devastazione quasi pienamente distrutto: e 

. . . Anno 

Teodorico luuge dal procurarne il lungo e dispeudiosis- 5i6. 

simo restauro , fece , in vece di quello , costrurre eoa 
assai minor opera e maggiore vantaggio 1' acquedotto 
di Mompiano, conducendo per quello in Brescia una sor- 
gente copiosa e limpidissima, le acque della *juale zam- 
pillano ancora per ogni dove, ed allegrano 1' occhio e 
giovano per ogni maniera ai bisogni degli abitanti (2). 

§ 14. Non ebbe la sorte Teodorico di poter trapassare 
il lungo tratto del suo regno senza mai essere turbato 
da vicende guerresche. Era egli ansio di pace, ma le cir- 
costanze alle volte traggono la spada dal fodero ancora 
a chi lo sdegna. Egli però non seppe solo ribattere le 
audacie ostili, ma sopra di quelle distese i limiti dello 
Stato. Perchè fugati oltre il Danubio i Gepidi ed i 
Bulgari, che avevano ardito d' irrompere contro Y Italia, 
della più parte della Pannonia in loro perdita s'impos- 
sessò (3). Turbato dai Franchi , fu costretto a guerreg- 



(1) Theophanes, Cronograph. apud Hist. Bysant. t 6pag. 160., 
EdiL Venctìis, ann. 17*29» ' 

(a) Biemmi , Stor. Bresc, toni. 1. f. 3i4- 
(3) Jordanus, De Rebus G etici s , cap. 58. 



222 LIBRO SETTIMO 

•giarli, ed ebbe in premio della vittoria la signoria della 
Dopo p roveuza ^ dove inviò Gemello a governarla in suo no- 
me (i). Altre guerresche vicissitudini lo resero padrone 
di quanto possedevano i Visigoti nelle Spagne: sicché da 
Ulma all' ultim 5 angolo della Sicilia, dalle foci del Savo 
alle correnti dall' Ebro, signoreggiava. 

Venne a que' tempi la provincia di Brescia attraver- 
sata da un numeroso esercito di Gepidi assoldati da 
Teodorico, perchè avessero a difendere i suoi possedi- 
menti nella Gallia; e sebbene que' fossero barbari , non 
recarono danneggiamento alcuno : perchè il provido So- 
vrano aveva pel viaggio loro disposti preventivamente 
gli alloggi e le vittovaglie opportune; e perchè ad 
onta di ciò, oltre dì avere raccomandato caldamente a 
quelli di non recare molestie alle provincie onde pas- 
savano (2), dava ad ogni soldato tre soldi d' oro alla 
settimana, oltre lo stipendio consueto, in premio della 
buona condotta. 

g 1 5. Ma quantunque fosse Teodorico un monarca 
illustre, era uomo anch' egli , onde soggetto a fallire; 
e macchiò gli ultimi anni della sua vita con tratti cru- 
deli. Dietro alcune false imputazioni ed informe proces- 
so, mandò prima in carcere, poi fece trucidare T in- 
nocente filosofo e scrittore Severino Boezio ; di simile 
maniera usò poscia eguali crudeltà contro Quinto Au- 



(1) In Gallias nobis Beo auxiliante subjugalas, Vicarium te 
( Gemello ) Praefcctorum nostra miltit auctoritas. Jordanus , 
Ub* 3 epist- 16. 

(?) Così scriveva Teodorico ai Gepidi da lui assoldati : mo» 
vele félicitef, ite moderali, tale sii iter v est rum , quale debel esse 
qui labovat prò salute cunctorum* Sua lettera presso Cassio- 
cloro , Uh. 5 epist. li. 



LIBRO SETTIMO 2*3 

relio Simmaco, personaggio consolare; e dopo quelli gg? -"* 3 - 24 ' 

condannò a dura carcere, nella quale ancora mori, il som- Pupo 

1 G. C 

mo pontefice Giovanni I, sdegnato contro di lui, perchè 

a Costantinopoli era stato trattato con amorevoli e splen- 
dide accoglienze dall'imperatore Giustino, contro al quale 
nudriva Teodorico acerbi rancori (i). Ma il cielo che 
protesse quel principe fino che ne ebbe per le sue belle 
gesta il merito, non tardò, quando il vide declinare 
dal retto, a vibrargli sul capo i fulmini delle sue ven- 
dette, e presso la fine d' agosto dell' anno 5a6, mentre Anno 

Sii)* 
era per trascorrere a peggiori nequizie , colto da un 

violentissimo flusso di ventre , spirò (2). 

§ 16. Morto quel principe venne promosso al trono 
Italico Àtalarico, giovinetto di otto anni , nato da Ama- 
lasunta figlia del morto re. Non ebbe però egli alcun 
possedimento di là dal Rodano; perchè Teodorico , in- 
nanzi di morire , aveva dichiarato suo successore in 
que' dominii Amalarico suo nipote (3). Sospirava Ama- 
lasunta di procurare al re suo figlio una educazione 
conveniente al suo grado; ma i Goti, accostumati alle 
ruvidezze, ne la impedirono; costretta ad uniformarsi 
ai voleri di quelli, assunse la tutela del pupillo, e men- 
tre egli crescea vegetando la vita, governò ella in sua 
vece saggiamente lo Stato. 

Brescia e tutta l'Italia insieme, pel decorso degli otto 
anni che tenne lo scettro Àtalarico , godette florida pace. 
Per ordine di Amalasunta vennero allora restituiti agli 
eredi di Simmaco e di Boezio i beni degli sciagurati 



(1) Fleury , Stor. Ecc}. lib. 3a, § 7. 
(9,) Procopius, De Rebus Golh. 

(3) Quod ( le regioni a sera del Rodano) superstiti Amalerìco 
nepoti suo reti quii. S. Isiilorus in Chron. Golh. 



a*4 LIBRO SETTIMO 

munì» ■■ i] oro padri, che da Teodorico erano stati confiscati. Fri 
Dopo in que' tempi che s. Benedetto pubblicò la sua regola 
monacale, e che le pie genti incominciarono ad ardere 
di un fervore libéralissimo pei monasteri ; dopo Y isti- 
tuzione di una buona dozzina de' quali nella sola Italia, 
venne eretto il magnifico cenobio di Monte Cassino (*)« 
E fa in que' tempi ancora , che per le attenzioni del 
greco imperatore Giustiniano Augusto , venne dato alla 
giurisprudenza il tanto rinomato Codice Giustinianeo (2). 
§ 17. Atalarico giunto appena all'anno decimo sesto 
dell'età sua morì, e sua madre Amalasunta accostu- 
mata a regnare in sua vece j piangeva forse più la per- 
dita delle briglie del governo, che non quella del figlio; 
Anno ma seppe studiare la scaltra il mezzo di ritenerle an- 
^' 2 9' cora. Era ella parente di Teodato , ultimo rampollo 
della famiglia di Teodorico, giovane ben educato, ric- 
chissimo, e tanto avaro che era stato assoggettato a 
processi per frodi e rapine commesse : quella princi* 
pessa , obliata la sordida avidità del nipote, lo chiamò 
a Ravenna , e tanto in lei poteva 1' ambizione di do- 
minare, che a lui promise la corona d'Italia, purché 
egli egualmente a lei promettesse la facoltà di governare 
a pien talento lo Stato. Accettò Teodato 1 esibizione , e 
ne giurò il patto; ma ottenuto il trono, ridendo 

« I giuramenti e i voti : 
Yoi, voi, gridò, portateli 
Pel mar Carpazio, o Noti » (3) 

e relegata Amalasunta in una piccola isola del laghetto 
di Bolsena , liberossi della sua ambita autorità; ed in 

(1) Fleury, Stor. Eccl. lib. 5*2. 

(1) Veggansi le leggi 1, e 2 di quel Codice, ed il Cronico del 

conte Marcellino. 

(3) Savioli. 



LIBRO SETTIMO «5 

queir Isola fu ancora Ira non molto Y ambiziosissima "SH 

D 
G. ( 



donna strozzata (i). V"*? 



Il greco imperatore Giustiniano , che aveva sempre 
avuta in alta considerazione Amalasunta, sentì amara- 
mente là negra azione di Teodato; e poiché spiacevagli 
ancora la signoria de' Goti in Italia , colse dai mali 
trattamenti usati a quella principessa motivo di rom- 
pere ai Goti la guerra. Perlocchè spedì in Sicilia una Anno 
flotta capitanata dal prode Belisario , carica di otto itti- 535. 
la armati ,- e quel duce conquistò fra non guari tutta 
quell'isola. Quell'Augusto commise contemporaneamente 
a Mondone^ comandante le truppe accampate nell'Illi- 
rico, di penetrare nella Dalmazia che era allora de' Goti: 
Mondone eseguì felicemente le avute commissioni, ed ia 
breve di tutta quella regione s' impadronì. Quelle vi- 
cende spaurirono Teodato , sicché trepidante discese 
alle più vili proposizioni per aver pace; ma rinfrancato 
poscia per un fatto d'arme riuscito felicemente alle sue 
truppe presso i confini della Dalmazia, rivocò i patti 
proposti. Irritato di ciò Giustiniano j commise a Belisa- 
rio di passare dalla Sicilia in Italia. Quell' intrepido 
entrò tantosto in Calabria, che lieta lo accolse siccome 
suo liberatore 5 procedette poscia la marcia per Napoli* 
che gli chiuse in faccia le porte, ond' egli per essere 
stato costretto ad averla a forza d' armi , la saccheg- 
giò (2); prese indi varie altre città , e finalmente senza 
alcuno spargimento di 9angue entrò e fu ben accolto 
in Roma. 

§ 18. Per tali avvenimenti caduto Teodato in disgra- 
zia de' Goti lo tolsero di vita , ed elevarono al trono il 



(1) Jordanus, De Rebus Get. lib\ 1 cap. 6. 
(1) Hist. MiscelL Ub. 8, apud MuraU t. I. Rerum Italie. 
VOL. I. li 



aa6 LIBRO SETTIMO 

capitano Yitige. Quel nuovo re, cui le gloriose imprese 
9°P? eseguite quando capitaneggiava le armi dì Teodorico 
anno davano bastanti onori, conoscendosi però di basso li- 
536. gnaggio , e bramando alzarsene per mezzo di paren- 
tele, ritiratosi in Ravenna , costrinse Matassata figlia del 
grande Teodorico a porgergli la destra; poi dopo avere 
inviato indarno ambasciatori di pace a Giustiniano, ce- 
dette ai Franchi il paese posseduto dai Goti fra V Alpi ed 
il Rodano, purché avessero quelli a prestargli soccorsi : 
patto che quelli promisero e non osservarono. Rimaste 
però, dietro a quella cessione, in libertà le truppe go- 
tiche, che avevano per lo innanzi guardate le sponde 
del Rodano, e tornate di qua dall'Alpi, si unirono 
al restante dell'esercito di Yitige ed a quelle nuove 
milizie che andava egli tutto giorno raccogliendo da 
queste provincie. Cresciuto per tale maniera di forze 
ruppe contro di Belisario; passato appena il Tevere 
lo scontrò e lo attaccò a battaglia (i). Si azzuffarono 
t due eserciti sospinti dall'ira, e da uno scambievole 
desiderio di vittoria balestrando l'uno e l'altro orren- 
damente la morte , e calcando i cadaveri degli estinti, 
senza averne raccapriccio , e passando sulle membra 
dei feriti, senza porgerne orecchio agli urli. Finalmen- 
te dopo sanguinosissima strage Belisario ordinatamente 
si ritirò e rifuggissi in Roma, piazza parcamente prov- 
veduta di vittovaglie; iuseguillo Yitige e lo assediò per 
più mesi. E la fame e la peste intanto tormentavano 
quella augusta città , quando alla fine di marzo dell'anno 
538. seguente seppe lo scaltro Belisario trovar la mauiera di 
afforzare Yitige a sciogliere l'assedio di Roma, ed a 
condurre le sue genti altrove. 

(i) Procopius , De Bello Goth, Uh* i cap. io. 



LIBRO SETTIMO %y] 

Diede ordine ad un corpo d'armati , che Giustiniano mm^sm 
gli aveva spedito in soccorso, d* invadere la marca di 5° PJ} 
Ancona , e d' ivi usare le più crudeli devastazioni. In 
que' frattempi ancora Milano incitata dal vescovo Dazio, 
unitamente a Novara , a Como ed a Bergamo inalberò le 
bandiere di Giustiniano (i). Percosso Vitige da que' fatti, 
ritirò le armi dalla assediata città : mentre le sue truppe 
ripassavano il Tevere, uscito di Roma Belisario le per- 
cosse gravemente alla schiena. Non volse Yitige addie- 
tro la fronte, e continuò le mosse sino a Ravenna, da 
dove spedì un grosso corpo d' armali a ribattere i ri- 
belli di Lombardia. Quelle schiere si spinsero contro 
Milano e Y ebbero , salve per patto le vite dei mili- 
tari , e rimesse alla discrezione dei vincitori quelle del 
popolo : condizioni tremende ! La strage dei milanesi i mio 
in quelT occasione , e singolarmente dei grandi fu or- 53g. 
ribile , avidissimo il saccheggio , deplorauda la rovina 
della città. 

§ 19. Mentre tali guerre desolavano V Italia, cento e 
più mila Franchi laceri, affamati, bramosissimi di spo- 
glie , condotti dal re Teodeberto, discesero inaspettata- 
mente dall'Alpi; entrati in Piemonte scontrarono presso 
Tortona un grosso corpo di Goti schierati sulla Scrivia, 
e come fossero nemici , gli attaccarono , li ruppero , e 
talmente gli spaventarono , che datisi quelli alla fuga 
traversarono Confusi le milizie de' Greci che avevano 
vicine, e quanto più ratti il poterono, andarono a ri- 
fuggirsi in Ravenna. Giunti poscia i Franchi al prossimo 
campo de 5 Greci , quelli ancora assalirono , e superata 
ogni resistenza gli costrinsero a ritirarsi presso Belisario 



(1) Marius Àvcntieeusis in Chronic. 



as8 LIBRO SETTIMO 

"" ia Toscana fo)> Quegli invasori allora depredando e de- 
rapa vastando si diffusero per tutta la Liguria e per 1' Emi- 
lia^ ma o ne fosse motivo la differenza del clima od 
il caldo eccessivo della stagione od i mali e parchi 
cibi, ai quali per la estrema penuria di quell'anno era- 
no costretti , attaccati da una lue pestilenziale, che gli 
scemò di circa un terzo , si affrettarono di ritornare 
ai loro paesi. Brescia andò avventuratamente illesa da 
quella terribile irruzione , perchè secondo ne lo ricor- 
da Procopio , che era presente a que' fatti , i Franchi 
non si distesero al di sopra del Po. 

§ 20. Usciti i Franchi d'Italia, mosse Belisario a 
bloccare Ravenna, entro la quale era chiuso Vitige col 
maggior nerbo dei Goti. Intanto Cosroe re di Persia, 
rotta iuaspettatamente la guerra a Giustiniano Augusto, 
ed invase la Mesopotamia e la Soria , e desolata Antio- 
chia , minacciava ulteriori danneggiamenti all' impero 
d' Oriente (2): perlochè impaurito Giustiniano desiderò di 
aver pace coi Goti, onde volgere in Asia tutte le armi 
possibili. Avviò per questo alcuni legati in Italia, per- 
chè di concerto con Belisario avessero a trattar con Viti- 
ge. L' imperatore aveva a quelli ordinato di procurare 
all' impero tutte le provincie d' Italia che souo a me- 
riggio del Po , di cederne ai Goti le superiori , e di 
rendere a sollecita fine ogni intempestiva contesa. Beli- 
sario che ben sapeva quanto Ravenna penuriasse di 
viveri, andò protraendo alcuni giorni le trattative, ed 
ebbe fra non molto quella città dietro condizioni più 
assai vantaggiose, che non quelle commesse da Giusti- 



(1) Procopins , De Belìo GotL lib. 2 cap. q5. 

(2) Procopius, De Bello Persico, libro 2 cap. 5. 



LIBRO SETTIMO aag 

niano. Poi entrati in Ravenna , operando da vero^^^ 5 
greco £l- 

w ..... . dolis instructus, et arte Pelasga »* (i) 

violati i pattuiti capitoli, spogliò di ogni preziosa sup- 
pellettile la reggia , fece chiudere in carcere Vitige, 5/^ 
indi seco lo tradusse a Costantinopoli , dove come og- 
getto di trionfo lo presentò al sovrano; ma quel saggio 
Angusto, commiscrando il misero principe tradito, gli 
usò generose accoglienze , e lo aggregò al distintissimo 
ordine de' patrizi (2). 

§ 21. La caduta di Ravenna trasse a sommissione 
del greco impero tutte le provincie d' Italia ; e le sol- 
datesche gotiche allora, deposte le armi, si diffusero per 
que' paesi, ne' quali tenevano le possidenze e le famiglie 
loro. Giustiniano spedì suo ministro in Italia un certo 
Alessandro, uomo di così sordida avarizia , che in breve 
tempo irritò le milizie , perchè se ne appropriava gli Anno 
stipendi, e rese il governo de' Greci in abbominio degli 
abitanti le provincie, per le smoderate avanie. I Goti 
sparsi per l' Italia non si lasciarono fuggire di mano 
una occasione tanto adatta a giovarli a risorgere: e 
raccoltisi i più distinti a Pavia, dietro secreto congres- 
so, quantunque senza aderenze, senza milizie, senza 
peculio , acclamarono re de' Goti Ildebaldo. Le popola* 
zioni stomacate dalle estorsioni del greco governatore, 
si assoggettarono volonterose al nuovo re di maniera, 
che Ildebaldo in brevi giorni trovossi signore di tutto 
quell'ampio tratto d'Italia, che si distende dall'Alpi 



(1) Virgilius, AEnead. 2 ver. i52. 

(2) Jordan us, "De Rebus Gei. cap. 60. 



*3o LIBRO SETTIMO 

alla sinistra del Po. E per questo Brescia allora, dopo 

Dopo c j rca uu ann o che era siguoreggiata ed emunta dai Greci, 
tornò soggetta al risorto dominio dei Goti (i). Tolto ìq 
breve di vita Ildebaldo per tradimento di uno de' suoi, 
ebbe in successore Eraricoj delle infingardaggini del quale 
nauseate ben presto quelle genti bellicose, lo trucida- 
rono ed elessero in sua vece Totila, uomo di alto animo 
e di spiriti generosi , e che era in queir occasione go- 
vernatore di Trevigi (2). 

§ 22. Il greco ministro Alessandro seguitato da un 
breve corpo d'armata mosse al di sopra del Po ed avvia- 
tosi verso Verona, senza scontrare alcun corpo ostile , 
audò a porsi a campo poche leghe discosto da quella 
città. Mentre egli ivi si tratteneva , un ufficiale del suo 
corpo , dietro secreto maneggio con un certo Marciano 
nobile veronese, ebbe fra il buio di una notte aperta a 
tradimento una delle porte di quella città, per la quale 
entrato egli con soli cento soldati, alzò tanto rumore, 
che il presidio gotico, creduta invasa quella piazza da 
tutto il corpo de' Greci, scampò rapidamente per altra 

Anno porta e ritirossi sui prossimi poggi. Ai primi raggi del 
' sole rinascente, conosciuto i Goti qual piccolo branco 
di nemici gli avesse dati in fuga, calati precipitosamente 
dall'erta, rientrarono in Verona; e chiuse le porte, 
fecero balzar dalle mura a rampicollo que' pochi Greci 
che avevano osato di entrare nella città , indi tornarono 
ad ordinarsene in difesa (3). 

Non andò guari che Totila con quelle genti che aveva 
potuto frettolosamente raccogliere , giunse alle sponde 



(1) Continualor Marcel fini , in Chronico. 

(*>) Hi storia Mi scella, lib* 16. 

(3) Procopi \\$ , De Bello Gotk. Uè» 3 gap. 5. 



LIBRO SETTIMO *3i 

dell'Adige, assalì il campo de' Greci, lo pose in fuga e 
tanto lo percosse alla schiena e tanto lo seguitò, c*he ^?°P? 
dopo di averne uccisa la maggior parte , giuuse sino a 
Faenza (i). Insignoritosi di quella città, volse in To- 
scana, dove in altro fatto d'arnie fece prigioniero un 
grosso corpo di Greci, cui trattò con tanta dolcezza, 
clie cattivatosene il rispetto e la benevolenza, lo ad- 
dusse ad assoldarsi fra le sue milizie. Non alcuna però 
di tutte le città di Toscana gli usò tratti di umilia* 
zioni né lo accolse ; ma gli tennero chiuse in faccia le 
porte; oncT egli per non perdere tempo e truppe in asse- 
diarle, lasciolle addietro e proseguile vie. Gli si diedero 
poscia Cesena, Urbino, Montefeltro, dalle quali proce- 
dette verso Roma. Passolle vicino e vedutala fortificata, 
lasciolla addietro , e penetrò nella Campania e nel San- 
uio , prese Benevento e diroceonue le mura, indi volse 
a Napoli e la cinse d'assedio. 

Lasciata una parte delle sue genti intorno a quella 
città, prese Totila a percorrere la Puglia, la Calabria 
ed ogni altra regione napoletana , le quali tutte a lui si 
sommisero. Quantunque di setta ariana , onorò di una 
sua visita l'abate di Monte Casino s. Benedetto, dal quale 
venne accolto con molta ospitalità (2). Entrato poscia 
nel castello di Cuma, ivi trovò una doviziosa cassa pub» 
blica , e le mogli di alcuni senatori romani ; giovossi 
della prima, e rispettate le matrone, rimandolle onore- 
volmente agli illustri consorti. Que ? tratti di osservanza 
verso un monaco considerato santissimo, e di pudica e 
generosa gentilezza verso quelle dame, procurarono a To- 

(1) Jordanus , De Regnorum successione. — Continuata Mar* 
cellini, in Chronic. 

(2) S. Gregorius M. Lih. 2. Dialo gor. cap* 14. 



2 3a LIBRO SETTIMO 

M ■"'"" - tila l'affezione e la stima degli italiani, ai quali venivano 

9°^ ogni giorno in peggior odio i Greci. 

Accortosi di ciò Giustiniano Augusto , avviò verso 

T Italia una flotta comandata da un certo Massimiuo, 

ma la pigrizia e la paura trattenero quel capitano nel- 

T Epiro. Deluso Y imperatore da quel codardo , spedi 
Anno . r . . ■ . * k" ' • ,■ , 

545. altre armi condotte da un certo Demetrio , il quale 

approdato in Italia, essendosi nelle vicinanze di Napoli 

spinto contro Totila con troppo inconsiderata audacia, 

cadde sbaragliato e prigioniero. Dopo quel fatto si rese 

Napoli ai Goti per convenzioni, e Totila, o lo facesse 

per placidezza d'indole o per artificio, onde procurarsi 

l'estimazione de' popoli , entrato in quella città, ne 

trattò il presidio e gli abitanti più. da tenero padre 

che non da conquistator vittorioso. 

§ 23. Mentre le armi greche e gotiche contrasta- 

vansi il possesso della meridionale Italia, Brescia avrebbe 

commiserato solamente da luuge le altrui sciagure, ed 

ella governata intanto da que' saggi magistrati, dei 

quali Totila avevala accortamente provveduta, avrebbe 

per avventura trapassati alcuni anni di pace, se altra 

sciagura, peggiore ancora della guerra, 

» Che nel sangue s'abbevera e gavazza, » (1) 

non avesse Iddio vibrata sopra la miseranda umanità. 
Già da alcuni anni erasi sviluppata in Egitto una ter- 
ribile pestilenza (2): di là passata nell'Arabia, nella 
Siria, nella Persia, dopo di avere desolata gran parte 



(1) Monti, Baswill. cant. 2. 

(2) Procopi us, De bello Persico, lib* 2. cap. 22. 



LIBRO SETTIMO a33 

tìeiTÀsia, penetrò in Europa ed ogni regioqe percor- g """ 1 

rendone scese alla fine in Italia, e fra le altre percosse *?°P? 
,., . G. G. 

ancora questa miserabile provincia; e per quanto ne 

ricorda Evagrio (i), quella terribile calamità continuò 

ad infierire per quasi un mezzo secolo. 

La peste spopolava Y Italia e scemava ogni giorno 
di genti i due nemici eserciti; e Totila, nulla per quella 
l'attenendosi, dopo essersi impadronito di tutte le prò- 
vincie napolitane e della più parte delle romane, con- 
dusse l'esercito sul Tevere, e circondò Roma di assedio. 
Dopo varie vicende, quella augusta metropoli costretta t^r* 
anzi dalla fame che dall'armi, supplicando clemenza, 
aprì volontaria al vincitore le porte, il quale, come era 
sua costumanza, entrovvi praticando tratti di soavità e 
di giustizia (2). 

§ 24. Erasi già convinto alla fine Giustiniano Au- 
gusto, che per le avidità del suo ministro Alessandro, 
per le codardie del trepidante Massimino e per la 
troppa audacia del capitano Demetrio, avevano i Goti 
ripresa grande possanza per la più parte d'Italia. Per 
questo vi rinviò il prode capitano Belisario, il quale 
non avendo in sulle prime che un debole seguito e 
scarso peculio, non potè eseguire gesta di alta consw 
derazione. Rinfrancato poscia da nuovi sussidi, ed av* 
visato che Totila, dopo di avere diroccate per alcuni 
tratti le mura di Roma e di avervi lasciato un debole 
presidio, erasi volto al conquisto di altre città, mosse 
rapidamente a quella metropoli, e senza forti contrasti 



(1) Evagrius, in Histor. , 

(1) Anastasius Bibliolh. in Fila P. Silverii, e lo slesso nell$ 
Tlistor. Miscelici lib 16. Apud MuraU tom. 1. Rcr* Italie* 



^ 34 LIBRO SETTIMO 

!_j_iLiL»] a riebbe, Nou potè tuttavia conservarne a lungo il 

P°R? possesso, essendogli tolta nuovamente dai Goti. 

Allora Belisario e Totila ora nelle proviucie romane, 
ora in quelle di Napoli andavano battagliandosi a vi- 
cenda, ed a vicenda scemandosi di forze; ed intanto 
Teodeberto re de* Franchi voglioso di nuove conquiste, 
spedì un'armata in Italia, la quale calata dall'Alpi 
Cozie s'impadronì di quasi tutte le provincie superiori 

Anno alle correnti del Po (i). Non è dato di poter dire con 
* certezza quanto abbia Brescia sofferto per quella irru- 
zione, non essendone da alcuno scrittore antico tra* 
mandata particolare memoria: none però difficile l'im- 
maginarlo, siccome è certo essere stalo lo spirito di 
ventura e la cupidigia di spoglie, che aveva sospinto 
i Frauchi ad irrompere in questi paesi. 

Frattanto la misera Italia, quella che pochi anni ad- 
dietro aveva signoreggiata la più parte del mondo co- 
nosciuto, somiglievole ad agnella squarciata dalle fiere^ 
era dilaniata ad un tempo dai Goti, dai Greci e dai 
Franchi. Quello che vibra alle volte dall'alto i fulmini, 
onde gastigare ne' successori le colpe degli avi, puniva 
forse allora le violenze usate dagli Italiani sopra alle 
nazioni straniere? quando le aquile romane sporgevano 
minacciose il rostro dalle rocche del Campidoglio. 

Per mezzo di ambascerie di gentilissime maniere 
adoperate, studiavasi Totila di pacificarsi coi greci, 
onde unire seco loro le armi contro de' Franchi; ma 
bolliva di troppa ira Giustiniano, perchè avesse a strin- 
gere composizioui coi Goti. Quell' imperatore rifiutossi 
di accogliere i messaggeri di Totila, richiamò Belisario 



^i) Procopiua, De Bello Goih., lib* 5 eap. 53, H lib. 4 f- ^4. 



55 



LIBRO SETTIMO *?>:> 

dal capitanato delle sue armi in Italiane destinogli suc- 55 ^^ 
cessore Germano suo nipote. Venne quel ntfovo cornati- Dopo 
dante povero di schiere e ricco d'oro: ed il peculio anno 
reca facilmente grande incremento ed energia agli 
eserciti. Germano lo usò di ogni miglior maniera pos- 
sibile, ma non ebbe la sorte di poter esercitare azioni 
di alto riguardo. 

Quando Giustiniano Augusto fermamente deciso dì 
mandare a fine ogni dominio de' Goti in Italia, e con- 
scio appieno della fedeltà e del valore del suo corti- 
giano l'Eunuco Narsete, destinollo suo capitano e rap- 
presentante in Italia, e munitolo di potente esercito e 
di ampi tesori contro il re Totila l'addirizzò. Narsete 
a differenza di ogni altro mutilato, che ordinariamente 
voluminoso di membra e pingue 

•• Si strascina appena 

»• Su le adipose piante , » (i) 

era un omicciattolo gracile , sciolto , spiritosissimo e 
quantunque illetterato, per la molta accortezza brillava 
e pel distinto valore (2). Giovossi quegli di gran parte 
dell'affidato peculio, onde aggiugnere armati all'esercito 
con genti fatte assoldare per ogni nazione, cui tentò 
primamente di condurre in Italia valicando i sentieri 
dell'Alpi Giulie. Ma i Franchi, che signoreggiavano al- 
lora quasi tutte le provincie che si spandono tra le 
Alpi e '1 Po, negarougli il passo. Il prudente Eunuco* 
noQ osando rompere a contrasti ancora contro di quelli, 



(!) Parini. 

(1) Agathias, De Btllo Goth* lib. i. 



a36 LIBRO SETTIMO 

tentandone il transito coll'armi, ne avendo una flotta 
*? P° bastevole a trasportare per le vie del mare un tanto 
esercito, traendosi dietro lungo le sponde settentrionali 
dell'Adriatico quanti navigli potè avere , onde servir- 
cene per varcare le fauci de' fiumi che mettono le 
acque nel Golfo , condusse l' esercito seguitandone la 
costiera dalle vicinanze di Segua sino a Ravenna. 
Anno Dato in quella città e ue'sobborghi della medesima 
552. {] necessario riposo alle soldatesche, passò a Rimini (i); 
superato poscia 1' Apennino venne scontrato fra Mate- 
lica e Gubbio dall'esercito dei Goti condotto immedia- 
tamente da Totìla. Ivi ruppero le due osti con reci- 
proca franchezza a battaglia , e dopo lungo e sangui- 
nosissimo contrasto, spiegossi la vittoria favorevole a 
greci di maniera , che lo stesso Totila cadde misera- 
mente trafitto. Fu quel principe compianto amaramente 
e da' suoi e da chiunque nudriva sensi imparziali, per- 
chè valoroso insieme e giusto , morigerato e pio. E 
vero che Narsete in quella giornata non isperdette pie- 
namente i Goti; diede però a quelli una gagliardissima 
scossa. 

5 25. Scampati que* Goti che il poterono da così 
formidabile battaglia, si raccolsero frettolosamente a 
Pavia, dove onorarono il capitano Teia del serto reale. 
La cassa pubblica dei Goti, secondo la costumanza di 
que* tempi, era custodita nel forte castello di Clima; e 
bramosissimo il nuovo re goto di non perderla ed an- 
sio ancora Narsete di conquistarla, condussero ambedue 
a quella volta gli eserciti. Giunti in Terra di Lavoro, 
presso Nocera si accamparono vicini, e stettero circa 



(i) Procopius, De Bello Gotk. lib, 4 cap* 29, 



LIBRO SETTIMO a3 7 

due mesi guardandosi, a somiglianza di due mastini/ '" * ■ ' • 

che arruffano il pelo, digrignano e ringhiano, senza *?°P? 
osare d'azzuffarsi; rotti alla fine gl'indugi, si assalsero 
a vicenda. Teia dopo altissime prodezze cadde estinto 
sul campo, ed ebbe fine con lui il regno de' Goti in 
Italia, dopo avervi signoreggiato settantotto anni (i). 5$\ 

Dopo la morte di Teia restavano ancora nell' Italia 
meridionale alcune piazze guardate da gotici presidii; 
e mentre ivi trattenevasi Narsete per conquistarle, due 
fratelli alemanni, uno detto Leutari e l'altro Buttillino, 
incitati ambedue dalla sperauza di larghe conquiste e 
di prede opime, raccolto fra Alemanni e Franchi uà 
corpo di circa settantacinque mila armati, ealarono ia 
Italia. Non fecero che trascorrere questa ed alcune pro- 
viucie vicine, onde non romperla contro gli altri Franchi 
dai quali erano occupate (2); ma varcato il Po a so- 
miglianza di un torrente impetuoso e rigonfio invasero 
l'Emilia, l'Etruria, la Romagua; dove divise le falangi, 
Leutari si volse a percorrere, saccheggiando, le provincia 
che guardano l'Adriatico, e Buttillino ruppe in quelle 
cui lambe il mar Tirreno, Narsete non diede campo a 
que' barbari di perfidiare a lungo; inviò un suo capi- 
tano seguitato da potenti milizie contro le masnade 
capitanate da Leutari, il quale le raggiunse nelle vi- 
cinanze di Pesaro, dove le battagliò, ne conquise la 
maggior parte, e le restanti che scamparono la morte 
fuggendo, giunte alle sponde orientali del Benaco, per- 
correndo la strada che conduce da Castelnuovo a Ro- 



(1) Theophnnes, in Chronogrnph. — Procopius, De Bello 
Coth. prope fincm. 

(1) Gregorius Turonensis, Uh. 3 cap. 32. — Marius Avtn- 
tioensis in C/ironico. 



»38 LIBRO SETTIMO 

—*—*— veredo, colte in quel mezzo da un contagio violentisi 

P°P° simo, quasi tutte perirono. 

Spintosi allora Nafsete contro le orde condotte da 

Anno Buttillino, le sorprese presso le rive del Volturno, nelle 
** vicinanze di Capua, le sbaragliò pienamente, lascian- 
done fin morto sul campo il capitano (1). Superate po- 
scia quel prode Eunuco altre leggieri vicende, assunse 
a nome di Giustiniano il governo di tutta Italia. 

§ 26. Fu in que' tempi che alcuni monaci ? tornati 
dalle costiere dell' Indo , portarono la prima volta in 
Italia le provvide sementi de' vermi da seta (2); ma 
poiché è ben raro che sappiano le genti aprire in su 
le prime gli occhi e giovarsi dell' utile dei nuovi tro- 
vati; sebbene la provincia di Brescia sia fra le altre 
della Lombardia e della Venezia, una delle meglio cor- 
rispondenti all'auge di quegli utilissimi bachi, trapassati 
lunghi secoli, l' illustre scrittore agrario Agostino Gallo 
fu costretto a lamentarsi, perchè i Bresciani suoi coe- 
tanei fossero nelle industrie necessarie per la coltiva- 
zione di que' vermi molto addietro dei Veronesi , dei 
Vicentini, dei Padovani e di altri abitanti le provincie 
vicine (3). 

I Goti, quantunque barbari, non erano tanto rozzi, 
quanto ordinariamente vengono supposti. Verchè quelli 
èrano di setta Ariani, non poterono mai cattivarsi l'ani- 
mo dei cattolici d'Italia; ma i tratti splendidi ed utili 
al pubblico e le prodezze esercitate singolarmente da 
Teodorico e da Totila adombrano senza dubbio le 
azioni di quanti imperarono in Roma nei secoli della 



(1) Agatlnas, De Beilo Gotk. lib. 2. 

(2) Muratori, strinali toni. 5 f. 372. 

(5) Agostino Gallo, Trattato d'Agricoltura, f. 3iS» 



LIBRO SETTIMO »3g 

decadenza. L'ordine architettonico usato dai Goti, seb- ^*™ 1 ^ 
bene ditterentissimo dalle maniere etrusche e greche , *f° PJ 
non era ne' tempi, onde quelli fiorirono, tanto spoglio 
di leggiadrie, quanto Io venne ridotto nei secoli susse- 
guenti; sicché la chiesa, che in onore di san Martino 
aveva il re Teodorico fatta erigere in Ravenna, per 
quauto lasciò scritto Andrea Agnelli che visse presso 
la fine del secolo decimo , traevasi la pubblica ammi- 
razione. I varatteri gotici , quantunque fino da poco 
dopo i principi! del terzo secolo inventati -dal goto 
vescovo Ulfila, non andarono molto in voga che in età 
assai più tarde. Quanto poi alla giurisprudenza , i re 
goti hanno sempre procurato che gì' Italiani /ossero go- 
vernati da sagge magistrature, dietro le norme della 
legislazione romana. 

§ 27. In tutto quel tempo che dominarono i Goti , 
quantunque fossero di setta ariana, non diedero mai 
turbamento alcuno alla religione cattolica; né resta 
memoria che pel conversare con essi loro siasi mac- 
chiato mai un solo bresciano di scisma d' eresia. I 
vescovi Paolo, Teofilo, Silvino, Gaudioso, Ottaziano e 
Yigilio, i quali tennero allora T un dopo l'altro il sa- 
cro pastorale di Brescia, sebbene per la elevatezza del 
genio e per le profonde dottrine non fossero tanto il- 
lustri, quanto i loro antecessori Filastro e Gaudenzio, 
tuttavia per la candidezza delle virtù e pel fervore 
dello zelo vennero tutti di pubblico voto aggregati alla 
gerarchia de'sauti; e le ossa loro sono ancora sopra i 
nostri altari esposte alla venerazione delle genti (1). 
* 11 1 111 11 

(1) Gradonicus, Brixia Sacra, pag. 65 et seq. 
Fine del Yoluwle I. 



La presente edizione e posta «otto la tnfeìa deìTe Jsgg) 
Tigella, essendosi adempito a quanto esse preacrirono. 





fi